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Attualità.
di Elisa Chiari


IL PERSONAGGIO
INTERVISTA AL PRESIDENTE DELL’INTER MASSIMO MORATTI


PADRE PATRON

«Non è un gioco, ma è dispendioso. Appigli razionali non ne trovo, in questa mia passione, in questo grande amore di famiglia. Ecco qual è la mia formazione di tutti i tempi».

«Moratti aveva il "coeur in man" e soprattutto era stanco di perdere. Per quanto costasse vincere, lui era disposto a spendere sempre più di tutti: e così ragionando, gli venne fuori una squadra di giorno in giorno più credibile».

Gianni Brera, 1975

 
Gioanbrera fu Carlo vedeva lontano, sì, ma non lontano come sembra qui. Quel Moratti era Angiolino, il padre di Massimo. Ma la somiglianza fa paura, quasi. E quell’Inter sarebbe diventata la Grande Inter del Mago Herrera.

  • Presidente Moratti, è quello il suo modello?

«Più che imitazione c’è similitudine di carattere e di situazioni, anche allora eravamo abbastanza oppressi dalla superiorità, calcistica e politica, di società più forti. Sembrava che l’unica soluzione fosse schierare una squadra talmente forte che nessuno potesse fermarla. Allora in più c’erano mio padre e Helenio Herrera, una coppia formidabile».

  • Perché oggi è così difficile metter d’accordo tecnici e presidenti?

«L’allenatore è colui che realizza i sogni e i sacrifici del presidente; in una logica aziendale, com’è nel calcio di oggi, ha responsabilità quando vince e quando perde. Io ne ho cambiati tanti in momenti diversi del campionato, sono un esperto (ride). Spesso è un errore, perché dai un alibi alla squadra. Il tecnico nuovo dopo 15 giorni ti dice le stesse cose che diceva il predecessore. E lì capisci che forse hai sbagliato».

  • Però l’anno scorso un pensierino su Fabio Capello l’aveva fatto...

«Sì, ma a fine campionato. Era il tecnico che aveva dimostrato maggior continuità nei risultati e noi non avevamo vinto. Poi però ha prevalso la fiducia in Mancini, ampiamente ripagata».

Massimo Moratti, 62 anni, presidente dell'Inter.
Massimo Moratti, 62 anni, presidente dell’Inter
(foto La Presse).

  • È vero che ha detto: «lo scudetto è un obbligo, la Champions un dovere?».

«Sì, una squadra come l’Inter che inizia il campionato non può non puntare a vincere; in Champions è diverso, si gioca tutto in una partita, condurre in campionato aiuta psicologicamente ad affrontarla, ma l’obbligo di vincere in Coppa sarebbe presuntuoso».

  • Un altro scudetto serve a non farsi più dire che l’ultimo era zoppo?

«Chi non c’era per motivi seri e chi non aveva la squadra dice così e lo fa dire ai suoi amici. Io credo che avremmo vinto lo stesso, forse con meno punti».

  • Un anno e mezzo fa il campionato sembrava Paperopoli: paperino, simpatico e perdente, il cugino col vento sempre in poppa, la Banda Bassotti. Cos’è cambiato davvero?

«Alla fine hanno scoperto la Banda Bassotti. Questo ha dato senso al lavoro passato, non buttato, perché onesto».

  • Dica la verità: avere una squadra rende o è un giocattolo dispendioso?

«Il guaio è che non è affatto un giocattolo, ma è dispendioso».

  • Perché lo fa, allora, per troppo amore di famiglia e di Inter, come dicono?

«Non è bello che lo dica io, ma è così. Appigli razionali non ne trovo, anche se servirebbero a dar logica al tutto, mi giustificherebbero in questa passione».

  • Da tifoso, le pesa guardare le partite con la telecamera puntata?

«La mia fortuna è che non me lo ricordo mai ed è anche sfortuna perché poi... ti beccano. Certo, sarebbe importante limitarsi, per senso del ridicolo se non altro. È che a volte allo stadio prevale la passione».

  • Si dice che abbia predilezione per i talentuosi un po’ irregolari. È vero?

«L’irregolarità esce dopo, non la cerco. Dal talento, sì, sono attratto. Quando compri un quadro scegli l’artista che ti resta in mente. Nel calcio il talentuoso regala il gesto che non si dimentica. So che c’è anche un equilibrio di squadra però, finalmente l’ho imparato (ride)».

  • A proposito: il caso Adriano. Ma lei la pazienza non la perde proprio mai?

«Un conto è perdere la pazienza in pubblico, altro è sapere che sei responsabile dell’uomo, del giocatore, della società. E allora cerchi di vedere la luce dove c’è per farla emergere. Adriano ha qualità fisiche e morali, ha avuto un momento di debolezza dovuto a problemi personali, bisogna insistere per riportarlo sulla strada giusta. Poi, è chiaro, perdo la pazienza come tutti, ma di più per le cose stonate e volgari che per le situazioni difficili».

  • Adriano non gioca in Europa, per la Uefa troppi stranieri: va bene chiamarsi Internazionale, ma senza Materazzi...

«Lo siamo troppo...».

  • Una scelta precisa, un accidente?

«All’inizio erano motivi economici: un mercato più ampio offre soluzioni più vantaggiose. Poi man mano la cosa è aumentata involontariamente, perché ogni volta tra due giocatori è capitato che per prezzo, per rapporti tra le società, per altre cose è stato più facile acquistare lo straniero. E poi c’è un mio modo di sentire che mi obbliga a fare questo errore: non sento la differenza. Mi rifaccio nel settore giovanile, dove investiamo molto su giovani italiani».

  • Ma poi trovano spazio?

«Se sono molto bravi sì».

  • All’estero, però. Quest’anno molti sono andati a giocare oltre confine...

«Tutti giocatori che potevano partire».

  • Per molti club la Nazionale è una "rivale", anche lei la vede così?

«La Nazionale è il motivo per cui il calcio è popolare. Trovo strano che un giocatore rifiuti l’azzurro. Solo se sta male è giusto che rinunci perché fa danni sia alla Nazionale sia al club. Mi pare civile che in caso di infortunio in Nazionale la Federazione preveda una forma di risarcimento, com’è accaduto per Materazzi. Ma la Nazionale è troppo importante per i giocatori perché le società li mettano in condizioni di snobbarla».

  • C’è tensione in Lega per i diritti tv tra piccole e grandi. Come la vede?

«Ci sono interessi contrapposti. Ci vorrà spirito di sacrificio da parte di tutti: per dare il giusto spazio alle grandi squadre, garantendo non solo sopravvivenza ma buona vita alle piccole. Dovremo trovare un equilibrio tra noi, e poi ci sono le esigenze della Tv, più propensa a concedere contratti pesanti alle squadre che garantiscono più ascolti».

  • Facciamo un gioco: troviamo l’11 nerazzurro più forte di sempre?

«Ibrahimovic, Ronaldo prima stagione, Suarez, Corso, la difesa della Grande Inter, più Zanetti. Per merito: Angelillo, Skoglund, Lorenzi. In porta: Sarti. Aiuto: chissà quanti ne avrò offesi!».

  • Il capitano, invece, è facile: Giacinto Facchetti. Che cosa le manca di lui?

«Tutto, la persona, la calma, il buon senso, il sorriso, la sua voglia di calcio trasparente e pulito, l’amico cui potevi dire cose che non diresti a nessuno. L’onestà d’acciaio e dolcissima che ha trasmesso ai suoi figli».

Elisa Chiari

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