Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
Attualità.
di Giulia Cerqueti e Roberto Zichittella


PERSONAGGI
IL GRANDE TENORE NEL RICORDO DI DON ANTONIO TARZIA


PAVAROTTI: CANTO ALLA VITA

Il cantante e il direttore del Giornalino erano amici da una decina d’anni. «Parlavamo spesso di argomenti religiosi, era un credente impegnato in una seria ricerca».

«Don, perché non mi vieni a trovare?». Una telefonata rapida, quattro parole e don Antonio Tarzia lasciava Milano per andare a trovare il suo amico Luciano. Una giornata strappata fra i tanti impegni di entrambi – i concerti in giro per il mondo per uno, un giornale da far uscire ogni settimana per l’altro – o, quando possibile, un intero week-end, nella casa di Modena o in quella di Pesaro fra le quali il grande tenore divideva la propria vita con la moglie Nicoletta Mantovani e la figlia di quattro anni, Alice.

«Lucianone...». Il direttore del settimanale per ragazzi Il Giornalino, seduto nel suo studio dei Periodici San Paolo, abbassa lo sguardo, commosso, e sospira nel ricordare con affetto l’amico scomparso il 6 settembre a 71 anni.

La conoscenza fra Luciano Pavarotti e don Tarzia era avvenuta una quindicina di anni fa. Poi, nel 1997, fu una tragedia familiare – la morte prematura del figlio di un comune amico – a farli ritrovare e avvicinare. «Il nostro rapporto nacque da un fatto di grande dolore», racconta don Antonio, «forse queste sono le amicizie più forti e durature».

Da allora, don Tarzia entrò a far parte della cerchia di amici più stretti di Pavarotti. «Ho battezzato la sua bambina, Alice», racconta, «e spesso partecipavo alle feste che organizzava a casa sua, anche quelle familiari più ristrette». Un prete e un amico: le due componenti non si scindevano e non si contrastavano. Un’amicizia nutrita da discussioni, lunghi e appassionati dialoghi perché, come ricorda don Tarzia, Pavarotti era uno spirito libero ma in continua ricerca, animato da una curiosità intensa. 

Luciano Pavarotti nella Tosca a New York nel 2004.
Luciano Pavarotti nella Tosca a New York nel 2004
(foto Ansa/La Presse).

«Durante i week-end che trascorrevamo insieme, rimanevamo svegli per intere nottate, fino alle 4 del mattino, a discutere di tutto, in particolare di temi religiosi, che a Luciano stavano a cuore. Ripercorrevamo la storia della Chiesa, che lui conosceva bene, nei momenti salienti del passato; discorrevamo del libero arbitrio, del dogma della verginità della Madonna, degli angeli. Luciano era un credente in seria ricerca». Il suo grande desiderio: incontrare il Papa. «Ogni volta che ci vedevamo mi diceva: "Dai Don, andiamo dal tuo amico Papa?", perché sapeva della mia conoscenza personale con Benedetto XVI dai tempi in cui era il cardinale Ratzinger».

Il bisogno degli amici

Del Pavarotti papà, don Tarzia ricorda un’affettuosità straordinaria per Alice, avuta in tarda età: «Anche quando teneva lezioni di canto in casa sua la seguiva dovunque con lo sguardo».

E poi c’erano gli amici, i più intimi, i più fidati, rapporti coltivati nel corso degli anni con generosità e amore immenso, con dedizione e confidenza. «Tutti i suoi amici, il gruppo del quale anche io facevo parte, erano legati a Luciano da un affetto profondo, tenero, semplice», racconta don Tarzia. Fra loro c’era il "Pannocia", da sempre chiamato così per i suoi capelli rossi da bambino e oggi da tutti così conosciuto; e poi Vando Veroni, il presidente della Reggiana. Spesso, quando andava a fare concerti per il mondo, Pavarotti portava con sé uno o due dei suoi amici.

«Dopo un’esibizione amava rilassarsi giocando una partita a briscola con loro. Gli piaceva giocare in coppia con me perché diceva che io avevo un aiuto dall’alto. E, spesso, vincevamo pure. Legato agli affetti e ai ricordi, quando faceva una partita con gli amici di sempre parlava in dialetto, anche se si trovava a Sydney o a Detroit».

A proposito della passione per le carte, don Antonio ripesca nella memoria un aneddoto: «Ogni anno, per Capodanno, Luciano, io e gli altri amici più stretti eravamo soliti andare in un hotel a Merano e lì, fra i vari svaghi, facevamo lunghe partite a carte. Sfide che, a volte, diventavano interminabili, perché, ogni volta che gli passavo una briscola, lui interrompeva il gioco intonando una romanza, quella che gli capitava, dalla Traviata o da un’altra opera, in segno di omaggio alla carta che gli avevo passato. In quei momenti lirici il giocatore si trasformava nel cantante, e guai a interromperlo; quando terminava l’esibizione riprendeva la sfida».

