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di
Giulia Cerqueti, Alberto Furlanetto, Alberto
Laggia e Federico Polvara
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COSTUME
L'ITALIA VISTA DALLA STAMPA ESTERA E DALLE GUIDE TURISTICHE
SPAGHETTI
COUNTRY
Ci amano e
ci avversano: promosso il cibo e perfino il nostro modo di vivere, ma poi
prevalgono i soliti luoghi comuni e certi stereotipi a base di pizza,
mandolino e mafia.
Era il 26 luglio 1977: l’Italia attraversava i tempi oscuri
degli anni di piombo. E il settimanale tedesco Der Spiegel, per
rappresentare il Belpaese, spiattellava in copertina un piatto colmo di
spaghetti al sugo con sopra appoggiata una rivoltella. Spaghetti e malavita:
questa era l’immagine che l’Italia proiettava di sé all’estero.
Trent’anni dopo sembra che quella copertina non sia stata superata se,
a luglio 2006, in pieno fervore da mondiale di calcio, sempre Der Spiegel
attaccava gli italiani dando fondo agli stereotipi più inflazionati,
come quello di mammoni. Non ci è andato più leggero il Suddeutsche
Zeitung che, nell’inserto del 7 luglio 2006, mostrava in copertina un
italiano abbronzato in boxer stile "macho latino" con il
sottotitolo: "Italia, cos’è successo? Una volta eravamo
innamorati di te".

Una critica continua...
Se si trattava di tattiche di aggressione psicologica è andata male. Ma
passino gli asti in tempi di sfide calcistiche. Poche settimane fa, il 25
luglio, il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung,
indagando la realtà turistica del Belpaese, ha scritto che l’Italia sta
diventando sempre meno attraente per i turisti, puntando il dito contro il
ministero del Turismo che «era un baraccone utilizzato a fini clientelari
dai vari governi per distribuire incarichi, fino a quando i populisti ne
hanno ottenuto l’abolizione mediante il referendum del 1993». Altra nota
dolente: la politica del turismo lasciata alle Regioni che «agiscono
indipendentemente le une dalle altre e in modo tutt’altro che coordinato».
Eppure, se in Germania la stampa non ci ama, tutt’altra cosa si può
dire per la gente. «I tedeschi sono imbevuti di luoghi comuni sugli
italiani», osserva Roberto Giardina, dal 1986 corrispondente da Berlino per
Il Giorno, La Nazione e Il resto del Carlino, autore
tra l’altro di una Guida per amare i tedeschi, «ma si tratta di
pregiudizi in senso positivo: i tedeschi ammirano la nostra capacità di
arrangiarci e di cavarcela anche se siamo sull’orlo del disastro.
Attualmente a Berlino la nostra cultura è di moda, il 90 per cento dei
ristoranti è italiano; e la Germania ama studiare la nostra lingua».
Quel complesso di superiorità
Il tedesco, spiega Giardina, ha imparato a conoscerci e a distinguere tra
i politici e la gente. «Passata l’epoca in cui Berlusconi impersonava
tutti gli stereotipi, anche i più deleteri, dell’italiano medio, i luoghi
comuni su di noi sono stati attenuati in meglio». Prosegue: «Dopo la
riunificazione, la Germania si è riscoperta fragile, ha smesso di essere la
prima della classe in Europa; così ha dovuto mettere da parte la sua boria,
ed è diventata più indulgente nei giudizi su di noi. Quelli che davvero
sono arroganti verso l’Italia sono i francesi».
Qualche anno fa, il quotidiano parigino Le Monde, per criticare la
deriva dei tedeschi verso una dolce vita dove niente funziona e governa la
corruzione, scriveva che la Germania si è italianizzata. E i tedeschi lo
hanno preso come un complimento.
Per i germanici, aggiunge Giardina, l’Italia continua a essere meta
privilegiata delle vacanze: diminuito sulle spiagge, oggi il turismo tedesco
si muove verso le città d’arte, approfittando dei voli low cost che
collegano la Germania a molte città della Penisola. Ma se i tedeschi ci
ammirano, è vero che non ci stimano. «Hanno una passione per l’Italia;
ma la stima è un’altra cosa». Che poi è un po’ l’atteggiamento
comune degli stranieri verso il Belpaese.
