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Esiste una seduzione dell’intravedere che, se applicata ai
pieni e ai vuoti del tempo e della storia, produce effetti di struggente
smarrimento. È la sensazione che afferra chiunque capiti a Sovana, nel
cuore profondo e defilato della Maremma toscana, terra di cinghiali e
butteri, ma anche caposaldo scontroso dell’Etruria, bozzolo di una
civiltà antica, misteriosa, sfuggente; luogo dove in epoche remote si
sovrapposero e confusero gesta e tracce di Etruschi, Romani, Goti,
Longobardi, Saraceni e della più ambiziosa
La nonna del Merli, di nome Lisena, a cavallo fra le due grandi guerre
gestiva un’osteria e, mentre mesceva vino, vendeva anche sale, tabacchi,
valori bollati e chinino, a conferma di quanto Sovana, al pari di tutto il
Grossetano, fosse all’epoca soggetta al rischio del contagio malarico,
meglio noto allora come la temibile "perniciosa". Taverne e locande si intrecciano con la storia dei Merli da quasi 100 anni e Antonio rappresenta oggi, in quanto depositario dei ricordi di famiglia, la memoria storica della nascita e dell’evoluzione del turismo a Sovana, in quest’angolo di Toscana così accartocciato su sé stesso, nascosto tra anfratti di tufo e boschi di lecci, che non puoi capitarci per caso, ma solo per consapevole curiosità.
«La strada asfaltata è arrivata a fine degli anni ’60 e i primi flussi turistici, fatti di piccoli numeri, sono giunti poco più di mezzo secolo fa», rievoca Merli.
Delicata e fragile geometria «Motivate e per lo più straniere, giungevano persone colte, appassionate di archeologia e attratte dai tanti enigmi irrisolti degli Etruschi. Il turismo nazionale si è affacciato solo più tardi e con esso sono lievitati i numeri degli arrivi che, in alcuni periodi dell’anno, mettono in sofferenza la delicata e fragile geometria del borgo».
Sovana, adagiata su uno stretto e allungato pianoro di tufo, è un minuscolo agglomerato di antiche abitazioni, addossate sui due lati di un’unica strada che, partendo dai resti della rocca aldobrandesca, finisce in piazza del Pretorio e si sdoppia in due parallele che si allungano verso la cattedrale di San Pietro, dove un antico documento avverte che «da oltre 1.000 anni qui si raccolgono i cristiani che vivono nell’ampio territorio fra la via Cassia e la via Aurelia, fra il monte Amiata e l’isola del Giglio».
Il gioiellino del borgo è tutto qui, su un fazzoletto di terra
punteggiato di preziosità medievali che reclamano cure e protezioni:
Palazzo Bourbon del Monte; la chiesa di Santa Maria, con un raro Ciborio
preromanico, l’unico della Toscana; il Palazzo Pretorio; il Palazzetto
dell’Archivio e i ruderi della chiesa
Un immenso museo all’aperto «Il nostro territorio, vasto 176 chilometri quadrati, con 3.800 abitanti sparsi fra il capoluogo, nove frazioni, 30 borgate e un migliaio di casali isolati, è un immenso museo all’aperto: oltre a Sovana c’è Sorano con la fortezza degli Orsini, uno degli esempi più straordinari di architettura militare medievale; c’è Castell’Ottieri con i ruderi di una rocca quattrocentesca; c’è San Quirico Vitozza, uno dei principali insediamenti rupestri, ricco di circa 200 grotte-abitazione che ne fanno un po’ la Matera dell’Italia centrale; e tanto altro ancora».
Ma è la civiltà del tufo che aleggia tutt’intorno, con le cupe "tagliate" che incidono in profondità la roccia vulcanica, disegnando dedali e camminamenti di incerto e controverso significato. Sono antiche strade etrusche sovrastate da una cupola di fitta vegetazione che lascia filtrare lampi di luce umida e verde, in grado di creare suggestivi effetti cromatici sulle pareti dove si trovano nicchie o tracce di affreschi, immagini sacre abbastanza recenti o antichi simboli etruschi, come la croce uncinata del "Cavone" che rappresenta il sole ruotante, elemento di vita.
In prossimità delle vie cave si ramificano importanti necropoli: tombe scavate, decorate, corrose, fra cui spicca gigantesca e imponente l’Ildebranda, così chiamata in onore di Ildebrando di Sovana, che fu Papa con il nome di Gregorio VII, da tutti ricordato perché nel castello di Canossa costrinse l’imperatore Enrico IV alla nota umiliazione. Non lontano dalla Ildebranda c’è la tomba dei Demoni alati, scoperta nel 2005 e non ancora aperta al pubblico. Vi è raffigurata la statua del defunto che banchetta di fronte alla porta dell’Aldilà.
Se le pareti delle tagliate trasmettono un senso di vertigine per il loro precipitare scosceso, una cava di tufo stordisce per il suo consentire la discesa a cielo aperto nel cuore della roccia rosata.
Le cicatrici di antichi assalti Il tufo è dappertutto: dalle abitazioni ai sotterranei, dai bastioni con le cicatrici di antichi assalti ai cunicoli per le vie di fuga, dalle cantine dove si conserva al fresco il Rosso di Sovana ai colombari che occhieggiano sinistri a ogni svoltar di strada. «È un ottimo materiale da costruzione e regge bene gli urti sismici», dice Imolo Falchi, titolare della cava di Campimaglia, dove otto operai tagliano 9.000 blocchetti al giorno. E Davide Tonioni ha pensato di ricavare dalla pietra degli Etruschi piccole sculture. Nel suo laboratorio "Tufomania" nascono bassorilievi, tartarughe, colonnine, portacandele e vasi. Non c’è turista straniero che riparta da Sovana senza il suo pezzettino di roccia modellato da lui. NEL PROSSIMO NUMERO PACIANO
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