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Attualità.
di Rosanna Biffi


VOLONTARIATO
L’AVIS FESTEGGIA UN ANNIVERSARIO IMPORTANTE


OTTANT’ANNI DI DONAZIONI. GRATIS

Fondata nel 1927, da sempre l’associazione si batte per la gratuità del donare sangue. E oggi che copre il 75 per cento del fabbisogno nazionale, vuole fare di più.

Ottant’anni sono molti anche per un’associazione, che come gli esseri umani può perdere forze e appeal se un lungo passato rischia di ingessarla. Ma l’ottantesimo anniversario che l’Avis celebra nel 2007 la vede più popolare che mai: i soci sono aumentati del 2,3 per cento, e le donazioni di sangue del 3,62. Qui siamo nell’ambito dei grandi numeri, perché significa che nel 2006 ci sono state 1.840.000 donazioni di sangue e che, con i suoi 1.087.000 soci iscritti, l’Associazione volontari italiani sangue è la maggiore onlus del Paese.

Pensare che nel 1927 furono in 17 a rispondere all’appello lanciato tempo prima, sulle pagine del Corriere della Sera, dal medico milanese Vittorio Formentano, per costituire un gruppo di volontari che donassero sangue e ne eliminassero così la compravendita.

«Oltre che a Milano, l’Avis vide la luce quasi in contemporanea anche ad Ancona e Treviso», ricorda Andrea Tieghi, attuale presidente dell’associazione. «Nasceva soprattutto a fianco di chirurghi che avevano bisogno di donatori per gli interventi. Molti gruppi sorsero all’interno delle fabbriche, perché una delle esigenze maggiori era legata agli infortuni, con il bisogno di plasma in caso di ustioni, o di sangue intero per le amputazioni. Erano gruppi di pronto intervento a favore di colleghi di lavoro, spesso incentivati anche dai proprietari. E questa tradizione dei gruppi aziendali è rimasta ancora attuale».

Tabella: l'Avis in cifre.

  • Dopo la nascita, quali i momenti decisivi nella storia dell’Avis?

«Sicuramente la Liberazione, che vide una fase di rinascita ed espansione anche per l’associazione, con il successivo riconoscimento da parte dello Stato nel 1950. E nel 1967 raggiungemmo una tappa fondamentale, quando una legge del Parlamento cancellò la figura del "datore di sangue" a pagamento e previde la raccolta solo da donatori non remunerati. Noi avevamo insistito moltissimo presso governanti e parlamentari perché vi si arrivasse, e in 20-30 anni avevamo aumentato il numero di donatori e donazioni. Vede, i datori a pagamento erano in gran parte disperati, che aspettavano in fila fuori dagli ospedali: un fatto inaccettabile anche da un punto di vista etico, di dignità».

  • Un’altra svolta risale al 1990...

«Sì. Dopo la riforma sanitaria del 1978, che garantiva a tutti i cittadini assistenza e standard uguali di cure, ci fu un lungo dibattito al nostro interno: ci chiedevamo perché dovessimo continuare a gestire direttamente dei centri trasfusionali, dal momento che la sanità era diventata pubblica. Nel ’90 si arrivò a definire il regime attuale: Avis e le altre associazioni di donatori si impegnano a selezionare i volontari, il loro peso, i controlli sanitari, a rispettare i tempi di chiamata e gli standard qualitativi; possono così fare la raccolta, che poi deve essere consegnata alla struttura pubblica con la quale si ha la convenzione, e al pubblico spettano controlli, lavorazione e gestione. L’Unione europea è arrivata nel 2001 a stabilire che l’autosufficienza dei Paesi deve basarsi su donazioni non remunerate, ma in alcune nazioni come Germania e Austria si tollera ancora che le industrie raccolgano plasma da donatori a pagamento».

  • L’Italia può contare sull’autosufficienza per i globuli rossi e plasma?

«Per i globuli rossi ci stiamo avvicinando all’autosufficienza, ma non d’estate. Vede, tutti gli anni crescono le donazioni, ma aumentano anche i consumi: si tratta di un equilibrio un po’ difficile da mantenere costante, perché basta un’epidemia, anche di raffreddore, che metta a letto molti donatori, e si va in carenza. Diverso è il discorso per il plasma. Con quello che raccogliamo dai donatori, riusciamo a coprire circa il 60 per cento del fabbisogno nel Paese di plasma-derivati. Il resto deve essere acquistato sul mercato. Noi associazioni di donatori (perché raccolgono sangue anche la Fidas, la Fratres e la Croce Rossa, e dal 1990 seguiamo una politica unitaria) valutiamo che con un investimento da parte dello Stato di 50 milioni di euro in macchinari e personale, si potrebbe arrivare in tre anni all’autosufficienza anche per il plasma, senza più dover dipendere dall’estero. Il che significa che l’investimento iniziale si tradurrebbe in un risparmio».

  • Da qualche tempo incoraggiate le donazioni da parte degli immigrati...

«È un elemento importante. In diversi casi gli immigrati hanno caratteristiche genetiche del sangue leggermente diverse da quelle italiane ed europee, per cui sarebbe più opportuno, per esempio, che una partoriente marocchina ricevesse sangue da donatori marocchini, per evitare complicazioni o rigetti. Inoltre, con la presenza crescente di immigrati, crescono tra loro le persone che vogliono donare sangue, perché nei loro Paesi d’origine lo facevano. Abbiamo constatato che in ogni religione il dono del sangue è favorito come dono e segno di fratellanza».

  • Come reclutate nuovi donatori?

