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Una Chiesa in trincea

 
Attualità.
di Alberto Bobbio 
foto Agenzia Napoli/Cesare Abbate


INTERVISTA AL NUOVO ARCIVESCOVO, IL CARDINALE CRESCENZIO SEPE

«LA CITTÀ È RASSEGNATA
MA DEVE RISORGERE»


«Quello di Napoli è un popolo che sa amare. La Chiesa qui è in prima linea nell'offrire soluzioni ai bisogni della gente».

Napoli», ci dice il cardinale Crescenzio Sepe, «è una città straordinaria, unica, imprevedibile, ricca di risorse umane e spirituali. Una continua riscoperta di tradizioni, colori, persone, umori, passioni. C’è un popolo che, nonostante le difficoltà sociali, non fa marcia indietro di fronte alla responsabilità di risollevare questa terra dalle continue sopraffazioni del male, un popolo che sa accogliere e comprendere. Napoli è una città da amare e che sa amare. Per me Napoli è stato un dono che ho accolto con enorme gratitudine. Passeggiando per le strade e i vicoli mi sono sentito dal primo momento a casa mia, ho potuto percepire nei volti e negli sguardi della gente il desiderio di lavorare insieme per il riscatto e il futuro di questa città, che è e resterà quella capitale che la storia ci ha fatto conoscere».

Don Vittorio Siciliano, parroco della Risurrezione, nel quartiere Monterosa, a Scampia.
Don Vittorio Siciliano, parroco della Risurrezione,
nel quartiere Monterosa, a Scampia.

  • Ogni tanto ci si accorge di Napoli, per via di morti ammazzati. Una minoranza di criminali che opprime un popolo. Come ci si può ribellare?

«Lei dice bene: si tratta di una minoranza, perché nella nostra città, forte e deciso è l’impegno della società nel ribadire la necessità di fare muro contro quanti offendono, con i loro atteggiamenti di violenza, l’intera comunità. La denuncia è determinante, ma deve esprimersi attraverso un efficace impegno nella trasmissione dei valori di legalità, giustizia, rispetto della persona e delle leggi. La Chiesa qui è in prima linea nel saper individuare e dare soluzioni ai bisogni e alle necessità più immediate della gente, ma è importante anche il ruolo dell’informazione, troppo spesso preoccupata di amplificare quanto di delittuoso accade a Napoli e meno di dare spazio alle tante esperienze positive di cui è capace».

  • Lei gira per la città, va nei quartieri a rischio, poi ci sono sacerdoti e laici, la Chiesa sul territorio. Che tipo di grinta ha la sua Chiesa?

«A Napoli ho trovato un clero e un laicato vivi, generosi, capaci di leggere e di dare risposte concrete alle necessità e urgenze del territorio. Sacerdoti, religiosi, religiose, catechisti quotidianamente impegnati nella promozione umana e sociale, attraverso un lavoro d’insieme fra parrocchie, comunità, associazioni e istituzioni. È una grinta, tuttavia, che non nasce da una volontà di contrapposizione, ma che ha come punto di riferimento Cristo e il desiderio di attuare una pastorale missionaria che avvicini sempre di più la Chiesa alla gente».

Il cardinale Crescenzio Sepe al termine di una Messa in Duomo.
Il cardinale Crescenzio Sepe al termine di una Messa in Duomo.

  • Che cosa pensa della classe politica?

«Non serve porre delle sterili contrapposizioni, piuttosto va rimarcata e sostenuta quella partecipazione politica capace di dare risposte efficaci a una logica che mette in pericolo i fondamenti umani e morali della nostra civiltà».

  • Quali sono le priorità della Chiesa di Napoli?

«La "pastorale dell’incarnazione", insistendo sulla forma popolare della nostra fede, per un’evangelizzazione a larga scala e per arginare i tanti problemi presenti: disoccupazione e lavoro nero, la criminalità organizzata che condiziona l’attività imprenditoriale, individualismo e familismo esasperato, l’illegalità diffusa a vari livelli».

  • A Napoli arriva il Papa: una scossa per la città, ma anche per il Paese...

«La visita di papa Benedetto XVI rappresenta per Napoli un grande segno di benevolenza, un evento storico di grande portata. La sua presenza ci aiuterà a riscoprire le nostre più vere e autentiche radici cristiane, ma ci spronerà anche a una mobilitazione attiva delle nostre forze, a individuare un percorso originale al quale affidare il futuro della nostra città. E questo cambiamento, ovviamente, farà del bene pure all’Italia. Il Paese non può fare a meno di Napoli, della sua storia, della sua tradizione, del suo contributo in termini umani, spirituali e culturali».

  • La Cei ha deciso di rivedere e aggiornare il documento sul Mezzogiorno del 1989. Perché?

«La questione meridionale costituisce un’emergenza che riguarda l’intera nazione e che potrà essere superata solo con il contributo di tutti. Per questa ragione si è deciso di mettere in cantiere l’aggiornamento del documento del 1989, convinti che il nostro Paese non crescerà, se non insieme. Un capitolo del nuovo documento sarà dedicato al tema della mafia, delle camorre e delle altre forme di criminalità organizzata. Alla denuncia va affiancato un aspetto propositivo: si tratta di ipotizzare una nuova cultura politica, economica e sociale che sappia partire dall’identità propria del Meridione d’Italia. Bisogna abbandonare ogni forma di rassegnazione e di disfattismo e avere il coraggio non certo di rimuovere, cancellare o adeguare la nostra storia, ma di inventare percorsi innovativi e investire sul futuro aprendo tutto il Meridione al nuovo che avanza, perché diventi un punto di forza di tutto il Paese».

Alberto Bobbio

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