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«Don, perché non mi
vieni a trovare?». Una telefonata rapida, quattro parole e don Antonio
Tarzia lasciava Milano per andare a trovare il suo amico Luciano. Una
giornata strappata fra i tanti impegni di entrambi – i concerti in giro
per il mondo per uno, un giornale da far uscire ogni settimana per l’altro
– o, quando possibile, un intero week-end, nella casa di Modena o in
quella di Pesaro fra le quali il grande tenore divideva la propria vita con
la moglie Nicoletta Mantovani e la figlia di quattro anni, Alice.
«Lucianone...». Il direttore del settimanale per ragazzi
Il Giornalino, seduto nel suo studio dei Periodici San Paolo, abbassa
lo sguardo, commosso, e sospira nel ricordare con affetto l’amico
scomparso il 6 settembre a 71 anni. La conoscenza fra Luciano Pavarotti e don Tarzia
era avvenuta una quindicina di anni fa. Poi, nel 1997, fu una tragedia
familiare – la morte prematura del figlio di un comune amico – a farli
ritrovare e avvicinare. «Il nostro rapporto nacque da un fatto di grande
dolore», racconta don Antonio, «forse queste sono le amicizie più forti e
durature». Da allora, don Tarzia entrò a far parte della cerchia di
amici più stretti di Pavarotti. «Ho battezzato la sua bambina, Alice»,
racconta, «e spesso partecipavo alle feste che organizzava a casa sua,
anche quelle familiari più ristrette». Un prete e un amico: le due
componenti non si scindevano e non si contrastavano. Un’amicizia nutrita
da discussioni, lunghi e appassionati dialoghi perché, come ricorda don
Tarzia, Pavarotti era uno spirito libero ma in continua ricerca, animato da
una curiosità intensa. «Durante i week-end che trascorrevamo insieme, rimanevamo svegli per intere nottate, fino alle 4 del mattino, a discutere di tutto, in particolare di temi religiosi, che a Luciano stavano a cuore. Ripercorrevamo la storia della Chiesa, che lui conosceva bene, nei momenti salienti del passato; discorrevamo del libero arbitrio, del dogma della verginità della Madonna, degli angeli. Luciano era un credente in seria ricerca». Il suo grande desiderio: incontrare il Papa. «Ogni volta che ci vedevamo mi diceva: "Dai Don, andiamo dal tuo amico Papa?", perché sapeva della mia conoscenza personale con Benedetto XVI dai tempi in cui era il cardinale Ratzinger». Il bisogno degli amici Del Pavarotti papà, don Tarzia ricorda un’affettuosità straordinaria per Alice, avuta in tarda età: «Anche quando teneva lezioni di canto in casa sua la seguiva dovunque con lo sguardo». E poi c’erano gli amici, i più intimi, i più fidati, rapporti coltivati nel corso degli anni con generosità e amore immenso, con dedizione e confidenza. «Tutti i suoi amici, il gruppo del quale anche io facevo parte, erano legati a Luciano da un affetto profondo, tenero, semplice», racconta don Tarzia. Fra loro c’era il "Pannocia", da sempre chiamato così per i suoi capelli rossi da bambino e oggi da tutti così conosciuto; e poi Vando Veroni, il presidente della Reggiana. Spesso, quando andava a fare concerti per il mondo, Pavarotti portava con sé uno o due dei suoi amici. «Dopo un’esibizione amava rilassarsi giocando una partita a briscola con loro. Gli piaceva giocare in coppia con me perché diceva che io avevo un aiuto dall’alto. E, spesso, vincevamo pure. Legato agli affetti e ai ricordi, quando faceva una partita con gli amici di sempre parlava in dialetto, anche se si trovava a Sydney o a Detroit». A proposito della passione per le carte, don Antonio ripesca nella memoria un aneddoto: «Ogni anno, per Capodanno, Luciano, io e gli altri amici più stretti eravamo soliti andare in un hotel a Merano e lì, fra i vari svaghi, facevamo lunghe partite a carte. Sfide che, a volte, diventavano interminabili, perché, ogni volta che gli passavo una briscola, lui interrompeva il gioco intonando una romanza, quella che gli capitava, dalla Traviata o da un’altra opera, in segno di omaggio alla carta che gli avevo passato. In quei momenti lirici il giocatore si trasformava nel cantante, e guai a interromperlo; quando terminava l’esibizione riprendeva la sfida». Quelle romanze improvvisate «Una volta, durante una di queste partite», continua Tarzia, «ci siamo accorti che molti ospiti dell’albergo si erano appostati fuori della sala da gioco, seduti per terra, per godere di quei brevi, spontanei "concerti" che l’artista regalava con le sue romanze improvvisate». Negli ultimi mesi Pavarotti si stava dedicando a un lavoro discografico per Famiglia Cristiana: una raccolta di musiche sacre, scritte per lui da monsignor Marco Frisina, che avrebbe dovuto eseguire inserendo duetti con Mina, nell’ambito di un progetto sulla storia del canto gregoriano. Ma ora, di questo lavoro, sono rimasti solo gli spartiti. L’ultima volta che don Antonio ha incontrato l’amico
è stata domenica 26 agosto, poco dopo l’uscita del tenore dall’ospedale
per rientrare nella casa di Modena. «Era disteso in camera sua, la foto dei
genitori sul comò davanti al letto e, sulla parete, un Crocifisso. Tempo fa
gli avevo regalato una Bibbia miniata, che teneva sul comodino a Pesaro.
Questa volta gli ho portato in dono olio e miele calabresi e un Vangelo con
la copertina d’argento. Negli ultimi tempi, quando andavo a trovarlo, mi
chiedeva: "Don, mi dai la benedizione?". Era un uomo saggio,
sereno, ottimista. Della morte, la sua o degli altri, non aveva timore.
Aveva dubbi, non paure. Il suo è sempre stato un canto alla vita».
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