Alla periferia sud di Milano
c’è un capannone come tanti, ma solo all’apparenza. In realtà è uno
dei luoghi più "esclusivi" dell’hinterland. Per scoprire che
cosa accade sotto l’ampio soffitto sorretto da travi in cemento
prefabbricato è sufficiente pagare un biglietto d’ingresso da 25 euro. L’ambiente
è simile a un parcheggio coperto con ai bordi una serie di piccoli box, un
paio di metri quadrati ciascuno. Decine di uomini in giacca e cravatta
formano innumerevoli capannelli e se non fosse per l’abbigliamento
potrebbe essere una fiera del bestiame o una piazza di un paese del Sud
Italia.
Frenetiche trattative, scambi di informazioni e poi la firma al riparo da
occhi indiscreti in uno dei 100 box affittati dalla Camera di commercio ai
grandi produttori di pasta, cooperative, molini, mangimifici, grossi
commercianti. Ogni martedì si ripete questo rito antichissimo, che risale
addirittura al Medioevo, quando le contrattazioni avvenivano in piazza
Mercanti, nel centro di Milano. Alle ore 16 in punto, dopo lo scambio di
informazioni informale, si riunisce ufficialmente la Borsa granaria in un’apposita
sala. Attorno a un grande tavolo ci sono i mugnai, i produttori di cereali
(pochissimi), quelli dei pastifici e dei consorzi agrari, e tanti
intermediari, insomma i rappresentanti di tutta la cosiddetta filiera dei
cereali.
Il presidente dà il via alle quotazioni con un colpo di martello su un
ceppo di legno e incomincia a leggere voce per voce una lunga lista di
cereali, frumenti di tutti i tipi, farine, sfarinati, risi, risoni, olio
grezzo di soia delicitinata... «Frumenti teneri nazionali», grida il
presidente. Qualcuno tra il pubblico risponde: «Più 10 euro, presidente».
Dieci euro in più a tonnellata da una settimana all’altra. Più caro il
grano duro da panificazione che, secondo gli umori del mercato, segna un
più 15 euro. Va avanti così da un paio di mesi, da quando è iniziata la
folle corsa dei prezzi dei cereali incominciata negli Stati Uniti.
Il peso dei mugnai
Nella sala ormai stracolma, ci sono i mugnai seduti a destra, mentre
sulla sinistra trovano posto produttori, commercianti e quelli che
trasformano il grano in pasta, pane e biscotti. Non sempre c’è accordo
sul prezzo, anzi. Una voce di dissenso si leva a sinistra: «Ma lo capite
che stiamo correndo dietro ai grani esteri; i grani duri italiani hanno solo
5 euro in più». La risposta dei mugnai non si fa attendere: «Lei a forza
di picchiare sulle farine farà fallire qualcuno». E di rimando: «Ho una
certa età e non ho mai fatto fallire nessuno...». Rincara la dose il
mugnaio: «Lei non ha più neanche la vergogna». Alla fine il colpo di
martello del presidente pone termine al duello sul ring delle
contrattazioni.
Alla fine della frenetica seduta, mezz’ora in tutto, poche materie
prime segnano un piccolo ribasso o non segnalano aumenti. Perde 10 euro la
farina di pesce, mentre il cruschello rimane invariato. Per una settimana i
prezzi fissati nel capannone della Camera di Commercio di Milano ad Assago,
nella Borsa dei cereali di Bologna o in quella di Verona o Treviso
detteranno legge. A dominare il mercato di farine o di frumenti ormai è la
finanza, più che l’agricoltura. «Il vecchio commerciante di cereali è
una figura in via di estinzione», racconta un operatore della Borsa
granaria, «qui, come altrove, comandano i soldi. C’è chi acquista sulla
carta milioni di tonnellate di grano in Australia e durante, il viaggio
della nave, miracolosamente le quotazioni salgono e si ritrova con una
fortuna». E alla fine paga il consumatore finale.
«L’allarme sull’aumento dei prezzi è ingiustificato, veniamo da 15
anni di prezzi stabili», spiega Enrico Ferrario, presidente dell’Associazione
granaria di Milano. «Purtroppo, per il terzo anno consecutivo c’è più
consumo in rapporto alla produzione e ormai le scorte sono ridotte a 55
giorni. Per fortuna, nel mercato globale abbiamo un raccolto ogni due o tre
mesi e qualcosa potrebbe cambiare». Quali sono le cause dell’improvvisa
impennata delle quotazioni del grano? «Ci sono ragioni climatiche,
stagionali: la Francia ha raccolto meno e la siccità ha colpito duro anche
in altri Paesi. Mentre negli Stati Uniti il mais per il biocarburante ha
sostituito il frumento. Così sul mercato mondiale il prezzo è raddoppiato».
E l’Italia ne subisce le conseguenze pagando un prezzo altissimo... «Il
nostro è un Paese che importa la metà del proprio fabbisogno di grano
tenero, per non parlare del grano duro», chiosa Ferrario.