Gli inglesi non amano le veline
Gli inglesi, ad esempio, adorano l’Italia per le vacanze. Ma a metà
luglio il quotidiano britannico Financial Times l’ha tacciata di
essere il Paese delle veline, dove, in Tv e nelle pubblicità, le donne
vengono sfruttate e mostrate seminude. L’italiano è ammirato all’estero
per l’eleganza impeccabile e il connaturato gusto estetico. A giugno il
quotidiano americano The Wall Street Journal definiva la «bella
figura» come un «codice non scritto del vestire radicato in una cultura
dove chiunque si sforza di fare una buona impressione». Ma lo stesso
quotidiano economico, in un’altra occasione, ha puntato il dito contro la
cattiva abitudine degli italiani a imbrogliare per avere successo.
Stigmatizzata perfino dalle guide turistiche per stranieri: A quick guide
to customs & etiquette scrive che «una costante preoccupazione del
popolo italiano è come aggirare il sistema cercando di trovare la strada
per scavalcare le leggi».
È nota l’adorazione degli americani per l’immagine idilliaca e di un’Italia
bucolica, il Belpaese delle colline e dei borghi pittoreschi, dove si mangia
sano e bene. Un mese fa il New York Times ha dedicato un entusiastico
reportage sulle trattorie casalinghe della Sicilia – concetto di
ristorazione sconosciuto negli Stati Uniti –, e ancora più di recente il
canale Tv Nbc ha consacrato l’arcipelago sardo della Maddalena, in
particolare Caprera, fra le venti spiagge preferite dagli americani, al pari
della brasiliana Salvador de Bahia e Maui nelle Hawaii.
Quanto alle grandi città, per il quotidiano di New York: «Milano non è
fatta per i turisti, e i suoi svaghi sono rivolti solo ai milanesi, esperti
nel fare – e spendere – denaro». E Venezia? Non è clemente il
quotidiano spagnolo El País, che consiglia di rifugiarsi nell’isola
della Giudecca per «fuggire da quel gigantesco parco tematico nel quale
Venezia si è trasformata».
Le guide turistiche per stranieri sono dispensatrici allo stesso tempo di
grandi lodi e di luoghi comuni: buon vino, cibo di qualità, serate di
allegria, sembra che l’accoglienza che riserviamo ai turisti sia di prim’ordine.
Peccato che la popolazione sia spesso vista unicamente «interessata al
calcio e al cibo». Non mancano riferimenti alla mafia e al banditismo –
in The Rough Guide to Italy si legge: «Nonostante l’omertà che
caratterizza gli italiani nei confronti del fenomeno mafioso, i turisti non
hanno da temere alcunché» – e denunce contro Napoli e le città del Sud,
descritte come «rumorose e sporche».
Ma spesso, una volta messo piede nello Stivale, il turista sfata gli
stereotipi: Eevaliisa Tanhuanpää, una signora finlandese amante
dell’Italia ammette: «Mi aspettavo che gli italiani parlassero
gesticolando molto, e che al Sud le donne di una certa età vestissero tutte
di nero. Evidentemente mi sbagliavo».
Maarten Van Aalderen vive da noi da 17 anni ed è corrispondente da
Roma per De Telegraaf, il principale quotidiano d’Olanda. «Ho
scoperto che gli italiani sono meno duri di noi olandesi. Qui da voi la
gente è molto meno rigida e più flessibile». E aggiunge: «Voi italiani
avete la tendenza a lamentarvi troppo del vostro Paese, a vedere tutto nero.
Vivete in una terra stupenda: cercate di esserne più orgogliosi».
Giulia Cerqueti
Alberto Furlanetto
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I LUOGHI
COMUNI SONO DURI A MORIRE
«È sconfortante il
livello medio delle guide straniere che parlano del nostro Paese:
scritte in fretta, in modo superficiale da chi, avendo vissuto un
mesetto in Italia, pretende di sapere tutto e sentenziare. Insomma, il
turismo ha massificato anche le guide abbassandone la qualità». Una
"bocciatura" mica da niente, visto da dove proviene: a
stroncare l’editoria che si occupa del Belpaese è Roberto Ruozi,
presidente del Touring Club Italiano, uno, che di guide turistiche se ne
intende come pochi.
