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Attualità.
di Fulvio Scaglione


MEDIO ORIENTE
CRISTIANI IN TERRA SANTA


TRA L'INCUDINE E IL MARTELLO

Nel 2008 monsignor Fouad Twal sarà il nuovo patriarca latino di Gerusalemme al posto di Michel Sabbah. «Solo con uno Stato palestinese forte ci sarà pace», spiega. «E anche noi staremo meglio».

Nato a Madaba (Giordania) nel 1940, già arcivescovo di Tunisi e presidente della Conferenza episcopale dell’Africa del Nord, monsignor Fouad Twal è dal novembre 2005 vescovo coadiutore di monsignor Michel Sabbah, patriarca latino di Gerusalemme. Ciò significa che nel 2008 sarà proprio monsignor Twal il nuovo patriarca dei latini di Terra Santa.

Monsignor Fouad Twal
Monsignor Fouad Twal (foto AP / La Presse).

Le esperienze passate (ha studiato nel seminario di Beit Jala, nei pressi di Betlemme; è stato parroco a Ramallah; ha per anni militato nella diplomazia vaticana) e quelle più recenti (un solo esempio: una sua cugina è suora nel convento di Gaza, assaltato durante la resa dei conti tra Hamas e Al Fatah) ne fanno un osservatore ineguagliabile del conflitto tra palestinesi e tra palestinesi e israeliani, e della difficile situazione dei cristiani in Medio Oriente.

  • Da molti anni si cerca di realizzare la strategia dei due Stati vicini e indipendenti, uno per i palestinesi e uno per gli israeliani. Ora corriamo il rischio di due Stati rivali solo tra i palestinesi. Un paradosso pericoloso…

«Siamo tutti preoccupati. Ma anche i fatti più recenti vanno inquadrati in prospettiva. Adesso tutti si precipitano a soccorrere Abu Mazen e Al Fatah, ma c’è da chiedersi perché non l’hanno fatto prima, quando il presidente era saldamente al potere. Abu Mazen è l’uomo più moderato che si possa immaginare, ma Usa, Europa e Israele l’hanno spinto verso elezioni che poteva solo perdere. I cristiani di Betlemme e Beit Jala vedevano il suo Governo incapace di risolvere anche un solo problema e così si sono detti: proviamo a votare per Hamas. Non perché siano fanatici e radicali come i militanti di Hamas, ma perché erano esasperati. È l’assenza di uno Stato palestinese forte a spianare la strada al caos e alle iniziative degli avventurieri più forti e spregiudicati».

Il patriarca Michel Sabbah con Abu Mazen.
Il patriarca Michel Sabbah con Abu Mazen (foto AP / La Presse).

  • Ma c’è anche chi pensa che uno Stato palestinese forte potrebbe avere l’effetto di emarginare ancor più i cristiani di Palestina...

«I musulmani palestinesi sono coscienti dell’importanza della comunità cristiana in Terra Santa. Sanno che il Vaticano è con noi, che l’Occidente ci guarda. Quando Benedetto XVI fece il discorso a Ratisbona, che a molti nel mondo islamico convenne distorcere per fini polemici, Hamas mandò i suoi soldati a proteggere le chiese 24 ore su 24. Non credo si debba avere paura di uno Stato palestinese. Se ci sarà un Governo forte vivremo tutti in pace, se non l’avremo sarà caos per tutti».

Una chiesa davanti al muro costruito dagli israeliani tra Gerusalemme e Betlemme.
 Una chiesa davanti al muro costruito dagli israeliani tra Gerusalemme
e Betlemme (foto AP / La Presse).

  • Hamas, in Europa e negli Usa, è quasi sinonimo di terrorismo, di kamikaze. È difficile fidarsi...

«Il terrorismo non ha giustificazioni. Mai. Ma tutta la violenza è da condannare. Anche un contesto che crea la disperazione totale è da condannare. Quando non c’è lavoro, non c’è futuro, non c’è dignità, è possibile, se non probabile, che ci siano reazioni selvagge, capaci di provocare tante vittime innocenti. Per fortuna sono ormai quasi due anni che non ci sono attentati suicidi».

Il convento di Gaza assaltato durante gli scontri tra le fazioni di Hamas e Al Fatah.
Il convento di Gaza assaltato durante gli scontri
tra le fazioni di Hamas e Al Fatah (foto AP / La Presse).

