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Questa è la storia di
un rapimento mancato e di un documentario mai girato. Questa è la storia
dell’Operazione Rabat, cioè del progetto di Hitler di rapire papa Pio
XII e di deportarlo in Germania. Questa è una storia che riaffiora da
documenti e testimonianze, segnalazioni concordanti e credibili sulle
minacce dei nazisti contro papa Pacelli. La voleva raccontare Frédéric
Rossif, il regista franco-montenegrino di Morire a Madrid, che
era stato tra i protagonisti della liberazione di Roma e che, a metà degli
anni ’80, intendeva girare un documentario per svelare molte cose rimaste
segrete sulla liberazione di Roma e sul progetto di Hitler di portare il
Papa in Germania.
Rossif aveva parlato del documentario con i responsabili
della Rai e dell’Istituto Luce. Da anni nella sua mente frullava l’idea
e aveva fatto ricerche, da cui era risultato che vi era coinvolto anche
qualche settore dell’esercito italiano. Solo oggi essa riemerge dalle
carte e dagli appunti circa diversi colloqui personali. È una storia
inedita che Famiglia Cristiana racconta in esclusiva. Il primo personaggio di questa storia intorno alla quale
stava lavorando Frédéric Rossif è Léon Degrelle, il capo dei
nazisti belgi che, rivolgendosi a Hitler con un tono che neppure i suoi
fedelissimi osavano ostentare, ai primi di gennaio del 1943 se ne uscì con
un perentorio: «Dobbiamo convincere Pio XII. Con le buone o con le cattive». A Dachau pur di non tradire E siccome a Degrelle non riusciva a dire di no, Adolf Hitler approvò l’Operazione Rabat. Degrelle aveva fondato il Movimento rexista (il nome derivava dalla scritta Christus Rex che spiccava sulle sue insegne), un partito conservatore, ferocemente antisemita, che ispirandosi al nazionalsocialismo cercava confusamente di adattarlo a princìpi tradizionalisti cattolici. Un paio d’anni prima aveva tentato di strappare all’episcopato del Belgio una lettera pastorale a sostegno dell’antisemitismo, ma il piano era miseramente naufragato per la coraggiosa opposizione di monsignor Jean Bernard, un sacerdote lussemburghese (in seguito sarebbe diventato presidente dell’Office catholique international du cinéma) che, anziché piegarsi a tale criminoso disegno, aveva preferito la detenzione nel campo di concentramento di Dachau. A questo episodio, Volker Schloendorff ha dedicato il film Der neunte Tag ("Il nono giorno"), mai arrivato in Italia. Nei primi mesi del 1944, Léon Degrelle era tornato alla carica. Forte del fascino che esercitava su Hitler («Se avessi avuto un figlio avrei voluto che fosse come voi», gli aveva detto un giorno il Führer), aveva messo a punto un nuovo progetto che prevedeva di rapire Pio XII, portarlo in Germania e costringerlo a firmare un’enciclica che, condannando il giudaismo, approvasse l’ideologia nazionalsocialista. Nel Belgio occupato dai nazisti, Degrelle aveva costituito una divisione di Waffen SS che si stava battendo con valore sul fronte russo e tanto era bastato perché Hitler esaudisse ogni suo desiderio. Il piano che Degrelle presentò al Führer non tralasciava alcun dettaglio. Travestiti da agenti sionisti in combutta con partigiani comunisti italiani, militi delle SS si sarebbero introdotti nella Città del Vaticano e, armi alla mano, avrebbero sequestrato Pio XII. A questo punto, però, doveva entrare in scena la Wehrmacht, cioè l’esercito nazista, che prima avrebbe finto di sventare il rapimento e salvare il Papa, e poi, per proteggerlo da ulteriori pericoli, lo portava al sicuro in Germania. Qui, nelle mani della Gestapo, sottoposto a vessazioni, condizionamenti e continui controlli, non avrebbe resistito a lungo e non sarebbe stato difficile estorcergli una firma su un documento preparato ad arte. Il generale che fece la spia Hitler è entusiasta del piano, della cui esecuzione incarica sia Karl Wolff, generale delle Waffen SS, sia il generale Wilhelm Burgdorf. Perché, non fidandosi di nessuno, vuole aprire più porte al calcolo delle probabilità. E Hitler ha ragione, perché Wolff (personaggio infido, che coabitava con l’intrigo e il tradimento, come risulterà dalla pace separata stipulata in Italia a insaputa dei repubblichini nell’aprile 1945), in un colloquio avvenuto la notte del 10 maggio 1944, informa di persona Pio XII. Come tanti altri, il Papa è a conoscenza dei fatti. Non fosse altro perché ai primi di ottobre 1943 Radio Monaco, l’emittente repubblichina di base in Baviera, aveva annunciato che in Germania si stavano allestendo gli appartamenti pontifici per ricevere l’illustre ospite. I tedeschi, dunque, sanno che il Papa sa. Ecco allora l’escamotage: non deve trattarsi di un rapimento, ma di un tentativo di sequestro prontamente e provvidenzialmente sventato. Per questo il generale Burgdorf, fedelissimo a Hitler, con il quale morirà nel bunker di Berlino, elabora un piano particolareggiato. Intanto i rapitori del Papa devono essere credibili nel ruolo loro assegnato. Lingua, gesti, comportamenti devono essere a prova d’errore. I nazisti travestiti da agenti sionisti devono sembrare ebrei provenienti da Odessa e perciò sono scelti fra le SS ucraine. Per i partigiani italiani, l’incarico passa al generale Enea Navarrini, comandante del Centro addestramento reparti speciali della Rsi. Specializzata nella controguerriglia, la sua unità ha fornito ottime prove. Vestiti laceri e strappati, armamento vario, capelli lunghi e barbe incolte, fazzoletti rossi al collo, i suoi uomini si aggirano lungo la dorsale appenninica senza destare sospetti fra la popolazione civile. In questo modo per loro è più facile agganciare bande partigiane, renitenti alla leva e disertori. Viene reclutato in gran segreto un commando con gli uomini migliori e trasferito nei dintorni di Roma. Le esercitazioni si svolgono nel castello di Bracciano. Ma la presenza di quello strano gruppo che infinite volte al giorno recitava la stessa scena sotto la direzione di un "regista" sempre pronto a interromperla al minimo errore – cioè scalare le mura del castello servendosi di arpioni fissati a lunghe funi, fuga precipitosa con un prigioniero al seguito, improvviso arrivo di una seconda squadra che disarmava la prima – non sfugge a qualcuno della famiglia Orsini, proprietaria del castello, che si insospettisce e prende contatto con monsignor Montini, il futuro Paolo VI, in Segreteria di Stato.
