Le notizie rimbalzano come un
tuono dalla Borsa dei cereali di Chicago e di Parigi a quella di Milano. Si
gioca con i future, sofisticati sistemi di pagamento, che stanno
facendo impazzire il mercato mondiale del grano, che ha toccato quotazioni
record in poche settimane, proprio mentre infuria la tempesta dei mutui
americani.
Con i prezzi del
grano quasi raddoppiati in un anno, è scattato pure l’allarme delle
associazioni di consumatori per gli aumenti del pane e soprattutto della
pasta, ma anche di latte, formaggi, polli e carne, prodotti che risentono
fortemente della crisi dei cereali utilizzati nella produzione dei mangimi.
Per gli agricoltori, dopo anni di vacche magre, si profilano affari d’oro.
«Mah, dobbiamo ancora vederli questi quattrini in più», precisa subito
Carlo Franciosi, imprenditore agricolo nel lodigiano e presidente del
Consorzio agrario di Milano e Lodi. «Sarà difficile tornare ai tempi in
cui mio padre cambiava un quintale di farina per un quintale di pane dal prestiné
(panettiere), che aggiungendo acqua ricavava 20 chili di pagnotte da
rivendere. Oggi, mio cugino, che fa il prestiné, non accetterebbe
mai il baratto: è cambiato tutto, l’agricoltura non vale più niente».
Ma ora che il grano ha raddoppiato il prezzo... «È vero, è più caro»,
aggiunge Franciosi, «una tonnellata di frumento da panificazione costa oggi
273 euro, 27 centesimi al chilo, ma il pane da queste parti costa dai 3 ai 4
euro al chilo. In 20 anni la michetta (pagnottella milanese) è
aumentata di oltre il 400 per cento, mentre il prezzo del grano, tranne nell’ultimo
periodo, è sempre diminuito». Insomma, gli agricoltori non sembrano così
soddisfatti e accusano gli altri operatori della cosiddetta filiera
alimentare degli aumenti al dettaglio.
«Il prezzo del grano raggiunto in queste settimane in realtà è uguale
al valore toccato all’inizio degli anni ’90», sostiene Ampelio Bucci,
titolare di una grande azienda agricola da 400 ettari nelle Marche, dove
coltiva grano duro di qualità elevata su una superficie di circa 150
ettari. «Come si spiega che a maggio abbiamo venduto a 130 euro alla
tonnellata, con i prezzi in discesa, e poi di colpo le quotazioni sono
impazzite?», si chiede l’imprenditore agricolo. «C’è una manovra
delle grandi lobby mondiali che impongono le loro condizioni. Se un
intermediario ha acquistato il frumento a maggio e poi lo ha rivenduto a
settembre al doppio si è arricchito. Parliamo di milioni di tonnellate di
cereali, che hanno fatto la fortuna di pochi», polemizza Bucci.
«Ma fino a un anno fa ci dicevano che non valeva la pena seminare,
perché saremmo stati costretti a dare il raccolto invenduto ai maiali. Ora
c’è già la corsa alla semina di nuovi terreni, siamo nelle mani di chi
gioca in Borsa», chiarisce Bucci; «c’è chi guadagna tanto senza rischi,
mentre a noi produttori rimangono solo le briciole. Mi fruttano molto di
più i 26 ettari coltivati a vigneto che i 150 a frumento. Lungo la filiera
invece c’è chi guadagna, e molto».
L’allusione è a chi trasforma il grano in oro. A cominciare dai
mugnai. «Anche noi subiamo gli aumenti», chiarisce Tino Seragni,
amministratore delegato del Molino Seragni di Rivolta d’Adda e commissario
di listino alla Borsa granaria di Milano. «Aumenti di 10-15 euro a
settimana non si sono mai visti. Già a fine giugno le previsioni erano
pessime e in due mesi il rincaro è stato di ben 100 euro a tonnellata».
Qualcuno vi accusa di "tirare acqua al vostro mulino"... «Vede,
la situazione mondiale si sta complicando. I cereali non bastano più a
soddisfare la richiesta che continua a crescere, perché indiani e cinesi,
tre miliardi di abitanti, si sono messi a mangiare sul serio, mentre la
superficie coltivata a frumento non è più espandibile, anzi è rosicchiata
dalle colture destinate ai biocarburanti», spiega Seragni.
Il denaro e la farina
«Noi mugnai non possiamo rimanere senza scorte e siamo costretti a
rincorrere la merce a qualsiasi prezzo. Poi c’è il problema delle scorte
mondiali. Fino a non molto tempo fa c’erano le eccedenze, oggi addirittura
siamo quasi alla fine delle scorte, si naviga a vista, sperando che il
raccolto di novembre in Australia sia buono e abbondante».
Una congiuntura internazionale che sembra però influenzata da chi sa
manovrare la finanza. «È certo che ci siano state delle speculazioni»,
conferma Seragni. «Negli Stati Uniti, complice la crisi della Borsa, molti
hanno riversato milioni di dollari sulle materie prime, tra cui i cereali. A
un certo punto è stato il denaro a rincorrere il grano. A luglio non
riuscivamo a trovare frumento sufficiente per coprire il fabbisogno di
settembre e alla fine l’abbiamo trovato alzando i prezzi». Il risultato
è stato un rialzo immediato della farina che, a cascata, interesserà la
pasta con un bel 20 per cento di rincaro.
«Adesso si scandalizzano gli alfieri della trasparenza, della
concorrenza, della difesa del consumatore», tuona il bollettino settimanale
del Mercato dei cereali. La verità è che «per fare la battaglia
del grano almeno ci vuole la terra. Oppure compriamo sui mercati esteri»,
si legge sul bollettino. Come dire che l’Italia non riesce a sfamare i
suoi quasi 60 milioni di abitanti, con un paradosso: l’Unione europea dà
ancora un contributo di 400 euro a ettaro ai coltivatori per tenere a riposo
il 10 per cento dei terreni coltivabili a cereali, mentre acquistiamo a caro
prezzo all’estero.
Paradosso che si aggiunge a quello del prezzo del latte, la cui
produzione è bloccata dalle famose quote. Il risultato è che importiamo
pure questo bene di consumo primario, i nostri allevatori vengono retribuiti
con 33 centesimi a litro, il consumatore lo paga al dettaglio 1,40 euro. Non
è difficile capire chi guadagna e chi perde nel gran salto tra Chicago e il
prestiné.