  • Grazie al Muro, però, dicono gli israeliani e non solo loro...

«È un brutto errore sostenerlo. È stata una decisione politica, perché finalmente i palestinesi si sono resi conto che la politica del terrorismo, oltre a essere atroce, andava anche contro i loro interessi, era perdente. In Israele vivono 1.300.000 musulmani con passaporto israeliano. Contro di loro il Muro non serve a nulla. O forse crediamo che tra loro non ci sia nessun fanatico o violento? In ogni caso, se crediamo che questa sia una soluzione, non resta che costruire muri ovunque c’è un problema o una crisi. Alla fine ci saremo fatti prigionieri da soli».

Un uomo di Al Fatah offre fiori a una suora a Gaza nel febbraio 2006.
Un uomo di Al Fatah offre fiori a una suora a Gaza
nel febbraio 2006 (foto AP / La Presse)
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  • E i cristiani?

«Siamo tra l’incudine e il martello. E i nostri punti deboli sono evidenti. Siamo pochi: il 2-3 per cento in Giordania, il 2 per cento nei Territori occupati. Siamo divisi: ci sono 13 Chiese cristiane, dunque io so che quando parlo non parlo a nome di tutti. E poi, certo, l’occupazione militare israeliana crea tante difficoltà all’attività pastorale. Faccio qualche esempio: abbiamo 12 preti palestinesi, che per muoversi hanno sempre bisogno di permessi. Trasferire un sacerdote è un dramma, dobbiamo prima scoprire se Israele gli permette di lasciare una parrocchia per un’altra. Il Patriarcato latino copre Giordania, Israele e Palestina, quindi tre frontiere e centinaia di check-point: il parroco francescano di Betlemme non può organizzare un pellegrinaggio al Santo Sepolcro a Gerusalemme; noi non possiamo fare un ritiro spirituale con tutti i sacerdoti a Gerusalemme. E così via. Ultima questione: l’emorragia di cristiani che scelgono l’emigrazione. A Gerusalemme i cristiani sono 8-10.000, tra 200.000 musulmani e 500.000 israeliani. Noi crediamo, predichiamo, gridiamo che la presenza in Terra Santa è una vocazione, una missione. Ma quando un padre di famiglia vede che per i suoi figli non c’è pace né serenità, la tentazione di partire si fa forte. Eppure siamo ottimisti, non perdiamo la speranza. E ogni gruppo di pellegrini che arriva ci dice che la Chiesa universale è con noi».


Un poliziotto palestinese di guardia 
davanti a una chiesa cattolica a Jenin (foto AP / La Presse).

  • Lei sente di avere qualcosa da chiedere ai cristiani d’Occidente?

«Nel gennaio del 2006 il Coordinamento delle Conferenze episcopali di tutto il mondo si è svolto qui e ha adottato le quattro "p". La prima è "preghiera": pregate per noi, la preghiera è un mezzo efficacissimo. Poi, "pellegrinaggi": venite a trovarci con fiducia. Cercate di andare anche a Betlemme, di comprare qualcosa nelle botteghe, di frequentare gli alberghi e i ristoranti, perché se l’agenzia, la guida e l’albergo sono israeliani, la comunità cristiana di Terra Santa non la vedrete mai. È un modo per sostenere concretamente i palestinesi cristiani, oltre che per rafforzare la fede alle radici della Chiesa madre. "Progetti": possono essere sociali, educativi, gemellaggi di parrocchie, adozione a distanza di seminaristi e studenti. A proposito di studenti: ne abbiamo più di 50.000 tra il Patriarcato latino e Custodia di Terra Santa. Dopo la vittoria elettorale di Hamas, Europa e Usa sospesero gli aiuti ai palestinesi. Risultato: 150.000 dipendenti statali rimasero senza salario e non poterono più pagare le rette scolastiche dei figli. Noi non ci siamo nemmeno sognati di lasciarli a casa. Il deficit non ha fatto che crescere, ma il Signore ci compenserà con le vocazioni. Infine, "pressioni": l’hanno inserita, questa "p", i cattolici americani, che sono 70 milioni e possono influenzare i politici che hanno fatto eleggere. In Europa è più raro, però si può fare almeno un’informazione corretta».

Fulvio Scaglione

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