La domanda, rivolta
a Ennio Morricone un po’ a tradimento, durante la cena di gala per il suo
concerto alla Scala di Milano, sembra non coglierlo di sorpresa: «L’ho
già fatto, ascolti il mio arrangiamento nella fiction Cefalonia con
Luca Zingaretti, poi se vuole mi sappia dire che ne pensa...».
Proprio il mestiere di arrangiatore è il primo passo che
il più famoso dei nostri musicisti contemporanei ha fatto nel mondo della
musica leggera. Era la seconda metà degli anni ’50 e a Morricone capitò
di incontrare un Domenico Modugno ancora sconosciuto che gli fece
ascoltare una canzoncina intitolata La sveglietta. Ennio l’abbellì
con un arrangiamento magistrale e da lì nacque, negli ambienti della Rca,
la più potente multinazionale dell’epoca, il "fenomeno"
Morricone.
Lui, per la verità, alla musica dava del tu dall’infanzia:
figlio di un musicista, si iscrisse al Conservatorio di Santa Cecilia dove
ebbe maestro di composizione Goffredo Petrassi, ma allargò la sua
esperienza alla tromba, alla musica corale e alla strumentazione per banda.
Dopo il diploma cominciò, parallelamente, a occuparsi di musica leggera.
Gli arrangiamenti divennero la sua specialità. Chi ha lavorato con lui, a
quell’epoca, in via Asiago, sede di radio Rai, lo descrive riservato,
timidissimo.
Le collaborazioni con tanti big
Ma quando fa musica, c’è tutto da imparare dai geniali
interventi che spesso riempie di suoni anomali, come il rotolio di un
barattolo nella canzone omonima di Gianni Meccia, o lo
scacciapensieri; sua è la presenza discreta ma determinante in Sapore di
sale di Gino Paoli, e più tardi, la fortunatissima serie estiva
di Edoardo Vianello; una moda che, dagli anni ’60, è arrivata
integra sino ai nostri giorni, porta la sua "griffe".
Nel frattempo scrive per Mina Se telefonando con le
parole di Maurizio Costanzo. La sua funambolica genialità gli
consente di presentare, nel 1959, Le dodici variazioni per oboe d’amore,
violoncello e pianoforte e, nel 1960, di essere invitato alla Fenice di
Venezia con il suo Concerto per orchestra. Due anni dopo al Teatro
Ateneo di Roma Morricone presenta il Trio per violoncello e pianoforte alternando
grande musica e canzoni. Gli anni ’60 grondano di impegni e di gloria: Joan
Baez incide Here’s To You, la ballata di Sacco e Vanzetti;
la musica brasiliana, che poco ama le contaminazioni, lo chiama e Chico
Buarque de Hollanda incide con lui Per un pugno di samba ispirandosi
al titolo di uno dei suoi film più famosi.
L’eclettismo di Morricone non ha confini: nel 1979
dedica un omaggio ad Alexandros Panagulis con il disco Non devi
dimenticare, nel quale compaiono, magicamente, le voci recitanti dello
stesso Panagulis, Pier Paolo Pasolini, Adriana Asti e Gian
Maria Volonté.
Il suo successo non conosce confini: negli Usa, come nel
resto del mondo, è il musicista italiano più famoso. Alle canzoni e alle
colonne sonore alterna il ruolo di promotore e animatore del gruppo di
improvvisazione "Nuova consonanza"; compone con una facilità
persino spiazzante opere eseguite in concerto come Immobile, Requiem,
Bambini nel mondo, Cantata per l’Europa.
Scrive per Zucchero Libera l’amore che
appare nell’album Oro incenso e birra, e l’avanguardia jazz
statunitense gli tributa omaggi con musicisti come il sassofonista John
Zorn, mentre ancora oggi Bruce Springfield apre i suoi concerti
con le celeberrime battute di Per un pugno di dollari. Persino i
rapper si impadroniscono della sua musica.
Nessun feeling con il Festival
Morricone, insomma, è un mito nei cinque continenti
perché riesce ad abbattere quelle barriere che, da sempre, dividono la
musica colta dalle canzonette. Popolare e allo stesso tempo
"popolano" nello stile, soprattutto quando usa suoni ottenuti con
oggetti che appartengono al nostro quotidiano, non ha mai avuto un feeling
con il Festival di Sanremo. Nel 1999 lo "coinvolgono" a far parte
della giuria di esperti: è un buon Festival presentato da Fabio Fazio e
Laetitia Casta, come ospite arriva persino il premio Nobel Renato Dulbecco.
Vince Anna Oxa con Senza pietà, ma le canzoni ce le
dimentichiamo subito. Forse è per questo motivo che, quando per l’edizione
del 2004 la Rai chiede a Morricone di diventare il direttore artistico del
Festival, lui rifiuta: «Non mi va di stare dietro alle beghe degli editori
e non ci capisco niente di canzoni!».
Paradossale? Forse, ma anche profetico: quell’edizione
si rivelerà la peggiore degli ultimi anni. E poi per il futuro premio Oscar
c’è il cinema, il grande cinema che ormai fa parte della sua vita.
Ma questa è un’altra storia.