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Non sarebbe affatto dispiaciuto a Gianfranco Fini, leader di Alleanza Nazionale, di partecipare alle elezioni primarie per un nuovo partito unitario del Centrodestra. Per uno che ha affrontato quasi tre scissioni pur di andare avanti verso il suo ideale di una destra moderna, democratica e centrale, sarebbe stato il coronamento di un sogno: «Lo sforzo di aggregazione di chi sta lavorando alla nascita del Partito democratico va guardato con grande rispetto», spiega Fini in questa intervista con Famiglia Cristiana.
«Per chi come me crede nel sistema bipolare, tutto quello che semplifica
e aggrega è positivo. Non è un mistero che nel Centrodestra mi sono speso
in più occasioni a favore del passaggio da una semplice alleanza alla
costruzione di un partito unitario. Ma Silvio Berlusconi si è concentrato
di più sulla "spallata" al Governo di Romano Prodi, aprendo però
la porta a una federazione come primo passo verso il partito unitario e già
questo mi pare un discreto inizio. Però, quando torneremo a votare non
sarà sufficiente dire: "Guardate cosa ha combinato Prodi". Sarà
doveroso presentare un progetto che non può essere la semplice
riproposizione del patto con gli italiani». «Semplice necessità politica di aggiornare la proposta con contenuti
nuovi. Io ci sto provando con la Fondazione che ho messo in moto,
introducendo elementi di novità, per non giocare solo di rimessa. Nel Paese
c’è un’ondata di rifiuto della politica e delle istituzioni politiche
impressionante cui bisogna dare risposte. Il "vaffa" di Beppe
Grillo non è liberatorio, è una gogna e, rispetto a questo, la risposta
non deve consistere nei soli annunci, ma nell’adozione di terapie efficaci
che non siano la sola diminuzione degli stipendi o la riduzione dei voli di
Stato». «Noi abbiamo avviato un’iniziativa comune con il ministro Antonio Di
Pietro che prende il toro per le corna. C’è da rispettare la Costituzione
che prevede adempimenti precisi per i partiti, i sindacati, la Confindustria
che non sono mai istituiti, e ciò riguarda i doveri di trasparenza, di
democrazia». «La qualità della vita, soprattutto, l’ambiente. Un sistema fiscale
fondato sull’introduzione del quoziente familiare. Una politica per la
sicurezza basata sulla certezza della pena e sulla responsabilità
personale. Una politica dell’integrazione basata sulla discriminazione
positiva: entra soltanto chi riconosce i valori della casa che lo ospita. E
un grande sostegno alla ricerca e all’innovazione tecnologica». «È vero, prima ci liberiamo di questo Governo meglio è per l’Italia.
Si deve andare subito a votare in caso di crisi». «Il Paese non si può permettere periodi confusi o fasi di decantazione.
Ora Berlusconi è chiaro su questo punto». «Io questa legge l’ho subita, ma non si può dire: "Finché c’è
questa legge elettorale non si può votare"». «I problemi posti dal presidente si possono risolvere cancellando una
riga se ci si riferisce all’ingovernabilità al Senato. Ricordo che il
premio di maggioranza su base regionale, che è la causa dell’instabilità
al Senato, fu introdotto su richiesta del Quirinale. Diverso è se si
contesta l’impianto della legge, ivi compresa l’impossibilità di
scegliere il deputato. Però qui la mia posizione è chiara: ho firmato il
referendum. Quanto alle preferenze, ricordo che in alcune zone italiane
40.000 preferenze le prendi soltanto se sei aiutato dalla mafia». «Perché no? È un’ipotesi, ma ce ne sono altre per tornare a un
rapporto diretto fra elettore ed eletto. La legge elettorale non è un
valore di per sé, deve essere in sintonia con il sistema politico; deve
garantire la rappresentatività e la governabilità. È necessario che chi
raccoglie lo 0,9 per cento degli elettori entri in Parlamento? Questa è
degenerazione della rappresentatività. E allora basta una soglia di
sbarramento seria, insieme a un premio di coalizione per garantire la
governabilità». «A me dà fastidio tutto ciò che è scarsamente intelligente. Nei
cinque anni del nostro Governo la Lega ha sottoscritto con noi una
Costituzione che tutto si può definire fuorché antinazionale. Impariamo a
distinguere fra propaganda e politica. La Padania non esiste, la Catalogna
sì». «Ma anche con lui c’è questa intesa». «Non guardiamo le cose in superficie. Ci sono stati in passato alcuni
momenti nei quali insieme con gli amici dell’Udc sostenevamo alcune cose
come la giustizia sociale, l’identità nazionale che la Lega non
avvertiva. E ci sono stati altri momenti, a partire dalla legge elettorale,
nei quali tra me e Casini la distanza è stata tanta e lo è anche ora.
Negli ultimi tempi non ho condiviso la sua volontà di creare un
Centrodestra che partisse dal problema di Silvio Berlusconi». «Quando si è in presenza del capo di un partito che prende il 25-30 per
cento dei voti, di cosa si discute? E infatti Pier Ferdinando si è di nuovo
unito a noi, avendo capito che nell’ultimo anno e mezzo le ha sbagliate
tutte». «No. Casini pensava che Berlusconi fosse bollito dopo il voto e che
fosse destinato a essere rapidamente archiviato. Invece Berlusconi è più
vitale di un grillo. Credeva che Prodi fosse inaffondabile e invece, dopo 18
mesi, è archiviato. Pensava che si scomponesse il sistema bipolare e invece
regge. Bisogna ricominciare a ragionare sull’altra parte dell’analisi di
Casini, vale a dire che serve un nuovo Centrodestra. Su questo siamo d’accordo». «Si tratta di un fenomeno puramente mediatico. Salga su un qualsiasi
autobus e mi dica se qualcuno parla della Brambilla».
Guglielmo Nardocci
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