«Il mezzo migliore sono i nostri soci, che sanno trovare le parole giuste. Ai giovani, poi, arriviamo attraverso il mondo della scuola, dello sport, del lavoro. Anche se, però, si tratterebbe di inserire di più nei nostri gruppi dirigenti sia i giovani sia le donne. Devo aggiungere che non è più così facile diventare donatori. Dal punto di vista sanitario, le maglie di controllo si sono ristrette. Faccio alcuni esempi: con il mito della magrezza tra le ragazze, molte non arrivano al limite richiesto di 50 chili; chi si è appena fatto tatuaggi e piercing è escluso per quattro mesi dalla raccolta. Quindi abbiamo sinceramente bisogno di comunicare e di far prendere coscienza, ancora a molti, che donare sangue significa veramente salvare una vita. Finché non si fabbricherà un sangue artificiale, ci sarà bisogno che un altro essere umano vada a donarlo per te».

Rosanna Biffi
   
   

BRACCIO A BRACCIO SOTTO LE BOMBE

Il professor Mario Zorzi ha l’aria affabile e bonaria del medico d’altri tempi. Merito del carattere, ma questo primario (ora in pensione) di anatomia patologica all’Ospedale Maggiore di Brescia non esita ad ammettere: «Prima di lavorare per l’Avis, dicevo che ero un mezzo medico, perché mi occupavo di organi, liquidi organici, cellule: ero soprattutto un ricercatore, non avevo un malato di fronte. L’Avis mi ha reso possibile dare una carica di umanità alla mia professione, ricordandomi che al di là del vetrino e dell’organo da esaminare c’è una persona. Difatti, quando facevo compiere gli esami ai miei assistenti, raccomandavo di fare in fretta: "Pensa se riguardassero tua madre". E questo insegnamento l’ho ricevuto dalle persone più semplici, dai donatori».

A 87 anni, Zorzi è il più anziano tra i dirigenti che hanno condotto l’associazione nel dopoguerra: dapprima come presidente cittadino, quindi provinciale, poi nazionale dall’80 al ’90. Ma donatore di sangue lo era già diventato nel periodo bellico, quando era ancora studente: «C’erano bombardamenti e feriti», ricorda, «e noi eravamo sia medici sia donatori. Allora la donazione si faceva ancora da braccio a braccio, con una siringa a doppia via che da una parte aspirava il sangue dal donatore, dall’altra lo emetteva per il ricevente. Il tutto durava mezz’ora. Ricordo che, fino al 1948-’49, in cambio di una donazione l’ospedale dava un chilo di zucchero, o una bistecca, o un pasto alla mensa. Per il donatore significava tirare avanti per 2-3 giorni».

Altri tempi, e una generosità che non è difficile trovare ancora oggi, anche tra i giovani. «Vedo che le città faticano di più a reclutare giovani», rileva il professore, che è presidente onorario dell’Avis provinciale. «A Brescia, durante le raccolte, ne riceviamo 3.000, mentre in provincia arriviamo a 135.000». Insignito nel 2004 con il "Premio della brescianità", il professor Zorzi è altrettanto trepido per l’arrivo del prossimo nipotino: il settimo, figlio di uno dei suoi 6 figli. Un bambino che potrà contare anche sulla bella serenità di un nonno dalla vita ben vissuta.

r.b.

    

GROSSETO: SE LO FANNO ANCHE I DISABILI...

Sono insoliti gli uomini-immagine sui quali punta quest’anno l’Avis di Grosseto. Insoliti per un campo, la donazione del sangue, che seleziona attentamente i volontari in base al buono stato di salute: mentre il gruppo di otto disabili che hanno accettato senza batter ciglio la proposta del presidente dell’Avis grossetana, Carlo Sestini, sono abituati a fare i conti con l’idea di "diversità" che la società gli rimanda.

«Chiaro che la nostra è una provocazione», spiega Sestini, «ma il principio che ci ha spinto a proporla è questo: se può donare chi è disabile, figuriamoci chi non lo è». E alcuni di questi testimonial, se così vogliamo chiamarli, sono già allenati a condurre vite piene al di là dei problemi fisici: come Anna Guidoni, assessore al Comune di Grosseto; o Massimiliano Frascino, corrispondente dell’Unità dal Grossetano e presidente di una Onlus; o un tennista, Giuseppe Polidori, già campione italiano di tennis per disabili.

Racconta il presidente Sestini: «È vero che tutti loro hanno accettato per proporre ai normodotati un esempio, un esame di coscienza. Ma mi hanno anche spiegato che lo vivono come un momento di grande soddisfazione: abituati a dover normalmente ricevere dagli altri, considerano molto importante poter dare qualcosa di vitale come il sangue. Si sentono ancora più integrati nella società, che così li fa sentire una parte viva e attiva».

All’Avis di Grosseto i donatori effettivi non mancano (sono 2.798), ma l’anno scorso le richieste di sangue sono aumentate in modo esponenziale per l’apertura di un nuovo presidio ospedaliero a Orbetello, con pronto soccorso e rianimazione. «Ha attinto molte unità di sangue rispetto alle previsioni precedenti», spiega il presidente, «e abbiamo avuto qualche difficoltà. Noi puntiamo a che ciascun socio doni due volte l’anno e abbiamo una visione molto ampia sul rendere sensibile l’opinione pubblica: ci rivolgiamo a giovani, scuole, anziani, mondo dello sport, immigrati».

Un’idea di solidarietà matura, per la quale è naturale salvare vite con i globuli rossi, quanto sapere che un handicap non è un ostacolo insuperabile per la qualità della vita e della salute.

r.b.


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