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Sommario.

 

 
Colloqui col padre.
di D.A.


IL DOLORE DI UNA MADRE PER IL RAGAZZO CADUTO IN UNA GRAVE FORMA DI SCHIZOFRENIA


MIO FIGLIO RIDOTTO A UNA LARVA


A 24 anni, mentre stava per laurearsi, i primi segni di un disturbo psichico. Nonostante le cure, arriva la grave malattia, irreversibile e insopportabile. È Dio che ha voluto tutto questo?

Caro padre, mio figlio, l’unico maschio, un tesoro di ragazzo, buono, intelligente, studioso, dal carattere mite e normalissimo, anche se un po’ chiuso... a 24 anni, mentre stava per laurearsi brillantemente in ingegneria, manifesta lievi segni di un disturbo psichico. Lo portiamo subito da uno psicologo, poi da uno psichiatra. Si aggrava a vista d’occhio, nonostante le cure. Proviamo con altri specialisti e nuove terapie, farmacologiche e non. Le proviamo tutte. Nulla da fare.

In pochi anni arriva una grave e, mi dicono, irreversibile forma di schizofrenia paranoide. Ma io non mi rassegno. Oggi mio figlio ha trent’anni. Lo tengo in casa, con una sorella e una badante; nelle migliori strutture non ha resistito due giorni. I farmaci, necessari perché potrebbe diventare pericoloso, più per sé che per gli altri, l’hanno ridotto a una larva. Io sono l’unica persona che, in sempre più rari momenti, riconosce. E allora mi dice: «Mamma, ti voglio bene». Per me è un grande conforto e una speranza. Ma poi, a volte, arriva anche la pugnalata al cuore perché aggiunge: «Mamma, quando viene la morte?».

Sento che soffre, terribilmente, e io ne muoio. È Dio che ha voluto tutto questo? Com’è possibile? Mio figlio aveva ereditato dal padre, perduto a vent’anni, una pervicace forma di ateismo. Però, nei primi tempi della malattia, ero riuscita, a fatica e con l’aiuto di una sua cara amica e compagna di studi, a riportarlo su un percorso di fede. Recitava già il Padre nostro, era quasi pronto per la confessione e la comunione, quando il male ebbe il sopravvento. Perché Dio nega a una sua creatura persino la possibilità di ritrovarlo? A volte mi sveglio nel cuore della notte, sento i lamenti di mio figlio e dico: «Dio, perché?».

Giuseppina - Napoli
  

Ho letto più volte la sua lettera e non ho trovato parole per alleviarle la sofferenza. So che in questi casi l’unica vera soluzione è farle un po’ di posto nel cuore perché possa sentire che altri condividono e partecipano alla sua fatica di mamma, che ogni giorno inizia il calvario insieme a suo figlio. Mi auguro che chiunque leggerà la sua lettera la porti nel ricordo, si senta unito a lei, e l’aiuti con la preghiera.

Al tempo stesso, so che non è possibile esaurire il mio intervento solo con una umana condivisione del suo dolore. C’è troppa ricchezza di vita perché la sua esperienza non insegni qualcosa a tutti noi. Lei si chiede dov’è Dio in questo momento della sua vita e della vita di suo figlio. Dio c’è, perché è sempre presente dove un innocente soffre. Non può essere lontano o insensibile al dolore di una creatura che è sua e che viene stroncata da un fatto che non ha cercato e voluto.

La domanda di morte che esce dalle labbra di suo figlio e che le trafigge il cuore, sembra un’eco delle stesse parole di Gesù nell’orto del Getsemani: «Se è possibile passi da me questo calice». Nessuno vuole la morte, ma tutti vogliamo che la vita non si consumi nella sofferenza. Quando l’incontriamo, diventa naturale rifiutarla e invocare la fine di questa progressiva distruzione. E se perdura viene spontaneo pensare all’"agonia" di Gesù. C’è un mistero di vita in questa notte che sembra ingoiare e annullare tutto. C’è il grido della natura che non vuole la sofferenza, perché non è fatta per soffrire. Ma c’è anche una voce di speranza nell’accettazione del mistero del dolore, che nel piano di Dio è l’inizio della salvezza.

Dio ha messo lei accanto a suo figlio per aiutarlo a portare un peso che stroncherebbe chiunque. E ripensando a quello che lei vive giorno e notte, vediamo che in quell’evento non c’è solo sofferenza, ma c’è la bellezza e la grandezza dell’amore di una madre che, passo passo, segue il figlio in questa via dolorosa. Se la sofferenza di suo figlio e le sue parole evocano l’immagine di Gesù nel Getsemani, l’amore che nasce dal suo cuore ci ricorda l’immagine della Pietà: una madre che tiene il figlio tra le braccia.

Per questo chi legge la sua lettera vede che nella sua vita si sta svolgendo un mistero di sofferenza, ma anche un mistero di amore. Fa toccare con mano quanto amore può nascere dal cuore di una madre. L’evento che lei sta vivendo insieme a suo figlio e che sembra immergere tutto nella notte della disperazione diventa invece per tutti noi un messaggio di speranza. In un mondo distratto da mille fatti che disperdono la vita nell’effimero, lei sta a dimostrare che il respiro della vita è l’amore. Suo figlio continua a vivere per la presenza di questo suo amore. Forse, Dio l’ha chiamata a questa missione, come ha chiamato Maria a condividere il suo disegno, che passa anche attraverso la via della croce.

In questa seconda settimana di settembre ricorrono due particolari feste liturgiche: l’esaltazione della croce e la Madonna addolorata. Lei e suo figlio state celebrando con la vita questi due momenti del mistero della salvezza. La comunità cristiana ha il dovere di accompagnarvi non solo con il ricordo e la preghiera, ma anche con gesti concreti di solidarietà. È questo il significato delle parole di san Paolo: «Portate il peso gli uni degli altri»; e delle parole che Giovanni Paolo II ripeteva spesso: «Dio ci ha affidati gli uni agli altri».

È il mistero del Corpo Mistico che si realizza nella concretezza della vita e che permette a ogni cristiano di essere vicino al fratello che cammina sotto il peso di una sofferenza che si rinnova di giorno in giorno. Dio si serve anche di noi per portare pace e fiducia nel cuore di questi fratelli, nel momento stesso in cui questi fratelli portano nella nostra vita l’esempio di un amore simile a quello del Cristo. Perciò la ringraziamo e le assicuriamo un posto particolare nel nostro cuore. E in quello dei lettori.

D.A.

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