Se non fosse per il luogo dove riceve le persone, una palestra
di yoga nel quartiere Aurelio di Roma e non le fantastiche ambientazioni
lussureggianti del Borneo, Bhai Hari Singh Khalsa, per gli amici Hari
Singh, potrebbe essere scambiato per Sandokan, il Robin Hood del mare della
Malesia, che i non più giovanissimi ricordano come amato protagonista di
uno sceneggiato di successo di oltre trent’anni fa.
Romano di nascita e di accento, ma convertito al sikhismo in giovane
età, il Kabir Bedi della capitale in realtà fa le cose sul serio e svolge
il non facile ruolo di rappresentante delle comunità indiane sikh in Italia
(circa 20.000) davanti alle autorità pubbliche, compito che gli era stato
affidato dal suo maestro spirituale in India diversi anni fa perché
preoccupato delle sorti di quei suoi connazionali che dal Punjab, regione
nordoccidentale dell’India dalla quale provengono i sikh, cominciavano a
cercare fortuna in Italia.
«Attualmente in Italia le persone provenienti dal Punjab sono circa
120.000», esordisce Hari Singh, «molte delle quali impegnate nell’allevamento
dei bovini, lavoro duro che non conosce festività di alcun tipo e che gli
italiani non vogliono più fare, al punto che un imprenditore del Nord mi ha
detto che senza i miei correligionari non esisterebbe più il Parmigiano
reggiano».
A Hari Singh rivolgiamo alcune domande sugli usi e le abitudini della
popolazione sikh in Italia, per cercare di capire un po’ meglio chi sono questi nostri discreti ospiti.
- Qual è il suo ruolo rispetto ai suoi correligionari?
«Qui a Roma faccio parte della Consulta delle religioni che fa capo al
Comune, con il quale abbiamo firmato un protocollo di intesa sei anni fa per
aiutare le minoranze religiose, compresa la nostra, a vivere la propria
identità in maniera dignitosa».
«Una cosa importante per chi viene da lontano è la possibilità di
praticare il proprio culto e non è facile trovare locali adatti a questo
scopo».
- Quali sono i fondamenti della vostra religione?
«Non esiste proselitismo, non c’è un’istituzione religiosa
ufficiale che rappresenti tutti i sikh o che in qualche modo detti le norme
per la pratica del culto, neppure in India. Un’autorità esiste però in
ogni Gurdwara, cioè in ogni tempio dove si prega, che si costituisce dove
ci sono almeno cinque sikh: è il libro sacro, il Guru Granth Sahib,
che viene conservato con estremo rispetto. Nel libro sacro riconosciamo lo
spirito del nostro fondatore, Guru Nanak Dev, che visse a cavallo fra il
1400 e il 1500. Ogni nucleo, ogni Gurdwara, ha una sua propria
organizzazione ed è autonomo nel suo funzionamento».
- Che funzione ha il Gurdwara?
«Ha principalmente una funzione di tipo religioso, è guidato da una
persona che ha l’autorità di leggere il libro durante le funzioni, che si
svolgono normalmente la domenica mattina. Inoltre c’è un comitato, una
sorta di organizzazione interna, che svolge e coordina attività di tipo
sociale a favore di tutta la comunità, a partire dalla semplice ma
importantissima socializzazione della nostra gente che, proprio a causa del
lavoro che svolge, risulta di fondamentale importanza».
«La stragrande maggioranza dei sikh in Italia lavora nelle stalle o
nella coltivazione dei campi e la solitudine si fa spesso sentire. Avere la
possibilità di comunicare con gli altri, parlare la propria lingua,
confrontarsi, riconoscersi e intrecciare amicizie diventa fondamentale per
vivere dignitosamente. Al tempio si può anche imparare l’italiano, un
lusso che a chi svolge mansioni di tipo agricolo è praticamente interdetto
e che invece la frequenza al tempio permette».
- Quali abitudini alimentari hanno i vostri connazionali?
«Siamo vegetariani, non mangiamo né pesce né carne né uova».
- E le donne quale funzione hanno nella vostra società?
«Siamo monogami, c’è un’assoluta parità tra uomo e donna. Le
nostre donne, se lo desiderano o se lo richiedono le esigenze familiari,
lavorano, spesso nei negozi di abbigliamento ma anche nelle campagne».
- Ci sono dei sikh che vivono e lavorano nelle zone urbane?
«È più facile trovare lavoro in campagna: i nostri, per quello che
riguarda Roma e le zone limitrofe, sono diffusi praticamente in tutto l’Agro
Pontino e devo dire che vengono cercati apposta per lavori di tipo agricolo,
per i quali sono molto apprezzati perché sono affidabili e instancabili.
Consideri poi che non creano problemi di ordine pubblico: per la nostra
religione non possiamo bere, fumare, fare uso di stupefacenti. Ma esistono
diverse persone che lavorano nel campo del commercio, che hanno pasticcerie,
panifici e altre attività».
- I sikh sono sempre riconoscibili dal turbante che portano in testa?
«Di regola un sikh battezzato con il rito apposito, l’amrit, deve
sempre portare i capelli coperti. C’è però una nuova generazione che
copre i capelli in modo meno appariscente, per esempio con un cappellino.
Questa tendenza si è sviluppata dopo il 2001, con gli attentati alle Torri
Gemelle, quando abbiamo cominciato a essere scambiati per talebani, con
relativi problemi di incolumità. Negli Usa addirittura alcuni dei nostri
sono stati ammazzati. Poi ci sono i problemi pratici, per esempio quando si
deve raggiungere il posto di lavoro nella campagna con la moto e in questo
caso non è facile mettersi il turbante e il casco insieme. Ma problemi ci
sono anche con il pugnale, che dobbiamo sempre avere con noi: non per
offendere ovviamente,