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Sono i nomi e i volti del grande fiume, scelti tra tanti, ciascuno con la propria storia, autentici personaggi finiti in un video cinquant’anni dopo la celebre inchiesta televisiva Viaggio lungo la Valle del Po, alla ricerca dei cibi genuini realizzata per la Rai da Mario Soldati, che strappò dall’anonimato una certa Italia insieme con la sua gente laboriosa e schiva. Tutto è pronto per una replica di qualità. Mercoledì 26 settembre prenderà infatti il via "Alla ricerca del grande fiume": al tempo stesso un’avventura, una serie di appuntamenti culturali d’alto livello, un tuffo nell’enogastronomia e un evento mediatico. Centocinquantatré studenti dell’Università degli studi di Scienze gastronomiche, che ha sedi a Pollenzo, una frazione di Bra (Cuneo), e a Colorno (Parma), seguiranno il corso del Po, lungo 652 chilometri, dal Monviso all’Adriatico. Lo faranno parte in bicicletta e parte in nave per scoprire anche le realtà più nascoste.
Alla ricerca di saperi e sapori Il video citato all’inizio l’hanno realizzato loro. Saperi e sapori s’intrecciano, vengono selezionati, spiegati, condivisi. È una sorta di "taccuino filmato", utile traccia nel quotidiano dipanarsi di questo originale esperimento didattico che fino al 20 ottobre, in 24 tappe, porterà ragazzi e docenti ad attraversare quattro regioni (Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto), 13 province, 82 comuni. «L’idea è di Carlo Petrini (fondatore di Slow Food, geniale patron di Terra Madre e di tante altre cose ancora, ndr.)», spiega Alberto Capatti, rettore dell’Università degli studi di Scienze gastronomiche. «Nel dicembre 2006, in un meeting svoltosi a Nizza, in Francia, Petrini, noi docenti e gli studenti mettemmo a punto un primo progetto. Ovviamente fu bandita ogni tentazione di turismo. Decidemmo, invece, di studiare i prodotti, l’ambiente e le acque del Po preferendo l’indagine sul campo alle classiche lezioni in aula». Dai libri al buon cibo «Con il passare dei mesi abbiamo perfezionato i nostri obiettivi, reperendo i soldi necessari a finanziare l’impresa», prosegue il rettore Capatti. «Il programma finale coinvolge gli studenti del secondo e del terzo anno nonché alcuni iscritti ai master. Coniuga momenti di studio prettamente enogastronomico (dall’analisi delle tecniche di allevamento dei pesci alla produzione del culatello, giusto per citare due esempi) a momenti di cultura a più vasto spettro, come la riflessione sul ruolo avuto dai benedettini nel presidiare, tutelandolo, il territorio in cui costruivano i monasteri, riflessione che nella millenaria abbazia di San Benedetto in Polirone, a San Benedetto Po (Mantova), vedrà intervenire alcuni esperti, tra cui Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose». Non mancheranno inoltre appuntamenti con attori del calibro di Lella Costa e di Gérard Depardieu, o con cantautori (Francesco Guccini, Luciano Ligabue e Roberto Vecchioni). «Abbiamo deciso di offrire una visione d’insieme, multidisciplinare ma non per questo meno approfondita», interviene Silvestro Greco, docente di Produzioni animali all’Università degli studi di Scienze gastronomiche, coordinatore scientifico dell’Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare (Icram). «Anche per questo motivo abbiamo voluto sapere come sta realmente il Po, oggi». L’indagine è stata condotta da due società leader nel campo delle scienze ambientali, la Golder Associates e la Nautilus, coordinate da un comitato scientifico composto dai magnifici rettori delle Università di Torino, Venezia e Siena. «Il Po si conferma un sistema complesso, disturbato da tanto, troppo tempo», sintetizza il professor Greco, portavoce del comitato scientifico. «D’altronde nelle regioni bagnate dal grande fiume vivono quasi 16 milioni di persone, per tacere dei 4.188.000 capi bovini e dei 5.232.000 capi suini». «Quelle aree fruttano oltre il 38 per cento dell’intero Prodotto interno lordo italiano», precisa a sua volta il dottor Roberto Mezzalama, della Golder Associates: «Noi abbiamo analizzato la qualità delle acque, dei fondali, delle sponde e della fauna. I risultati relativi al primo punto offrono qualche speranza. Il moltiplicarsi dei depuratori ha effetti benefici. Preoccupano, invece, la presenza sul fondo, nei sedimenti, di metalli come il cromo, il cadmio, il piombo o il mercurio nonché di idrocarburi policiclici aromatici. E preoccupa il fatto che in tanti tratti il fiume è in realtà un canale, imbrigliato, senza più a fianco il necessario spazio per sfogarsi durante le piene. Tutto ciò limita fortemente la capacità di autodepurazione e mina la biodiversità». «Abbiamo anche analizzato gli affluenti nel momento in cui si buttano nel Po», prosegue il dottor Mezzalama. «Tra la Dora Riparia e la Dora Baltea sta meglio la seconda, ma entrambe stanno decisamente meglio del Tanaro, che si dimostra l’affluente messo peggio, seguito dal Lambro. Bene lo Scrivia, il Ticino, il Trebbia e il Taro. Così così l’Olona, l’Adda, l’Oglio e il Mincio». «Il viaggio e la ricerca intendono lanciare un messaggio»,
conclude il professor Greco. «L’Italia non può, non deve trascurare il
suo "cuore" idrico. Invertire la rotta, bloccando l’ulteriore
inquinamento delle acque e dei sedimenti, è un obiettivo a portata di mano.
I cosiddetti "contratti di fiume" che hanno stipulato con i vari
soggetti coinvolti la Regione Lombardia o alcune province (penso a quella di
Torino) vanno nella direzione giusta. Occorre agire. E agire insieme».
Alberto Chiara
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