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A Maronna v’accumpagni». Il cardinale Crescenzio Sepe invoca in dialetto la Madonna, «regina di Napoli, Madre Santissima, protettrice della città», ogni volta che può: alla fine di un’omelia, in un discorso pubblico, nei colloqui privati. «A Maronna v’accumpagni», lo ha detto anche a Scampia, il sobborgo periferico infestato da droga e camorra che ha voluto visitare il 1° luglio, il giorno stesso del suo insediamento ufficiale da arcivescovo, prima ancora di recarsi in Duomo: «Scampia è terra di sangue, ma è anche terra di speranza».
Al volante del suo pullmino don Aniello Manganiello, parroco di Scampia, mostra il luogo dove il cardinale si è inginocchiato e ha baciato la terra, e con essa le sue piaghe, il suo sangue, la sua umanità prigioniera dei clan che si contendono il mercato della droga più potente del mondo. Ecco le piazze dello spaccio, le siringhe a mucchi sui marciapiedi, le sentinelle della camorra, i "visitors", i tossici che vagano come fantasmi tremanti per le strade e lungo i canaloni del parco, utilizzati dagli spacciatori come cavie per capire com’è tagliata la droga. Ecco gli alveari delle Vele, palazzoni dove famiglie integerrime vivono ostaggio di altre famiglie che nascondono la coca negli scantinati. Quei due fratelli eroinomani Don Aniello mi indica un ragazzo fermo in strada: «È un tossicodipendente all’ultimo stadio; sono due fratelli, tutti e due drogati, il padre non li vuole in casa, la madre si è sfogata con me, ogni notte aspetta che il marito si addormenti e poi li fa entrare di nascosto, li fa sdraiare in soggiorno, gli dà qualcosa da mangiare. Vivono di furti, lavoretti puliti e sporchi, come migliaia di giovani del quartiere. E noi spesso siamo costretti a guardare impotenti».
Il guanelliano don Aniello opera in questo territorio senza tetto né legge. Come don Vittorio Siciliano, parroco da 30 anni del rione Monterosa, che tempo fa invitò i camorristi a portare le armi in chiesa. «Le istituzioni, la politica», dice il guanelliano, «sono spesso lontani e assenti: il Comune non paga per il convitto di trecento bambini, ci deve i soldi da 18 mesi. Abbiamo dovuto chiedere un prestito alla Banca etica. E non siamo i soli: l’amministrazione non paga nessuna delle parrocchie che hanno mense o convitti da 18 mesi». Nella chiesa del Buon Rimedio hanno rubato perfino il calice e la pisside, lasciando sparse sul pavimento le ostie consacrate. Il cardinale ha portato in dono un calice e una pisside nuovi, e soprattutto un nuovo parroco. Sepe chiede che tutta la Chiesa di Napoli diventi un’immensa frontiera del bene, con i parroci, i sacerdoti, i religiosi chiamati a esercitare «un eroismo della quotidianità», mandati come pecore in mezzo ai lupi della camorra, i Misso, i Di Lauro, i Bianco, i 40 clan che si spartiscono la città e l’arcipelago degli altri 110 che controllano il resto della provincia.
A Napoli ci sono 13 chiese sconsa-crate che i clan usano come rimesse e punti d’appoggio, per nascondere auto, droga e armi. I mille sacerdoti di Napoli stanno andando uno a uno a colloquio con il nuovo arcivescovo. Continueranno, armati del Vangelo, a opera-re sul territorio, a dir Messa, a consolare i "signori e i lazzari" della città, a cercare di sradicare una mentalità camorrista vissuta nel culto del raggiro che ti fa credere nella tua fortuna, nell’errore di pensarti più furbo degli altri e in fondo anche più forte. «Il cardinale Sepe ha dato una scossa enorme, con il suo arrivo la città ha ripreso il desiderio di un forte rinnovamento», spiega don Gennaro Matino, parroco, scrittore, docente di Teologia pastorale. E un’altra scossa la darà la visita del Papa, il 21 ottobre. I giovani di padre Antonio Loffredo, parroco di Santa Maria della Sanità, lo aspetteranno sull’immenso ponte che sovrasta il rione, i cui pilastri entrano e si "incarnano" nella basilica. «Venne qui vestito di nero, il 16 maggio scorso, per ammirare la basilica e le sue catacombe, ospite di monsignor Bruno Forte, che gli parlò della teologia e dell’ecclesiologia di queste pietre, tornerà vestito di bianco». Padre Loffredo non vuol parlare di camorra, e nemmeno delle miserie di un quartiere vivo e dolente, paradiso e inferno, dove la disoccupazione è al 44 per cento, dove hanno nascosto la droga anche nel busto dedicato a Totò, figlio di questo rione.
