Il mio ricordo di
Luciano Pavarotti risale a quando gli andai dietro in Cina, era il 1986. Ne
conobbi il lato genuino, paesano, legato alle radici, in una personalità
straripante come la sua mole. Era già una multinazionale della voce, ma
usava il modenese come prima lingua; diceva: «al staga ben» salutando
i cinesi; mi confidò di sentirsi ancora un ragazzòl.
Eravamo in tanti ad andargli dietro, una specie di circo.
Tutto il Teatro dell’Opera di Genova, cantanti, orchestrali, tecnici; una
corte di amici modenesi che lo chiamavano Lucio; la famiglia intera, il
padre Fernando, la sorella Gabriella, la moglie Adua, le figlie Lorenza,
Cristina, Giuliana (Nicoletta Mantovani, la seconda moglie che gli darà la
quarta erede, non era ancora in vista). Li presentava con un affettuoso: «Tut
noénter». E in più due personaggi simbolo delle sue contraddizioni:
il cuoco genovese che gli cucinava manicaretti e il dietologo che lo aiutava
a dimagrire. Quando c’era scontro, vinceva il cuoco.
Pavarotti era arrivato a Pechino per interpretare La
Bohème e Turandot. Però sul posto gli fecero sapere che Turandot
non era gradita, perché «opera calunniosa del popolo cinese». Dovette
contentarsi della Bohème. Tutte le sere al Teatro Tinqiao
(Arcobaleno), i pechinesi si mettevano in fila di primo mattino e la metà
restava fuori, anche se il teatro era grandissimo. «Nei cieli bigi...»,
attaccava Rodolfo-Pavarotti, e a migliaia trattenevano il fiato; poi usavano
gli intervalli per applaudire, inchiodati alle sedie.
La Turandot censurata si prenderà presto la
rivincita. Hu Yaobang, il segretario del
Partito comunista cinese, invita il tenore a pranzo e gli propone un
concerto nell’Assemblea del popolo. In quel tempio della rivoluzione
maoista, con la stella rossa che incombe dal soffitto sui diecimila posti,
Pavarotti canta dodici romanze da spaccare la gola. Gli ultimi acuti
scoppiano sui tre «Vincerò» dall’aria "Nessun dorma" della Turandot
e il giorno dopo i ragazzi di Pechino cantano nelle strade: «Vin-ce-lò,
Vin-ce-lò». Quasi un assaggio di libertà.
Poi un giorno il monarca lascia la sua corte vociante e mi
concede udienza nella hall dell’albergo le "Colline profumate".
Strappa un foglio dal mio bloc-notes, ci scrive su INTERVISTA e se lo
appoggia al petto, per tener lontani cacciatori di autografi, mamme con
bimbo, amici modenesi, turisti di passaggio. A far da sentinella papà
Fernando, una vita da fornaio e una voce tenorile, che nella Bohème cantava
Ecco i giocattoli di Parpignol, però da dietro le quinte per paura
del pubblico: «Mio padre ha la voce più bella della mia, ma io ho la
faccia tosta, da bambino cantavo solo se c’era gente».
Parlammo della famiglia. La moglie Adua: «Una socia
essenziale. Non me la merito, noi cantanti siamo un po’ nervosi». Le
figlie: «Quando discutiamo, io parto perdente. Sono più mature di me. Un
artista non matura mai, resta un po’ infantile negli ardori e nei fervori».
Mi guidò dentro i segreti del suo mestiere, con la pazienza di quando era
maestro elementare. I fischi alla Scala, due anni prima, su una stecca nella
Lucia di Lammermoor: «Se succede a un altro ci passano sopra. A me
non si perdona, il pubblico mi accarezza e mi uccide». L’Otello è
proibito alla sua voce troppo chiara. I nove do incatenati della Figlia
del reggimento, «una follia giovanile»...
E poi le critiche: chi lo chiamava un istrione e chi un
iracondo: «Posso diventare furioso e arrogante, sì. Manessuno dirà che
non ho cuore...».
È scomparso un grande maestro, un grande cuore.