Puntualmente, ogni anno in estate, intere zone del nostro Paese
vanno a fuoco. Un prezzo altissimo pagato all’incuria e, soprattutto, alla
delinquenza: "guerra criminale" è stata definita quella degli
incendi.
Una "guerra" che, in queste settimane, ha anche causato la
morte di quattro persone: Matteo De Nittis, Carmela e Romano
Fasanella, intrappolati dalle fiamme, e Andrea Golfera, caduto
con un aereo antincendio.
Una "guerra" che, oltre a quelli ambientali, ha costi economici
elevatissimi: mezzo miliardo di euro all’anno; e conta migliaia di
episodi, 5.643 incendi nel 2006, in maggioranza di origine dolosa, che hanno
distrutto ben 40.000 ettari fra terreni coltivati e boschi.
Come ogni guerra, però, anche questa nasconde precisi interessi. Si
tratta di un business su cui prosperano, pressoché indisturbate, le
ecomafie e gli speculatori. Un fenomeno che dovrebbe forse trovare posto e
attenzione anche nelle periodiche relazioni al Parlamento sul crimine
organizzato e il terrorismo. Quelle quattro vittime, infatti, sono vittime
di violenza criminale, a volte mafiosa: dobbiamo dirlo ad alta voce.
Ma se la denuncia deve essere netta e senza sconti, occorre analizzare le
questioni e cercare le risposte. C’è un problema di fondo: la cultura
della legalità, così disattesa praticamente in tutti i campi della vita
associata nel nostro Paese. Legalità che riguarda tanto i singoli quanto le
istituzioni. L’apposita legge-quadro antincendio, la n. 353 del 2000,
viene applicata pienamente soltanto dal 6 per cento dei Comuni italiani.
Ma non bastano norme e sanzioni per radicare una cittadinanza
responsabile. È necessario un investimento educativo, un’adeguata
considerazione dei beni comuni, una riscoperta del senso di comunità e dell’interesse
pubblico. Soltanto in tale modo possiamo superare questo deficit di
responsabilità.
Il nodo è anche etico: riguarda quell’etica che – come ricerca dell’autenticamente
umano – è corresponsabilità degli uni nei confronti degli altri,
rispetto e promozione del legame sociale che ci definisce come persone.

Un vigile del fuoco impegnato nello spegnimento
di un incendio in Calabria (foto ANSA/La Presse).
Per colmare questo deficit serve allora una grande mobilitazione delle
idee e delle coscienze, una mobilitazione che deve riguardare e coinvolgere
tutti, cittadini e istituzioni, laici e credenti. La saldatura di Cielo e
Terra, per un cristiano, deve tradursi anche come coscienza della sacralità
dell’ambiente, in quanto dono da custodire e arricchire, difendendolo da
aggressioni, razzie e distruzioni. Appiccare un incendio è, eticamente,
colpa molto grave, ma quando l’atto mette a repentaglio la vita di altri
esseri umani, non di colpa ma di peccato dobbiamo parlare.
La Terra è seriamente malata: l’uomo è la sua malattia, ma può anche
diventare il suo medico. Nello Stato indiano dell’Uttar Pradesh in un
solo giorno sono stati piantati dieci milioni di alberi, quegli alberi che
per tante civiltà, culture e religioni sono simbolo di vita, vita che
genera frutti, speranza, futuro. Quello che ci viene dall’India è uno dei
tanti esempi possibili. Sarebbe bello e utile se agli incendi criminali che
devastano il nostro Paese sapessimo prontamente rispondere – cittadini e
istituzioni, associazioni, scuole e parrocchie assieme – non solo con la
denuncia e con la rigorosa repressione, ma anche con una campagna
straordinaria di ripristino del patrimonio distrutto.
Il buon esempio e la buona volontà possono diventare stimolo per una
buona politica, capace di ascolto e di attenzione verso le persone e verso
la loro casa, che è il nostro territorio.