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Presidente Moratti, è quello il suo modello? «Più che imitazione c’è similitudine di carattere e
di situazioni, anche allora eravamo abbastanza oppressi dalla superiorità,
calcistica e politica, di società più forti. Sembrava che l’unica
soluzione fosse schierare una squadra talmente forte che nessuno potesse
fermarla. Allora in più c’erano mio padre e Helenio Herrera, una coppia
formidabile». Perché oggi è così difficile metter d’accordo
tecnici e presidenti? «L’allenatore è colui che realizza i sogni e i
sacrifici del presidente; in una logica aziendale, com’è nel calcio di
oggi, ha responsabilità quando vince e quando perde. Io ne ho cambiati
tanti in momenti diversi del campionato, sono un esperto (ride).
Spesso è un errore, perché dai un alibi alla squadra. Il tecnico nuovo
dopo 15 giorni ti dice le stesse cose che diceva il predecessore. E lì
capisci che forse hai sbagliato». Però l’anno scorso un pensierino su Fabio Capello l’aveva
fatto... «Sì, ma a fine campionato. Era il tecnico che aveva
dimostrato maggior continuità nei risultati e noi non avevamo vinto. Poi
però ha prevalso la fiducia in Mancini, ampiamente ripagata».
«Sì, una squadra come l’Inter che inizia il campionato non può non puntare a vincere; in Champions è diverso, si gioca tutto in una partita, condurre in campionato aiuta psicologicamente ad affrontarla, ma l’obbligo di vincere in Coppa sarebbe presuntuoso».
«Chi non c’era per motivi seri e chi non aveva la squadra dice così e lo fa dire ai suoi amici. Io credo che avremmo vinto lo stesso, forse con meno punti».
«Alla fine hanno scoperto la Banda Bassotti. Questo ha dato senso al lavoro passato, non buttato, perché onesto».
«Il guaio è che non è affatto un giocattolo, ma è dispendioso».
«Non è bello che lo dica io, ma è così. Appigli razionali non ne trovo, anche se servirebbero a dar logica al tutto, mi giustificherebbero in questa passione».
«La mia fortuna è che non me lo ricordo mai ed è anche sfortuna perché poi... ti beccano. Certo, sarebbe importante limitarsi, per senso del ridicolo se non altro. È che a volte allo stadio prevale la passione».
«L’irregolarità esce dopo, non la cerco. Dal talento, sì, sono attratto. Quando compri un quadro scegli l’artista che ti resta in mente. Nel calcio il talentuoso regala il gesto che non si dimentica. So che c’è anche un equilibrio di squadra però, finalmente l’ho imparato (ride)».
«Un conto è perdere la pazienza in pubblico, altro è sapere che sei responsabile dell’uomo, del giocatore, della società. E allora cerchi di vedere la luce dove c’è per farla emergere. Adriano ha qualità fisiche e morali, ha avuto un momento di debolezza dovuto a problemi personali, bisogna insistere per riportarlo sulla strada giusta. Poi, è chiaro, perdo la pazienza come tutti, ma di più per le cose stonate e volgari che per le situazioni difficili».
«Lo siamo troppo...».
«All’inizio erano motivi economici: un mercato più ampio offre soluzioni più vantaggiose. Poi man mano la cosa è aumentata involontariamente, perché ogni volta tra due giocatori è capitato che per prezzo, per rapporti tra le società, per altre cose è stato più facile acquistare lo straniero. E poi c’è un mio modo di sentire che mi obbliga a fare questo errore: non sento la differenza. Mi rifaccio nel settore giovanile, dove investiamo molto su giovani italiani».
«Se sono molto bravi sì».
«Tutti giocatori che potevano partire».
«La Nazionale è il motivo per cui il calcio è popolare. Trovo strano che un giocatore rifiuti l’azzurro. Solo se sta male è giusto che rinunci perché fa danni sia alla Nazionale sia al club. Mi pare civile che in caso di infortunio in Nazionale la Federazione preveda una forma di risarcimento, com’è accaduto per Materazzi. Ma la Nazionale è troppo importante per i giocatori perché le società li mettano in condizioni di snobbarla».
«Ci sono interessi contrapposti. Ci vorrà spirito di sacrificio da parte di tutti: per dare il giusto spazio alle grandi squadre, garantendo non solo sopravvivenza ma buona vita alle piccole. Dovremo trovare un equilibrio tra noi, e poi ci sono le esigenze della Tv, più propensa a concedere contratti pesanti alle squadre che garantiscono più ascolti».
«Ibrahimovic, Ronaldo prima stagione, Suarez, Corso, la difesa della Grande Inter, più Zanetti. Per merito: Angelillo, Skoglund, Lorenzi. In porta: Sarti. Aiuto: chissà quanti ne avrò offesi!».
«Tutto, la persona, la calma, il buon senso, il sorriso,
la sua voglia di calcio trasparente e pulito, l’amico cui potevi dire cose
che non diresti a nessuno. L’onestà d’acciaio e dolcissima che ha
trasmesso ai suoi figli».
Elisa Chiari
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