Nel più scrupoloso segreto e in un riserbo assoluto dove tutto è lasciato all’iniziativa individuale, anche perché un biglietto o una telefonata potrebbero essere intercettati dal controspionaggio tedesco, Montini attiva un canale del tutto personale: una nobildonna romana che tiene contatti con i servizi segreti della Legione straniera francese. È la stessa persona che aiuterà Bottai, il ministro fascista, che si era rifugiato in Laterano dopo l’8 settembre, a fuggire da Roma nell’agosto ’44, a raggiungere l’Algeria e ad arruolarsi nella Legione. Montini sa che solo la liberazione di Roma, infatti, può sventare il piano tedesco, ma l’avanzata alleata è ancora bloccata da un cannone a lunga gittata che inchioda le truppe nell’Agro romano. Il pezzo d’artiglieria è montato sui binari e trova riparo dalle incursioni aeree in una galleria della linea ferroviaria che attraversa la zona dei Castelli romani. È a questo punto che entra in scena la Legione straniera. Il regista tra i legionari A comandare la pattuglia incaricata di filtrare oltre le linee nemiche e rendere inoffensivo il cannone è proprio Frédéric Rossif. Di origine montenegrina, Rossif è il nipote della regina Elena, moglie di Vittorio Emanuele III. Nel marzo 1941 l’invasione della Jugoslavia lo aveva sorpreso a Roma, dove frequentava la facoltà di Matematica. Rossif non accetta lo smembramento del suo Paese, fugge dall’Italia, raggiunge la Siria dove si trovano le forze della Francia libera e si arruola nella Legione straniera. Grazie a lui e ai suoi uomini l’abile colpo di mano riesce, il potente cannone è ridotto al silenzio e sulla strada per Roma gli alleati non incontrano altri ostacoli e il 4 giugno 1944 entrano nell’Urbe. E così l’Operazione Rabat è sventata. Di tutta questa vicenda restano soltanto poche e vaghe testimonianze, e il fatto che la storiografia abbia steso un velo sull’azione determinante della Legione straniera è facilmente comprensibile. Per gli inglesi e gli americani sarebbe stato poco lusinghiero lasciare a truppe mercenarie francesi il merito della liberazione di Roma. Soprattutto perché altri mercenari francesi, i tristemente noti goumiers maghrebini, avevano spianato la strada verso la capitale aggirando le difese tedesche nella zona di Montecassino, lasciando al loro passaggio una scia di brutale violenza: le 700 donne stuprate nel solo paese di Esperia. Il tragico episodio verrà raccontato da Alberto Moravia nel romanzo La ciociara e da Vittorio De Sica nell’omonimo film interpretato Sophia Loren. Sulle prime, Frédéric Rossif pensava a una fiction per spiegare la vicenda che, partendo dall’Operazione Rabat, arrivasse fino alla liberazione di Roma, ma poi si convinse che un film di montaggio, insomma un documentario, con brani di repertorio e interviste sui luoghi che furono testimoni degli eventi, proprio come aveva fatto per Morire a Madrid, avrebbe garantito un effetto più diretto, immediato e convincente. Su due punti in particolare Frédéric Rossif intendeva richiamare l’attenzione degli storici: sulla partecipazione italiana all’Operazione Rabat e su un dubbio che lo tormentava a questo proposito. Mussolini sapeva o non sapeva? Era al corrente del tentativo di rapimento di Pio XII, oppure l’iniziativa era stata partorita a sua insaputa dall’ala radicale del fascismo di Salò, insieme ai nazisti? Inoltre, Rossif voleva gettar luce sul segreto militare che aveva coperto l’audace missione del commando della Legione straniera per spianare la strada degli alleati verso la capitale. Quando Rossif propose il suo progetto eravamo nel 1987, ma le ricerche e i contatti andavano per le lunghe, richiedendo tempo e denaro. Così Rossif realizzò Da Norimberga a Norimberga, un programma di quattro ore sulla storia del nazismo. Quando tutto era ormai pronto e le riprese stavano per iniziare, nel 1990, Rossif morì. A scippargli il dovuto riconoscimento per la liberazione
di Roma non erano bastati i sotterfugi e i raggiri della politica per
zittire la storia. La "commare secca", la morte, che il Belli
così chiama in un suo sonetto, aveva fatto il più.
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