Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

  

E alla borsa granaria
il mugnaio disse la sua

 
Attualità.
di Giuseppe Altamore


INCHIESTA
CAROVITA: CHE COSA SI NASCONDE DIETRO L'AUMENTO DEI CEREALI?



GRANO D'ORO

In pochi mesi il prezzo del frumento è raddoppiato e ogni settimana rincara di almeno 10 euro la tonnellata. Giochi finanziari e siccità gonfiano i listini. Ma alla fine chi paga?

Le notizie rimbalzano come un tuono dalla Borsa dei cereali di Chicago e di Parigi a quella di Milano. Si gioca con i future, sofisticati sistemi di pagamento, che stanno facendo impazzire il mercato mondiale del grano, che ha toccato quotazioni record in poche settimane, proprio mentre infuria la tempesta dei mutui americani.

Tabella: quei numeri che non quadrano.Con i prezzi del grano quasi raddoppiati in un anno, è scattato pure l’allarme delle associazioni di consumatori per gli aumenti del pane e soprattutto della pasta, ma anche di latte, formaggi, polli e carne, prodotti che risentono fortemente della crisi dei cereali utilizzati nella produzione dei mangimi. Per gli agricoltori, dopo anni di vacche magre, si profilano affari d’oro.

«Mah, dobbiamo ancora vederli questi quattrini in più», precisa subito Carlo Franciosi, imprenditore agricolo nel lodigiano e presidente del Consorzio agrario di Milano e Lodi. «Sarà difficile tornare ai tempi in cui mio padre cambiava un quintale di farina per un quintale di pane dal prestiné (panettiere), che aggiungendo acqua ricavava 20 chili di pagnotte da rivendere. Oggi, mio cugino, che fa il prestiné, non accetterebbe mai il baratto: è cambiato tutto, l’agricoltura non vale più niente».

Ma ora che il grano ha raddoppiato il prezzo... «È vero, è più caro», aggiunge Franciosi, «una tonnellata di frumento da panificazione costa oggi 273 euro, 27 centesimi al chilo, ma il pane da queste parti costa dai 3 ai 4 euro al chilo. In 20 anni la michetta (pagnottella milanese) è aumentata di oltre il 400 per cento, mentre il prezzo del grano, tranne nell’ultimo periodo, è sempre diminuito». Insomma, gli agricoltori non sembrano così soddisfatti e accusano gli altri operatori della cosiddetta filiera alimentare degli aumenti al dettaglio.

«Il prezzo del grano raggiunto in queste settimane in realtà è uguale al valore toccato all’inizio degli anni ’90», sostiene Ampelio Bucci, titolare di una grande azienda agricola da 400 ettari nelle Marche, dove coltiva grano duro di qualità elevata su una superficie di circa 150 ettari. «Come si spiega che a maggio abbiamo venduto a 130 euro alla tonnellata, con i prezzi in discesa, e poi di colpo le quotazioni sono impazzite?», si chiede l’imprenditore agricolo. «C’è una manovra delle grandi lobby mondiali che impongono le loro condizioni. Se un intermediario ha acquistato il frumento a maggio e poi lo ha rivenduto a settembre al doppio si è arricchito. Parliamo di milioni di tonnellate di cereali, che hanno fatto la fortuna di pochi», polemizza Bucci.

«Ma fino a un anno fa ci dicevano che non valeva la pena seminare, perché saremmo stati costretti a dare il raccolto invenduto ai maiali. Ora c’è già la corsa alla semina di nuovi terreni, siamo nelle mani di chi gioca in Borsa», chiarisce Bucci; «c’è chi guadagna tanto senza rischi, mentre a noi produttori rimangono solo le briciole. Mi fruttano molto di più i 26 ettari coltivati a vigneto che i 150 a frumento. Lungo la filiera invece c’è chi guadagna, e molto».

L’allusione è a chi trasforma il grano in oro. A cominciare dai mugnai. «Anche noi subiamo gli aumenti», chiarisce Tino Seragni, amministratore delegato del Molino Seragni di Rivolta d’Adda e commissario di listino alla Borsa granaria di Milano. «Aumenti di 10-15 euro a settimana non si sono mai visti. Già a fine giugno le previsioni erano pessime e in due mesi il rincaro è stato di ben 100 euro a tonnellata». Qualcuno vi accusa di "tirare acqua al vostro mulino"... «Vede, la situazione mondiale si sta complicando. I cereali non bastano più a soddisfare la richiesta che continua a crescere, perché indiani e cinesi, tre miliardi di abitanti, si sono messi a mangiare sul serio, mentre la superficie coltivata a frumento non è più espandibile, anzi è rosicchiata dalle colture destinate ai biocarburanti», spiega Seragni.

Il denaro e la farina

«Noi mugnai non possiamo rimanere senza scorte e siamo costretti a rincorrere la merce a qualsiasi prezzo. Poi c’è il problema delle scorte mondiali. Fino a non molto tempo fa c’erano le eccedenze, oggi addirittura siamo quasi alla fine delle scorte, si naviga a vista, sperando che il raccolto di novembre in Australia sia buono e abbondante».

