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Spettacoli.
di Emilia Patruno


PERSONAGGI
INTERVISTA A RENZO ARBORE, DEL QUALE È USCITA UNA BELLA BIOGRAFIA


MEGLIO LA MUSICA
DELLA SOLITA TV


Lui la televisione l’ha fatta, e anche benissimo. Ma adesso preferisce suonare e girare il mondo con la sua Orchestra italiana. E navigare su Internet che, dice, «sta educando i giovani. O, almeno, lo spero».

Lui è quello della Tv, dell’Altra domenica, di Quelli della notte, di Indietro tutta. Ed è certamente quello della radio, di Bandiera gialla, di Alto gradimento, di Per voi giovani. Ma è sempre – e soprattutto – Renzo, Renzo Arbore, quello della musica.

Il clarinettista valente, il musicofilo, ma anche musicomane e "musicofago", che per tutta la vita ha, come dice lui, «tenuto ’o sfizio ’e cantà».

Il segreto di questo signore over sixty (cioè sopra i 60, ma che dimostra un’età indefinibile, certo assai più verde di quella anagrafica: si potrebbe dire, riprendendo il titolo di un suo album, che è Vintage, ma non li dimostra) davvero sta nella musica: nel farla, suonarla, comporla, e amarla profondamente. Tutta. Da quella di Capoverde alla napoletana. La musica popolare («popolare, non folcloristica»), il jazz.

Gli va riconosciuto il merito di aver fatto conoscere al mondo la musica partenopea e ai giovani la bellezza di quelle note e di quelle parole. Oltre ad aver presentato, sempre davvero per primo, nelle sue trasmissioni, radio o Tv, tutti: Paolo Conte, Battisti, Vasco Rossi, Pino Daniele, Fossati, Bollani, Fresu...

Dite un qualsiasi nome: Arbore l’ha scoperto, incrociato, proposto al grande pubblico. «L’Italia non ha memoria storica; è necessario, invece, che tutti sappiano quale potenza hanno avuto e avranno sempre artisti come Domenico Modugno, Gorni Kramer, Roberto Murolo, Renato Carosone, che verranno ricordati anche nel 2050».

L’occasione per parlare ancora una volta della sua grande passione è una biografia scritta in maniera puntuale ma divertente da Claudio Cavallaro, 26 anni, clarinettista e musicologo (Renzo Arbore, ovvero quello della musica, edita da Coniglio editore), appena arrivata in libreria, un entusiastico omaggio al «foggiano più napoletano che c’è», come dice Gianni Borgna, presidente di Musica per Roma...

È come se volesse in qualche modo rimettere le cose a posto: prima viene la musica, poi la televisione.

Meno numeri, più qualità

«Anche perché la Tv s’era mangiata l’Arbore musicista», dice Renzo. «Sul piccolo schermo la musica non è amata, ed è guardata con sospetto. Nelle trasmissioni popolari vanno sempre i soliti ospiti. Oggi si guarda solo alla tiratura, al botteghino e all’Auditel». Il problema gli appartiene fino a un certo punto visto che con la sua Orchestra italiana ha raccolto e raccoglie consensi in tutto il mondo.

In Cina, un trionfo, alla Carnegie Hall di New York, al CasinoRama di Toronto e al Teatro dell’Opera di Roma, alla presenza del presidente Ciampi, ovunque. Ma poiché Arbore è un fautore della musica anche in radio e in Tv, è logico che non possa fare a meno di esprimere la sua delusione: «Per noi artisti i numeri non contano, non ci possono condizionare, non rappresentano la qualità e spesso hanno anche sbagliato».

«Bisogna tenere in minor conto la legge dei numeri, e guardare alla qualità del pubblico, che compra i dischi e guarda la televisione. Meglio avere una platea davanti alla Tv di grande spessore piuttosto che uno dormiente che ignora anche se non per colpa sua».

Da inguaribile ottimista, Arbore non esclude però che la Tv di qualità si possa ancora fare: «Bisognerebbe poter contare su dirigenti complici che credono e collaborano attivamente con gli artisti». E proprio discorrendo di televisione, torna a parlare del programma Meno siamo meglio stiamo, di cui andarono in onda 17 puntate, due anni fa: «Era un grande programma, ma non mi permisero di mandarlo in onda nella fascia oraria che io avevo richiesto, ovvero quella del sabato notte su Raiuno alle 23.45. Me lo spostarono di un’ora ed era troppo tardi».

C’è spazio anche per una considerazione realisticamente amara: «Bisogna rassegnarsi a due tipi di pubblico: quello del Grande Fratello, che va in discoteca il sabato, superficiale, drogato di Tv scadente, che insegue i gusti grossolani, e una minoranza di persone che ascoltano, cercano, si informano...».

E poi la solita zuppa: «La gente non ne può più di vedere sempre le stesse facce. Anche i politici stufano, a furia di essere in tutti i "salotti"».

Ricordare i grandi del passato

In questo, continua Arbore, «c’è il terreno su cui Grillo ha potuto fare quello che ha fatto, e la sua manifestazione, che non mi convince fino in fondo, a partire dal titolo (perché le "male parole" non fanno parte del mio bagaglio, perché non si può prescindere dalla democrazia e perché non basta protestare, bisogna anche costruire...), pesca nell’overdose di presenze in Tv. Non a caso mi pare che i "re della ritirata", cioè quelli che si vedono di meno, alla fin fine siano quelli che ottengono di più, almeno in termini di credibilità...».

Isolarsi, allora? Assolutamente no. Scegliere, sì. La Tv, anche. In futuro, forse: «Quando mi permetteranno di trasmettere per intero un filmato di Ella Fitzgerald, che l’ultima volta mi sfumarono brutalmente». E solo quando c’è un’idea creativa. «Perché a me, di andare in televisione tanto per far vedere che esisto, non mi importa niente».

Peraltro tenendosi in contatto con il pubblico, i concerti, i dischi: «Il mio ruolo nella scena musicale non è quello di scimmiottare i giovani, che fanno bene la loro musica, ma di ricordare i grandi del passato». Cercando anche strumenti nuovi, Internet. Il suo sito (www.renzoarbore.it), colorato e scherzoso, è generoso di contributi audio e filmati.

Internet, così lontano da Louis Armstrong, da Roberto Murolo e da Ruggero Orlando («le persone che più mi hanno influenzato»), a Renzo piace moltissimo: «Lo ritengo un dono della Provvidenza. La cultura delle immagini, dei video, della Tv rischiava di far sparire tutto il resto; la lettura e l’approfondimento si stavano trovando in grande difficoltà. Ora Internet conquista ed educa i ragazzi, i giovani. O, almeno, lo spero».

Emilia Patruno

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