![]() |
|
|
|
|
|
Il suo debutto
cinematografico avvenne nel 1961 con Il federale di Luciano Salce, ma
la sua intesa con il cinema nasce molto tempo prima, quando, mentre
frequenta il Conservatorio di Santa Cecilia, più che guardare un film lo
ascolta con orecchio critico.
Siamo nei primi anni del secondo dopoguerra e i momenti
liberi dallo studio Ennio Morricone li passa nelle sale cinematografiche di
Roma. Mentre gli altri spettatori seguono la vicenda, lui capta note
musicali, afferra timbri e risonanze, cercando un’ideale miscellanea di
suoni e rumori che sarà poi la caratteristica essenziale e l’arma
vincente delle sue composizioni. Il giovane Morricone intuisce subito che il
linguaggio del cinema è molto più vicino alla musica di quanto lo sia
quello della letteratura. Se questa con il cinema ha in comune il racconto,
la musica ne condivide il tempo, il senso del ritmo e l’armonia. In Musica e cinema nella cultura del ’900 (Sansoni),
Sergio Miceli – intimo di Morricone, con il quale ha scritto a quattro
mani Comporre per il cinema. Teoria e prassi della musica nel film (Marsilio)
– racconta come il compositore di tante colonne sonore fa il suo ingresso
nella settima arte entrando in sordina dalla porta di servizio. Il giorno
del diploma, felice per l’ottimo risultato conseguito, Ennio Morricone
torna a casa assieme a Goffredo Petrassi, uno dei suoi maestri, con il quale
è solito accompagnarsi per un pezzo di strada. Al neodiplomato – che sta
mordendo il freno, impaziente di gettarsi a capofitto nel lavoro – Petrassi
raccomanda invece di aspettare almeno un paio d’anni in fiduciosa
attesa. Qualcosa sarebbe successo. Una visione profetica? Fatto sta che
Morricone tergiversa per mesi e mesi, adattandosi a restare in un limbo di
semiclandestinità, con arrangiamenti eseguiti in maniera saltuaria e
lavoretti di ripiego. Sempre con la segreta speranza che l’illuminazione
di Petrassi risponda al vero. E così è, infatti. Anche se nascosto dietro
fantasiosi pseudonimi, il nome di Ennio Morricone comincia a
circolare nell’ambiente di cinema, radio, televisione, riscuotendo
lusinghieri apprezzamenti. Il primo western in carriera Dopo il successo di Il federale, che ne segna l’iniziazione ufficiale, Morricone continua la collaborazione con Luciano Salce (La cuccagna, La voglia matta, Le monachine), ma la svolta decisiva arriva nel 1963 con il western Duello in Texas, dello spagnolo Ricardo Blasco. Il western-spaghetti sta prendendo piede: fra gli Zorro spagnoli e le produzioni tedesche della Rialto Film, che ha acquistato i diritti di tutti i romanzi di Karl May, si fa strada il "made in Italy" e Duello in Texas figura fra questi. Ennio Morricone, alias Dan Savio, intuisce la potenzialità di quel genere contraffatto e si mette alla ricerca di uno stile originale, che nel film di Ricardo Blasco sfocia in una canzone interpretata da Dickie Jones, A Gringo Like Me, e in un pezzo di assolo per armonica. I produttori Arrigo Colombo e Giorgio Papi hanno in cantiere un altro western all’italiana, Per un pugno di dollari, e sottopongono le musiche di Duello in Texas al regista che avrebbe dovuto dirigerlo: Sergio Leone. Come musicista, Leone vorrebbe Angelo F. Lavagnino, perché il compositore che gli è stato proposto gli sembra "un Dimitri Tiomkin dei poveri", ma i produttori insistono e alla fine il regista accetta di incontrare Morricone. Sorpresa! I due si conoscono per essere stati compagni di scuola alle elementari, al "De la Salle" dei padri scolopi. Al vecchio amico ritrovato, Morricone fa ascoltare un brano che Papi e Colombo hanno scartato e che invece piace molto a Leone. Il motivo di fondo è recuperato, rielaborato, arrangiato e la fortunata colonna musicale di Per un pugno di dollari prende forma. Un autentico vulcano di idee Senza le musiche di Ennio Morricone il film, e il suo successo, non sarebbero stati gli stessi (lo ha ricordato Clint Eastwood, che ne fu il protagonista, consegnandogli proprio quest’anno l’Oscar alla carriera) e da allora la collaborazione con Sergio Leone continua in un susseguirsi di invenzioni tematiche e soluzioni strumentali del tutto originali, alle quali concorrono l’uso dello scacciapensieri e della chitarra elettrica, passando per fischi e vocalizzi. Autentico vulcano di idee, nel cinema Ennio Morricone è stato l’autore di una sperimentazione continua fatta di assonanze e acrobazie che hanno visitato ogni spazio musicale ed esplorato ogni terreno vocale. Ma sempre nel rispetto dell’armonia e del rigore melodico. Ha lavorato con i più grandi maestri (da Pasolini a Polanski, da Roland Joffé a Brian De Palma), ne ha impreziosito lo stile integrandosi nel loro mondo poetico, ne ha assimilato le tematiche arricchendone il modello espressivo con il suo gusto e la sua forte personalità. Nella sua fittissima filmografìa (oltre 400 titoli) figurano opere di ogni tipo e di ogni genere, tutte allineate sul tracciato di un comune denominatore intessuto di elaborazioni musicali di marca contemporanea eppure sempre ricche di riferimenti classici. Di fronte a una produzione così vasta, verrebbe subito da pensare che Morricone sia un uomo per tutte le stagioni, un camaleonte capace di adattarsi a tutte le richieste. È invece esattamente il contrario, perché la peculiarità di questo musicista adottato dal cinema è quella di saper cogliere i motivi nascosti contenuti in immagini mute che scorrono davanti agli occhi. È, probabilmente, la "maieutica" della musica, un’arte sopraffina che sull’esempio socratico ha consentito a Ennio Morricone di far emergere l’intima e segreta musicalità contenuta in scene e sequenze appena abbozzate. Enzo Natta
|