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Gli italiani dimostrano verso la situazione internazionale un’attenzione costante e ripropongono al suo centro la questione della fame nel mondo, della disoccupazione e della pace come tre elementi tra loro fortemente interconnessi. È questo il tratto essenziale che emerge dall’edizione 2007 del "Barometro della solidarietà internazionale degli italiani", realizzato dalla Federazione degli organismi cristiani del servizio internazionale volontario (Focsiv). Solidali in tempi difficili è il titolo che ha dato alla ricerca il curatore Valerio Belotti, sociologo dell’Università di Padova. Come nelle precedenti edizioni del 1999 e del 2001, l’obiettivo principale è stato il monitoraggio della propensione degli italiani alla solidarietà internazionale. E i "tempi difficili" sono rappresentati proprio dalla constatazione che «gli italiani si dichiarano e risultano oggi meno disponibili di un tempo a esprimere solidarietà: si dona pressoché come nel 2001, ma molto meno del 1999; si è consapevoli delle emergenze, ma si è disponibili a farsi coinvolgere molto meno di quanto risultava in entrambe le precedenti edizioni». La denuncia di Belotti è di un cambiamento che vede «la prevalenza di modelli d’impegno votati alla delega, vuoi alle istituzioni internazionali, vuoi ai volontari, ai quali si chiede di supplire a costi contenuti alla propria indisponibilità». Lo documenta il 64 per cento di intervistati dall’Istituto Doxa che dichiarano la propria fiducia verso le associazioni di aiuto umanitario, ma nel contempo sono orientati per oltre la metà del campione a riconoscere soltanto le spese vive o al massimo un reddito di pura sopravvivenza ai volontari impegnati nei progetti all’estero.
Pesa il clima di incertezza La disponibilità degli italiani ad aiutare i Paesi più poveri vede al primo posto la raccolta di offerte e di generi di prima necessità (32 per cento), seguita dal sostegno economico all’educazione e alla salute dei bambini (29 per cento). Ma circa un terzo del campione si dichiara incerto oppure non disponibile a indicare che «il coinvolgimento si è affievolito nel tempo, forse anche a causa del clima di incertezza che si è sviluppato negli ultimi anni, a seguito dei vari conflitti in corso a livello internazionale». Parlando delle principali urgenze mondiali, gli intervistati si soffermano soprattutto su quattro problematiche: oltre a fame nel mondo (47 per cento), disoccupazione (40 per cento) e pace (39 per cento), spicca l’attenzione nei riguardi del terrorismo internazionale (35 per cento). Una preoccupazione che si ripropone a partire dagli eventi del 2001 e che supera anche la violenza sui bambini (29 per cento) e la tutela dell’ambiente (20 per cento). Una schiacciante maggioranza è allineata nel ritenere necessaria la cancellazione del debito estero contratto dai Paesi più poveri: ben l’88 per cento. Alla base c’è la diffusa opinione (60 per cento) che la principale causa della povertà e del mancato sviluppo dei Paesi poveri è lo sfruttamento da parte dei Paesi più ricchi. Diversità di pareri si individuano invece a riguardo delle modalità con cui effettuare tale cancellazione: il 32 per cento la vuole senza condizioni, il 39 pone come vincolo l’attuazione da parte dei Paesi debitori di una politica di rigore e risanamento economico, il 17 subordina la cancellazione alla promozione dei diritti umani. A tale proposito si può stilare una vera e propria classifica relativa ai Paesi da aiutare maggiormente: quelli che combattono la corruzione e lo spreco delle risorse (34 per cento), quelli che rispettano i diritti dei cittadini con una vera democrazia (32 per cento), quelli che fanno progredire i diritti delle donne e i diritti umani (24 per cento). Invece, dal 1999 a oggi, la percentuale dei favorevoli a un aiuto indifferenziato, uguale per tutti i Paesi, diminuisce drasticamente dal 40 al 23 per cento, segno di una richiesta di corresponsabilità ai Paesi riceventi nei confronti degli obiettivi dello sviluppo e del risanamento. Un ampio capitolo del barometro è stato dedicato al livello di fiducia nei confronti di istituzioni e di organismi che operano per la solidarietà internazionale. I dati raccolti vengono definiti nel contempo «evidenti e sorprendenti»: se gli italiani reputano che debbano essere i grandi organismi internazionali competenti nell’individuazione e nell’erogazione degli aiuti, alle associazioni di aiuto umanitario sono riconosciute capacità e affidabilità almeno pari, se non superiori, a quelle registrate dalle grandi istituzioni. Viene detto a chiare lettere che «forte riconoscimento della titolarità degli aiuti alle istituzioni internazionali e valorizzazione e fiducia nelle Ong e nella Chiesa sembrano essere due aspetti imprescindibili, che vanno entrambi valorizzati nelle loro differenti valenze e funzioni». Un ulteriore punto di riflessione ha riguardato l’orientamento degli italiani sui legami fra l’immigrazione e la cooperazione allo sviluppo. La sintesi dell’indagine è secca: «Si confermano e amplificano le difficoltà e i dubbi circa le possibilità dell’Italia di assorbire numeri consistenti di immigrati: l’81 per cento degli intervistati, 10 punti percentuali in più rispetto al 2001, ritiene infatti che gli immigrati siano troppi a fronte delle capacità di assorbimento economiche e sociali dell’Italia. Un orientamento rafforzato anche dall’idea che solo aiutando economicamente i Paesi da cui provengono gli immigrati si riducono i flussi di immigrazione (80 per cento)». A conclusione viene proposta una "fotografia" dei cinque gruppi in cui possono essere suddivisi gli italiani in base al loro impegno personale e alla propensione al coinvolgimento. Gli "impegnati", che già svolgono in prima persona un’attività solidaristica, sono il 6 per cento; i "disponibili", che fanno donazioni e potrebbero essere fattivamente coinvolti, sono il 20 per cento; i "donatori semplici", che si limitano all’offerta economica, sono il 20 per cento; i "sensibili", che esprimono disponibilità di massima, sono il 32 per cento; mentre gli "estranei", cioè quelli del tutto disinteressati a ogni coinvolgimento, sono il 22 per cento .
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