- A leggere giornali e guide straniere
sull’Italia appare l’immagine di un Paese splendido, ricco di
storia, arte e natura; peccato, però, che ci siano anche gli
italiani, dediti solo al calcio e a mangiar spaghetti...
«Di luoghi comuni
è pieno il mondo. Ma noi facciamo poco o nulla per cercare di
cancellare quest’immagine. Anzi, non c’interessa proprio. Altri
Paesi, invece, organizzano massicce campagne di stampa, con molta
solidarietà nazionale, contro certe notizie negative nei loro riguardi».
- Ma si tratta di luoghi comuni che
attecchiscono o che lasciano il tempo che trovano?
«Mi pare che l’Italia,
con buona pace delle guide e delle campagne di stampa, sia ancora in
testa alla classifica dei Paesi più desiderati dagli stranieri.
Insomma, per fortuna, i turisti stranieri sembrano molto migliori delle
guide che hanno in mano. Non mi preoccupa, quindi, la pistola con gli
spaghetti in copertina».
- Cosa ci deve preoccupare, allora?
«La competitività
reale della nostra industria turistica e i numeri calanti delle presenze
in Italia. Se in questi anni, per esempio, i tedeschi scelgono altre
destinazioni rispetto al nostro Paese, soprattutto nel segmento del
balneare, non è certo perché qualcuno continua a dirgli che gli
italiani sono mafiosi, ma perché il rapporto qualità-prezzo non è
più competitivo come in passato».
- E le storiche guide del Tci?
«Le nostre guide
restano un unicum nel panorama editoriale, anzi, forse sono troppo sopra
il livello medio. E, come le vecchie Michelin, restano sì dei modelli,
ma perdono colpi, perché oggi va il modello alla Routard o alla Lonely
Planet, più di massa come il turismo attuale. D’altra parte fa Pil
anche questo, eccome».
Alberto Laggia
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NONOSTANTE
TUTTO L'ITALIA È DI MODA
È nato a Lecce, ma ha l’aspetto di un
dandybritannico, con il suo abbigliamento ricercato e il suo humour
garbato. E proprio in Inghilterra, Antonio Caprarica ha trascorso cinque
anni come corrispondente della Rai. In precedenza era stato in Russia,
mentre fino alla nomina di direttore del Giornale di Radiouno ci ha
raccontato tutto sui francesi, ai quali ha anche dedicato un libro, Com’è
dolce Parigi... o no? In questo suo peregrinare per il Vecchio
Continente si è quindi fatta un’idea molto precisa su come gli altri
popoli ci vedono.
«Senz’altro
i russi, perché ci somigliano moltissimo, anche nei nostri difetti,
come la sovrabbondanza orripilante della produzione normativa. Sin dai
tempi di Caterina la Grande si diceva che la Russia aveva tante leggi,
in modo da consentire alla gente di aggirarle più facilmente. È
quanto capita ancora oggi in Italia. I russi adorano il sole, il cibo,
la moda italiana e hanno sempre avuto una grande ammirazione per la
nostra cultura. Non è un caso che San Pietroburgo sia firmata quasi
interamente da architetti italiani. Ma sono attentissimi anche alle
nostre manifestazioni più frivole. Ricordo quando mi trovavo in
Afghanistan, nel 1988, su un carro armato sovietico. Un giovane
soldato, quando seppe che ero italiano, esclamò: "Barbarossa!".
Io risposi: "L’imperatore?". "No, il cantante".
Luca Barbarossa quell’anno arrivò terzo al Festival di Sanremo, un
appuntamento che i russi non si perdono per nulla al mondo».
«Dicono che siamo
colourfull, pittoreschi. Ma è anche vero che noi li consideriamo
eccentrici, quindi stiamo 1 a 1. Diciamo che siamo abbastanza
sconosciuti gli uni agli altri. Quando ero in Inghilterra, gli italiani
erano famosi per le "4 effe": food, fashion, football e
Ferrari. Anche loro apprezzano molto la nostra cultura e le nostre
bellezze naturali. Io sono un po’ preoccupato perché, dopo aver
"invaso" la Toscana, ora stanno "occupando" anche il
mio Salento. Non sopportano invece la nostra scarsa propensione a
rispettare le regole del vivere civile».