Quelle romanze improvvisate

«Una volta, durante una di queste partite», continua Tarzia, «ci siamo accorti che molti ospiti dell’albergo si erano appostati fuori della sala da gioco, seduti per terra, per godere di quei brevi, spontanei "concerti" che l’artista regalava con le sue romanze improvvisate».

Negli ultimi mesi Pavarotti si stava dedicando a un lavoro discografico per Famiglia Cristiana: una raccolta di musiche sacre, scritte per lui da monsignor Marco Frisina, che avrebbe dovuto eseguire inserendo duetti con Mina, nell’ambito di un progetto sulla storia del canto gregoriano. Ma ora, di questo lavoro, sono rimasti solo gli spartiti.

L’ultima volta che don Antonio ha incontrato l’amico è stata domenica 26 agosto, poco dopo l’uscita del tenore dall’ospedale per rientrare nella casa di Modena. «Era disteso in camera sua, la foto dei genitori sul comò davanti al letto e, sulla parete, un Crocifisso. Tempo fa gli avevo regalato una Bibbia miniata, che teneva sul comodino a Pesaro. Questa volta gli ho portato in dono olio e miele calabresi e un Vangelo con la copertina d’argento. Negli ultimi tempi, quando andavo a trovarlo, mi chiedeva: "Don, mi dai la benedizione?". Era un uomo saggio, sereno, ottimista. Della morte, la sua o degli altri, non aveva timore. Aveva dubbi, non paure. Il suo è sempre stato un canto alla vita».

Giulia Cerqueti
   
   

IL CANTANTE LIRICO CHE ERA MOLTO DI PIÙ

Alla fine, definire Luciano Pavarotti un cantante lirico sembrava quasi riduttivo. Il figlio del fornaio di Modena e dell’operaia della manifattura tabacchi era diventato personaggio, icona, figura popolarissima in tutto il mondo. Le sue esibizioni con i colleghi Domingo e Carreras nello spettacolo dei "Tre tenori", oppure con grandi star della musica pop come Sting, Zucchero, Bono, Celine Dion, Elton John e tanti altri, lo avevano reso il tenore più popolare del mondo, avvicinandolo a un pubblico che non aveva mai messo piede in un teatro d’opera. Si era esibito al Central Park di New York, nell’Hyde Park di Londra, nella sala dell’Assemblea del popolo a Pechino, sulla Piazza Rossa di Mosca, negli stadi di calcio. «Luciano cantava anche la musica leggera perché vedeva il bello in tutta la musica», dice di lui il regista Franco Zeffirelli.

«Ma oggi pochi si chiedono perché Luciano Pavorotti è diventato il "personaggio Pavarotti"», osserva il critico Elvio Giudici. Giudici è autore di un libro monumentale pubblicato dal Saggiatore. Si intitola L’Opera in cd e video, e con le sue 1.952 pagine della nuova edizione è un po’ la Bibbia dei melomani. Vi sono recensiti tutti i cd di opera presenti sul mercato. «Pavarotti sarà irripetibile come la Callas», dice Giudici, «grazie a una voce miracolosa, solare, luminosissima, subito riconoscibile. Domingo è un grande artista, ma se lo fai cantare con 50 tenori la sua voce si confonde fra le altre, con Pavarotti questo non succede mai. È un privilegio soltanto suo e della Callas». Il critico gli riconosce anche dei limiti. «Pavarotti non ha mai amato studiare i ruoli, era poco analitico e introspettivo, poi con gli anni il suo gusto si era deteriorato; tuttavia, sapeva colpire per la sua immediatezza e rapinosità vocale. Inoltre, anche quando aveva ormai raggiunto una stazza da peso massimo, non diventava mai ridicolo e a differenza di molti suoi più giovani e più magri colleghi non dava mai la sensazione del palo in mezzo al palcoscenico».

Per Elvio Giudici, la voce di Luciano Pavarotti resta legata soprattutto a tre celebri personaggi dell’opera.

«Direi il Nemorino dell’Elisir d’amore di Donizetti, il Riccardo del Ballo in maschera di Verdi e soprattutto il Duca di Mantova del Rigoletto. Qui Luciano Pavarotti non interpreta il Duca, ma "è" il duca. Davvero straordinario».

Roberto Zichittella


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