Qui c’era perfino una banda di ragazzi giovanissimi, chiamati "il clan dei fila-tori". Entravano in banca, stavano in fila allo sportello e attaccavano un filo di cotone bianco sulla giacca o sui vestiti di chi ritirava i soldi, in modo da poterlo riconoscere e aggredire una volta uscito dalla banca, in un angolo sicuro e solitario, una specie di prenotazione del rapinato. Don Antonio preferisce parlare in positivo: dei ragazzi che hanno dato vita a uno splendido "bed and breakfast" all’interno della basilica, a una bottega di fabbro. Preferisce parlare della magnificenza barocca di questa basilica, che tutti qui chiamano "chiesa del Monacone", uno scrigno che si spec-chia nella bellezza delle donne di uno dei quartieri più vecchi, con una dignità antica, millenaria, e una tradizione di fede, arte e civiltà: «La Sanità è femmina, è accogliente, ha il ventre fecondo come le donne, che qui diventano madri giovanissime, accudisce il suo popolo ma non si concede facilmente». In questo grembo di umanità abita anche il missionario comboniano padre Alex Zanotelli, dopo tanti anni vissuti nella bidonville di Korogocho, a Nairobi. «La Chiesa di Napoli cerca di far uscire un popolo dalla rassegnazione», spiega don Tonino Palmese, salesiano e referente dell’associazione antimafia Libera, seduto su un muretto dell’oratorio Don Bosco di Portici, sotto il vesuvio. «Il Papa arriva in un clima di forte disimpegno dei giovani. Qui l’oratorio non è solo un’esigenza di socializzazione, ma di protezione, un cortile chiuso che ripara i propri figli dai pericoli esterni. Il piacere di crescere insieme viene dopo».
Il prete e il commissario Il vicequestore Luciano Nigro è l’ex capo dei falchi, i poliziotti-centauri che con le loro motociclette ronzano come api negli angiporti del centro storico. Fino a pochi giorni fa dirigeva il commissariato di San Pietro a Patierno. La sua amicizia con don Alessandro Overa, giovane e coraggioso parroco di Santa Maria della Purità, sembra rispondere a quell’appello fatto proprio all’ombra del Vesuvio, in una visita al Cnr, dal capo dello Stato Napolitano nel 2006: «Chiesa e Stato devono lavorare insieme per la legalità». È una bella storia quella di don Alessandro e del dottor Nigro. Una coppia di ladri terrorizza il quartiere, rapine le chiese, in quella di Cristo Re, poi, il Sabato santo, nella chiesa della Purità. Nessuno ha visto niente, la gente ha paura. E così domenica, alla Messa, don Alessandro scorge tra i fedeli il commissario e lo invita a parlare dal pulpito. Nigro si alza, si avvicina al microfono, si mostra pubblicamente, fa vedere che lo Stato è presente; dice che li aiuterà, ma che ha bisogno del loro aiuto. «All’uscita dalla Messa già mi arrivano le prime segnalazioni, io il giorno dopo mando tutto il personale in strada a cercare una Y10 verde. E il martedì successivo li arrestiamo».
Tacere i mali cronici di Napoli, conclude don
Gennaro Matino, «è ingenuo, perché è chiaro che questa è una città
malata. Il problema è che non ci sono proposte forti: né dalla classe
politica, né dal contesto sociale. Se c’è un merito della Chiesa di
Napoli è quello di aver offerto una proposta: quella di riattivare con la
speranza un clima positivo, mettendo a disposizione della città le risorse
degli oratori, dei religiosi, delle associazioni. Qui c’è una Chiesa che
è sempre stata radicata nel territorio: adesso sa di esserlo. Il cardinale
lo ha detto chiaramente: non esiste più una parrocchia di frontiera, ora
siamo tutti, tutti parroci di frontiera».
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