- Con i nostri "cugini"
francesi c’è sempre un rapporto di amore-odio?
«Sì. Cocteau
diceva che i francesi sono italiani di malumore. Con noi hanno un
rapporto contraddittorio: hanno una passione viscerale per tutto quello
che è italiano e al tempo stesso hanno verso di noi un insuperabile
senso di superiorità. Aveva ragione Agnelli quando diceva che i
francesi detestano perdere con chiunque, ma considerano insopportabile
perdere con gli italiani. Non apprezzano poi la nostra mancanza di senso
dello Stato».
- Più in generale, sono ancora forti
gli stereotipi sugli italiani?
«Sono fortissimi.
Nel 1998, in occasione del G8 che si svolse a Birmingham, fu chiesto ai
ragazzini delle scuole primarie di disegnare i simboli degli otto Paesi
che si riunivano: l’Italia era sempre rappresentata con la pizza. È
ancora molto forte poi l’associazione con la mafia e in generale la
criminalità organizzata. Gli altri europei sono molto colpiti dal fatto
che su larghe zone del nostro territorio la legalità sembra mancare. Ma
a parte questo, l’Italia è sempre più di moda, soprattutto grazie ai
nostri stilisti e alla nostra enogastronomia».
Eugenio
Arcidiacono
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MA CHE BEL
PORTALE, SIGNOR MINISTRO
Cinquantotto milioni di euro stanziati, di cui 35,9 già impegnati, e
tre anni di lavoro per creare un sito Internet: chi ha una conoscenza
minima della Rete farà un balzo dalla sedia, perché si tratta di una
cifra stratosferica. Non desta però troppa meraviglia sapere che si
tratti di denaro pubblico, destinato alla realizzazione del portale
www.Italia.it. Nelle intenzioni iniziali, il sito avrebbe dovuto
rappresentare un attraente biglietto da visita per il turismo italiano,
invogliando persone di tutto il mondo a conoscere e visitare il nostro
Paese. In realtà, il nuovo portale sembra studiato per ottenere l’effetto
opposto.
Già dalla presentazione alla Bit del febbraio scorso – durante la
quale il ministro Francesco Rutelli ci ha regalato un’imperdibile
performance in inglese, che ancora riscuote grande successo su YouTube
–, sono piovute centinaia di critiche da parte di blogger,
programmatori di siti e semplici internauti. Oltre agli aspetti tecnici
(un’impostazione strutturale già superata, la presenza di pesanti
animazioni che rallentano la navigazione e alcuni problemi di
accessibilità), i contenuti del portale – testi e immagini –
sembrano delle ricerche di geografia fatte da svogliati ragazzini della
scuola media. Diversi strafalcioni, alcuni testi in lingua estera
realizzati con traduttori automatici e collegamenti errati (ha destato
stupore un link all’Anas, nella sezione "Organizza i tuoi
viaggi", che portava al sito dell’Associazione nazionale
allevatori suini). Si salva l’estetica del portale, piuttosto
gradevole, ma la stroncatura è inevitabile alla luce del costo
faraonico richiesto per la realizzazione.
Dalle proteste in Rete è nato un sito, Scandalo italiano ( http://scandaloitaliano.wordpress.com),
che ha raccolto le numerose segnalazioni e ha promosso una petizione per
chiedere conto alla presidenza del Consiglio di come sia stato speso l’ingente
budget stanziato. L’istanza per ottenere accesso ai documenti è stata
respinta due volte, adducendo motivi formali, ma le cifre che giravano
in Rete sono state recentemente confermate dal responsabile della
comunicazione istituzionale del Governo, Lelio Alfonso. Il ministro dei
Beni culturali ha dichiarato che la versione definitiva del portale
sarà pronta per la prossima Borsa internazionale del turismo: speriamo
che per la seconda presentazione il suo inglese sia migliorato almeno un
po’.
Federico Polvara
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