Una congiuntura internazionale che sembra però influenzata da chi sa manovrare la finanza. «È certo che ci siano state delle speculazioni», conferma Seragni. «Negli Stati Uniti, complice la crisi della Borsa, molti hanno riversato milioni di dollari sulle materie prime, tra cui i cereali. A un certo punto è stato il denaro a rincorrere il grano. A luglio non riuscivamo a trovare frumento sufficiente per coprire il fabbisogno di settembre e alla fine l’abbiamo trovato alzando i prezzi». Il risultato è stato un rialzo immediato della farina che, a cascata, interesserà la pasta con un bel 20 per cento di rincaro.

«Adesso si scandalizzano gli alfieri della trasparenza, della concorrenza, della difesa del consumatore», tuona il bollettino settimanale del Mercato dei cereali. La verità è che «per fare la battaglia del grano almeno ci vuole la terra. Oppure compriamo sui mercati esteri», si legge sul bollettino. Come dire che l’Italia non riesce a sfamare i suoi quasi 60 milioni di abitanti, con un paradosso: l’Unione europea dà ancora un contributo di 400 euro a ettaro ai coltivatori per tenere a riposo il 10 per cento dei terreni coltivabili a cereali, mentre acquistiamo a caro prezzo all’estero.

Paradosso che si aggiunge a quello del prezzo del latte, la cui produzione è bloccata dalle famose quote. Il risultato è che importiamo pure questo bene di consumo primario, i nostri allevatori vengono retribuiti con 33 centesimi a litro, il consumatore lo paga al dettaglio 1,40 euro. Non è difficile capire chi guadagna e chi perde nel gran salto tra Chicago e il prestiné.

Giuseppe Altamore
   
    

RINCARI D’AUTUNNO, VOCE PER VOCE

Raffica di aumenti prevista in autunno: pane, latte, pasta, luce, gas, benzina, libri, treni, bollo auto, tasse locali... Il Governo minimizza e accusa le associazioni di consumatori che, parlandone, innescano i rincari. Per le associazioni invece l’esecutivo sbaglia a sottovalutare le speculazioni su prezzi e tariffe che costerebbero alle famiglie 702 euro.

Tabella.

   

LE PANNOCCHIE CHE FINISCONO NEI MOTORI

Sostituire l’oro nero con il carburante verde. Sembra questa la ricetta di molti Paesi per risolvere il problema energetico e ridurre le emissioni di anidride carbonica. Ma la produzione di nuovi combustibili ecologici rischia di innescare una competizione all’ultima pannocchia tra la produzione agricola destinata all’uomo e quella per le macchine.

A differenza del petrolio, la materia prima dei biocombustibili ha il vantaggio di poter essere coltivata. Dalle piantagioni di colza, girasole, soia e palma si ricavano gli oli da trasformare in biodiesel. L’etanolo, invece, si ottiene dalla fermentazione degli zuccheri contenuti nel mais e nella canna da zucchero. Con 13 miliardi di litri prodotti ogni anno, il Brasile punta su questa dolce pianta per promuove a livello mondiale l’uso di etanolo al posto della benzina. Mentre, l’anno scorso, gli Usa hanno bruciato un quarto del loro mais nei motori di auto ecologiche.

L’aumento della domanda ha fatto però innalzare così tanto il prezzo del granturco nel vicino Messico da provocare una vera rivolta per le tortillas, il cibo dei poveri diventato, di colpo, troppo caro. Sulla bilancia dell’alternativa verde non pesano solo i prodotti agricoli. È discutibile infatti il taglio delle emissioni di anidride carbonica che fanno apparire i biocarburanti la soluzione ideale al problema del riscaldamento globale. Serve altra energia durante il processo di trasformazione. Con il rischio di produrre tanta Co2 quanta se ne immette nell’atmosfera con i motori a benzina. «Si incentivano i biocarburanti indipendentemente dall’origine territoriale. Se non fossero defiscalizzati, la produzione non sarebbe oggetto di così grande interesse», afferma Stefano Masini, responsabile dell’Ambiente della Coldiretti. Sottolineando come «per tutti i prodotti agricoli si dovrebbero seguire delle politiche territoriali, in modo da non annullare i benefici con i costi del trasporto».

L’Italia è il terzo produttore di biodiesel in Europa, dopo Germania e Francia, con 43.400 ettari destinati a coltivazioni energetiche (soprattutto girasole e soia). Per produrre l’1 per cento di quanto serve a far muovere le nostre auto bisognerebbe coltivare 273.000 ettari di terreno. L’Unione europea punta a sostituire con i biocarburanti il 10 per cento del consumo interno entro il 2020. La produzione è destinata ad aumentare, non certo a vantaggio dell’ambiente.

Gioia Reffo


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