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È stato l’inglese la
lingua dominante alla 64ª Mostra del cinema di Venezia. Ma non per lo
strapotere di Hollywood o la presenza di star con relativi strascichi
modaioli. La verità è che i più bei film del Lido parlano anglosassone.
Con qualche eccezione. E tutti accomunati da un unico tema: il senso di
colpa. In tutte le sue forme.
Col più classico dei sensi di colpa, quello di una donna
sensibile e intelligente, ma così piena di sé da provocare l’infelicità
delle persone più care, si era aperto il festival: Espiazione è un
drammone inglese romantico e di bella fattura, nobilitato dalle
interpretazioni della giovane Keira Knightley e di una superba Vanessa
Redgrave, da premio. L’assenza di rimorsi e di freni morali è invece il
terreno su cui giocano la sfida i protagonisti di Sleuth, pellicola
per la quale Harold Pinter ha riscritto un copione degli anni ’70. Allora,
il giovane Michael Caine se la doveva vedere con l’anziano Lawrence
Olivier. Oggi i ruoli s’invertono e tocca al maturo Caine fronteggiare la
minaccia del rampante Jude Law. Più che un giallo è un duello tra
due attori eccellenti, ben orchestrato dalla regia di Kenneth Branagh. Un gradino più su si colloca Michael Clayton,
fortemente voluto dal divo George Clooney, capace di coniugare
spettacolo di prima qualità con una forte tensione morale. Al centro del legal
thriller l’avvocato faccendiere utilizzato da un noto studio legale
newyorkese per rimediare (con false verità) alle cause sporche di potenti
multinazionali. Finché persino quest’eroe stropicciato e pieno di
scheletri nell’armadio decide che è troppo: la corporation che non
ci sta proprio a perdere la causa sta infatti avvelenando l’ambiente e
migliaia di agricoltori. Cinema classico con uno stanco eroe nei cui panni
Clooney dà il meglio di sé. Convinto com’è che sia attraverso l’intrattenimento
che passa il messaggio: «Non devo certo scusarmi per come mi guadagno da
vivere. Non sono un testimonial», ha ribattuto a chi gli faceva notare il
contrasto tra l’impegno del suo cinema e gli spot girati, l’ultimo
proprio per una multinazionale come la Nestlè. «Ricordo che con i soldi
guadagnati con la pubblicità e con film di cassetta produco pellicole
libere e indipendenti e mi batto per i diritti umani. Per sostenere la causa
del Darfur finanzio una fondazione senza scopo di lucro, mica ho una corporation!». Le disavventure di un picciotto Nel filone di denuncia sociale, ma col tono graffiante e veritiero tipico del suo cinema, offre l’ennesima prova di coerenza il britannico Ken Loach. In questo mondo libero… narra la parabola di una ragazza-madre inglese, trentenne energica e ambiziosa, che reagisce al licenziamento dall’agenzia di lavoro interinale, subìto per non aver voluto palpeggiamenti, decidendo di non essere più vittima della flessibilità, ma di diventarne imprenditrice. Angie diviene un "caporale" che ogni mattina offre lavoro, per paghe da fame, agli immigrati disposti a tenere testa bassa e bocca chiusa. In una Londra che finge di non vedere, lei fa soldi nello stesso modo in cui li fanno gli altri: sfruttando. Amarissimo il bilancio: «Lo sfruttamento del lavoro e la sua flessibilità sono il cuore del sistema economico occidentale», osserva Loach. «Ma da un lato si predica che senza questa forza di lavoro sotterranea la nostra economia, di destra, non sopravviverebbe. Dall’altro i nostri politici, di destra, proclamano la necessità di espellere queste persone nel timore che, prima o poi, si ribellino alla schiavitù». A pensarci bene, non fa una grinza. È ancora senso di colpa, personale ma anche sociale, quello che pian piano pervade il protagonista dell’unico film italiano degno di nota nel concorso per il Leone d’oro: Il dolce e l’amaro di Andrea Porporati. Il bravo Luigi Lo Cascio, moderno picciotto, non conosce altro stile di vita che la violenza mafiosa. Fa carriera e arriva perfino a uccidere, lui che in fondo è una mezza tacca. Ma si ritrova a fronteggiarlo, come magistrato, proprio l’amico d’infanzia. Scopre poi che Cosa nostra, dopo averlo usato, è pronta a gettarlo via. E lui che, per il suo credo, aveva perfino perso la sola donna amata... Tardi per pentirsi? La mafia raccontata dal di dentro, con un’ottica minimalista che toglie tristemente ogni enfasi. Quell’ombra sulle coscienze Identico senso di spaesamento, pur se meno negativo, per Slimane, magrebino protagonista di La graine et le mulet del franco-tunisino Abdellatif Kechiche. Questo regista dalla straordinaria delicatezza racconta le vicissitudini di un sessantenne di origini tunisine, ma ormai francese stabilito a Sète, vicino Marsiglia, che cerca di riciclarsi come ristoratore dopo il licenziamento. Orpelli burocratici, difficoltà economiche, strisciante razzismo e una variopinta umanità sono gli ingredienti