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Grano d'oro

 
Attualità.
di Giuseppe Altamore


INCHIESTA
OGNI MARTEDÌ ALLE PORTE DI MILANO LE QUOTAZIONI SALGONO



E ALLA BORSA GRANARIA
IL MUGNAIO DISSE LA SUA


In un capannone industriale il rito delle contrattazioni tra i rappresentanti del settore che fissano il listino.

Alla periferia sud di Milano c’è un capannone come tanti, ma solo all’apparenza. In realtà è uno dei luoghi più "esclusivi" dell’hinterland. Per scoprire che cosa accade sotto l’ampio soffitto sorretto da travi in cemento prefabbricato è sufficiente pagare un biglietto d’ingresso da 25 euro. L’ambiente è simile a un parcheggio coperto con ai bordi una serie di piccoli box, un paio di metri quadrati ciascuno. Decine di uomini in giacca e cravatta formano innumerevoli capannelli e se non fosse per l’abbigliamento potrebbe essere una fiera del bestiame o una piazza di un paese del Sud Italia.

Frenetiche trattative, scambi di informazioni e poi la firma al riparo da occhi indiscreti in uno dei 100 box affittati dalla Camera di commercio ai grandi produttori di pasta, cooperative, molini, mangimifici, grossi commercianti. Ogni martedì si ripete questo rito antichissimo, che risale addirittura al Medioevo, quando le contrattazioni avvenivano in piazza Mercanti, nel centro di Milano. Alle ore 16 in punto, dopo lo scambio di informazioni informale, si riunisce ufficialmente la Borsa granaria in un’apposita sala. Attorno a un grande tavolo ci sono i mugnai, i produttori di cereali (pochissimi), quelli dei pastifici e dei consorzi agrari, e tanti intermediari, insomma i rappresentanti di tutta la cosiddetta filiera dei cereali.

Il presidente dà il via alle quotazioni con un colpo di martello su un ceppo di legno e incomincia a leggere voce per voce una lunga lista di cereali, frumenti di tutti i tipi, farine, sfarinati, risi, risoni, olio grezzo di soia delicitinata... «Frumenti teneri nazionali», grida il presidente. Qualcuno tra il pubblico risponde: «Più 10 euro, presidente». Dieci euro in più a tonnellata da una settimana all’altra. Più caro il grano duro da panificazione che, secondo gli umori del mercato, segna un più 15 euro. Va avanti così da un paio di mesi, da quando è iniziata la folle corsa dei prezzi dei cereali incominciata negli Stati Uniti.

Il peso dei mugnai

Nella sala ormai stracolma, ci sono i mugnai seduti a destra, mentre sulla sinistra trovano posto produttori, commercianti e quelli che trasformano il grano in pasta, pane e biscotti. Non sempre c’è accordo sul prezzo, anzi. Una voce di dissenso si leva a sinistra: «Ma lo capite che stiamo correndo dietro ai grani esteri; i grani duri italiani hanno solo 5 euro in più». La risposta dei mugnai non si fa attendere: «Lei a forza di picchiare sulle farine farà fallire qualcuno». E di rimando: «Ho una certa età e non ho mai fatto fallire nessuno...». Rincara la dose il mugnaio: «Lei non ha più neanche la vergogna». Alla fine il colpo di martello del presidente pone termine al duello sul ring delle contrattazioni.

Alla fine della frenetica seduta, mezz’ora in tutto, poche materie prime segnano un piccolo ribasso o non segnalano aumenti. Perde 10 euro la farina di pesce, mentre il cruschello rimane invariato. Per una settimana i prezzi fissati nel capannone della Camera di Commercio di Milano ad Assago, nella Borsa dei cereali di Bologna o in quella di Verona o Treviso detteranno legge. A dominare il mercato di farine o di frumenti ormai è la finanza, più che l’agricoltura. «Il vecchio commerciante di cereali è una figura in via di estinzione», racconta un operatore della Borsa granaria, «qui, come altrove, comandano i soldi. C’è chi acquista sulla carta milioni di tonnellate di grano in Australia e durante, il viaggio della nave, miracolosamente le quotazioni salgono e si ritrova con una fortuna». E alla fine paga il consumatore finale.

«L’allarme sull’aumento dei prezzi è ingiustificato, veniamo da 15 anni di prezzi stabili», spiega Enrico Ferrario, presidente dell’Associazione granaria di Milano. «Purtroppo, per il terzo anno consecutivo c’è più consumo in rapporto alla produzione e ormai le scorte sono ridotte a 55 giorni. Per fortuna, nel mercato globale abbiamo un raccolto ogni due o tre mesi e qualcosa potrebbe cambiare». Quali sono le cause dell’improvvisa impennata delle quotazioni del grano? «Ci sono ragioni climatiche, stagionali: la Francia ha raccolto meno e la siccità ha colpito duro anche in altri Paesi. Mentre negli Stati Uniti il mais per il biocarburante ha sostituito il frumento. Così sul mercato mondiale il prezzo è raddoppiato». E l’Italia ne subisce le conseguenze pagando un prezzo altissimo... «Il nostro è un Paese che importa la metà del proprio fabbisogno di grano tenero, per non parlare del grano duro», chiosa Ferrario.

Giuseppe Altamore
   
    

ATTENZIONE AL FATTORE "W"

Parlare dei prezzi della farina è un problema. Dipende dalla "W", che talvolta il consumatore può vedere nelle etichette delle confezioni vendute al dettaglio. W è un indice della capacità panificabile della farina, ovvero il volume che l’impasto con l’acqua può raggiungere. Più il valore W è alto e più la farina è buona. Fino a 170 W è scadente e può servire per fare i pasticcini, poiché assorbe circa il 50 per cento del suo peso in acqua. Oltre i 350 W la farina è ottima, poiché assorbe fino al 90 per cento del suo peso in acqua e ovviamente tutto ciò dipende dal grano. Una W alta è anche indice di una migliore qualità organolettica. Fra i due tipi di farina descritti la differenza di prezzo all’ingrosso può superare il 40 per cento e lo stesso vale per la semola di grano duro (con la quale si fa la pasta), che può essere scadente od ottima. Basta assaggiare diverse marche di pasta per capire se si tratta di grano scadente oppure no. Che senso ha, allora, parlare di prossimi rincari di pane e pasta fino al 20 per cento, perché i prezzi all’ingrosso del grano sono aumentati? Quale grano, quale farina, quale semola? Ditecelo, per favore, altrimenti non ha senso parlarne. E poi, come si fa a evocare i rincari quando il prezzo del grano incide il 12-15 per cento sui costi finali di pane e pasta? Al massimo possiamo giustificare un rincaro del 3 per cento!

Emanuele Piccari


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