Mestiere difficile, quello del papà. Prima gli è stato
rimproverato di essere assente, di delegare l’educazione alla mamma, di
preoccuparsi eccessivamente se non esclusivamente delle questioni materiali
(portare a casa lo stipendio) o di sé stesso (vedi le immodificabili
abitudini di uscire con gli amici o dedicarsi ai propri hobby, come quando
si era ancora single). Poi, quando le cose sono cambiate, anche il capo d’imputazione
è cambiato: il papà sarebbe diventato troppo amico, si sarebbe fatto
troppo "vicino" ai propri figli, perdendo in autorevolezza e in
capacità di trasmettere il senso del rispetto per le regole della vita.
Strattonato ora di qua ora di là, il papà del terzo millennio appare
ragionevolmente disorientato e anche un po’ frustrato, come chi ha tanta
buona volontà, ci mette impegno ed energie, ma non sa più che cosa è
giusto e che cosa è sbagliato. Orfani di padre e Il padre
spodestato sono i titoli di un romanzo e di un saggio usciti di recente
che fotografano con efficacia la situazione.
Mestiere difficile, quello del papà, si diceva. Eppure mestiere
necessario e insostituibile, come dimostra – ma non è certo la prima né
sarà l’ultima prova – un’indagine dell’Istituto Iard condotta su
8.000 giovani fra i 15 e i 34 anni: alla domanda: "Di chi vi
fidate?", la grande maggioranza ha risposto indicando la famiglia e in
modo particolare la figura del padre, quanto e più quella degli amici o di
altri rappresentanti pubblici o istituzioni sociali. Quindi è il caso di
rimboccarsi le maniche, di ritentare di stabilire un rapporto costruttivo,
positivo e corretto con i propri figli: papà di tutto il mondo,
riprovateci!
Pare di sentire la risposta: sì, ma come? Partendo da che cosa?
Ispirandosi a quali valori, riferimenti e modelli? Semplice: il punto di
partenza è qualcosa che ogni uomo porta dentro di sé, vale a dire l’istinto
paterno. Siamo abituati a parlare di istinto materno, molto meno del suo
corrispettivo maschile. Eppure è proprio dalla sua riscoperta che può
arrivare un orientamento fondamentale per l’educazione dei propri ragazzi,
come ricorda in maniera brillante lo psicologo e psicoterapeuta Osvaldo
Poli nel libro Cuore di papà. Lo stile educativo dell’uomo, allegato
al prossimo numero di Famiglia Cristiana.
Linus, il confronto con i genitori
"Non è semplice essere padre oggi, anche perché si rischia di
farsi travolgere dai sentimenti", dice Linus, popolare direttore
di Radio Dee-jay, papà di Filippo, 11 anni, e Michele, 4 anni. "Ho
sempre cercato di seguire l’istinto, sintesi dell’esempio che abbiamo
avuto dai nostri genitori e dei nostri progetti educativi. Confesso che, a
volte, mi sento un po’ debole, se mi confronto con i miei genitori, e
percepisco di avere un rap-porto di maggiore complicità, che rende anche
difficile assumere il ruolo del "cattivo". Eppure, nonostante
tutte le difficoltà, noto con sollievo che l’istinto paterno mi ha
permesso di far crescere serenamente Filippo e Michele: sono contento del
fatto che abbiano assorbito alcuni valori, primo fra tutti, quello del
rispetto degli altri".
Nella sua esperienza il conduttore ha osservato come padre e madre
tendano, quasi naturalmente, a distribuirsi i compiti educativi. "Mia
moglie segue maggiormente i nostri figli nel loro cammino personale e scolastico, io
invece sono il loro compagno di giochi, passioni, attività del tempo
libero. Ognuno ha la sua funzione, l’importante è guardare nella stessa
direzione per non mandare segnali contraddittori". Ad esempio, l’avreste
mai detto che il più grande, di 11 anni, non ha ancora il cellulare?
"Io e mia moglie abbiamo ritenuto giusto così", spiega Linus,
"e lui ha accettato. Credo che vivere nell’eccessivo agio non aiuti a
crescere: come io ho ottenuto quello che ho con il sudore, così vorrei che
fosse anche per loro".
Chechi, imparare dagli errori
Di un istinto paterno parla anche Yuri Chechi, "il signore
degli anelli", ex campione italiano della ginnastica, padre di Dimitri,
4 anni, e Anastasia, 2 anni. "Seguire l’istinto", dice Chechi,
"significa per me anzitutto imparare dagli errori, cercare di
migliorarmi continua-mente e soprattutto testimoniare con il comportamento
quello che voglio insegnare: in sostanza, cerco di mettere in pratica quello
che dico a parole".
Anche per l’ex campione esiste un modo maschile di educare, diverso da
quello femminile: "È un fatto genetico, naturale. Con mia moglie siamo
molto uniti nel voler insegnare alcune cose, ma noto che lei a volte si fa
"imbambolare", nel senso che tende a mettere sempre e comunque in
primo piano l’aspetto della dolcezza e della comprensione. Ora, io sento
di provare per i miei figli un amore incondizionato, mai provato prima, ma
proprio per questo mi impegno a dargli alcune regole, sulle quali non
transigo". Maestro, quando gareggiava, nello spostare sempre più in
là i traguardi da raggiungere, ora fa lo stesso con i suoi bambini,
esortandoli a dare sempre il meglio di sé. "Per me è stato così,
vorrei lo fosse anche per loro".