di un saporoso minestrone che getta sul piatto dei francesi, ma in generale di tutti noi occidentali, la poca voglia di integrarci davvero con chi è "diverso". «Volevo far emergere la quotidianità di una delle comunità franco-magrebine contro i luoghi comuni che marchiano i sei milioni di arabi che vivono in Francia», la provocazione di Kechiche. Un bel film che forse pochi vedranno, ma perfetto per la giuria di un festival. Salendo di tono, è la guerra l’ombra che oggi pesa di più sulle coscienze. O meglio le tante guerre, più o meno grandi, che sporcano di sangue i giornali, le Tv, la quotidianità di chi ne coglie a malapena gli echi dal proprio ipocrita rifugio. E guerra oggi vuol dire soprattutto Irak. È con questo fantasma che si misura l’americano Tommy Lee Jones, militare pensionato con un passato da duro in Vietnam, che si mette alla ricerca del figlio scomparso dopo il rientro dall’Irak. In the valley of Elah è il racconto di un’indagine sporca che porterà il buon americano a scoprire quale verminaio si annidi sotto la retorica del "portiamo la democrazia". Sommesso e dolente grido del regista Paul Haggis, che offre alla bella Charlize Theron, coprotagonista, un’altra buona prova. La verità spiegata agli americani Se la forma è essa stessa sostanza, nel cinema più che altrove, il film che più di tutti ha colpito per innovazione e denuncia è Redacted di Brian De Palma. Il pluripremiato regista di Gli intoccabili sembrava aver imboccato con Black Dahlia la via del comodo manierismo. Invece al Lido ha portato una pellicola unica, non sulla guerra in Irak ma su quello che le immagini redacted (cioè ripulite, censurate) raccontano di quella guerra. O, meglio, non ci raccontano. Ispirandosi alla storia dello stupro di una ragazzina irachena, poi uccisa assieme ai familiari a Samarra da parte di un manipolo di soldati Usa, De Palma sciorina false-vere immagini come se ne possono pescare sui blog di Internet, su YouTube o tra gli atroci messaggini inviati dai militari al fronte con i videotelefonini. Un’orgia di sangue e insensata violenza ritratta freddamente dai cristalli liquidi o dai contorni sottolineati dagli infrarossi. De Palma setaccia l’anima, le paure, i rimorsi di soldati che odiano e si lasciano odiare, ammazzano e si fanno ammazzare senza sapere perché. Con lo stesso sguardo freddo mostra poi il video di un soldato decapitato da terroristi islamici. Immagini, di qua e di là, che hanno il solo risultato di accecarci. «Credo che se agli americani arrivassero le immagini vere di quello che succede in Irak», commenta De Palma, «la gente reagirebbe proprio come fece per il Vietnam». «Non ho visto il film di De Palma ma non parlerei di coraggio», commenta amaro George Clooney. «C’è voluto coraggio per girare anni fa Good night, and good luck o Syriana. Ho subìto attacchi feroci, sono stato definito un traditore del mio Paese. Oggi che il 70 per cento degli americani è contro la guerra, non ci vuole coraggio. Basta il talento». Un aspro conflitto "alla russa" Allora ne ha da vendere, di coraggio e di talento, Nikita Mikhalkov. Il grande regista russo (amato da noi per titoli come Oci Ciornie con Marcello Mastroianni, Urga, Leone d’oro a Venezia, o Il sole ingannatore) si è tolto di dosso la naftalina e ha girato 12. Il titolo si riferisce al numero dei giurati chiusi nella palestra della scuola vicina al tribunale dove si è svolto lo sbrigativo processo a un ragazzo ceceno, accusato di aver ammazzato il padre adottivo, ex ufficiale dell’esercito russo. Tutto chiaro? Mica tanto. Un giurato si concede il lusso di dubitare. Un altro si aggrega. Tra i 12 si apre aspro il confronto. Ma "alla russa", non come abbiamo visto in tanti film americani. Ognuno finirà per tirar fuori la sua storia, le sue miserie, la sua umanità. Mentre l’abile regia teatrale scandaglia ogni piega dello scontro, crude e folgoranti immagini della guerra in Cecenia irrompono a spezzare l’atmosfera. Fanno intuire cosa debba aver passato quel taciturno ragazzo, ma anche cosa possa aver provato quel militare russo che ha finito per adottarlo. Lacerante. «La legge è al di sopra di tutto… Ma come si fa quando la pietà è al di sopra della legge?», le parole che Mikhalkov ha voluto sottolineare. «È un film importante per me e per la Russia, che oggi deve capire dove vuole andare e come». Sokurov, altro gran regista, aveva portato all’ultimo Festival di Cannes il suo personale grido contro la sporca guerra: Alexandra, storia di una volitiva ottantenne che si trascina a Grozny per far visita al nipote, ufficiale russo al fronte. Dove riesce a smontare la logica della guerra. La Cecenia è per i russi un incubo forse ancor più feroce dell’Irak per gli americani. E noi dovremmo guardare con più attenzione a questo sofferto travaglio.
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