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Caro padre, se può essere d’aiuto alle famiglie che vivono la tragedia della droga, racconto la mia dolorosa esperienza. Tutto è iniziato nel 1982, allora mio figlio aveva 16 anni. Da timido e buono che era, a un tratto divenne triste, nervoso e svogliato a scuola. A un certo punto interruppe pure gli studi, preferendo andare a lavorare con suo padre. Ma anche lì si dimostrò svogliato, senza voglia di far nulla. Pensavo che questi comportamenti fossero dovuti all’età dell’adolescenza e ai problemi di crescita; purtroppo, mi sbagliavo: mio figlio fumava spinelli, anche se continuava a negarlo. Per un anno andò avanti così, tra bugie e poca voglia di lavorare. Il colpo duro arrivò quando mi accorsi che dagli spinelli era passato all’eroina. Che dolore vederlo arrivare a casa con gli occhi dilatati e poi chiudersi in bagno per farsi la dose. Era diventato uno scheletro, chiedeva soldi in prestito a tutti, non sapevamo più come prenderlo... In Comunità non voleva andare, entrava e usciva dagli ospedali per problemi al fegato. Ma anche lì, nelle corsie, arrivava la droga: io ero accanto al suo letto e vedevo lo spacciatore che, fingendosi da amico, gli passava la dose! L’abbiamo mandato in un convento da un nostro amico frate, ma pure lì ne ha combinate di tutti i colori. L’abbiamo spedito all’estero con la speranza che, fuori dal solito ambiente, smettesse di drogarsi. Non è servito a nulla: appena rientrato a casa, ricadeva. Maledetta droga, diventa la padrona e tu sei il suo schiavo! Avrei venduto casa per aiutare mio figlio a uscirne, non volevo che morisse di droga. Ogni giorno il mio pensiero era fisso su cosa fare per salvarlo. Pressato da noi genitori e dai fratelli, finalmente entrò in una Comunità, per poi scappare qualche mese dopo. Gli operatori ci consigliarono di cacciarlo di casa. Col cuore trafitto dal dolore, io e suo padre abbiamo seguito il suggerimento. Quante notti in attesa del suo rientro, con la speranza di sentirlo bussare per chiedere il nostro aiuto. Che inferno abbiamo passato, padre, impotenti contro quel mostro che è la droga, piovra dai mille tentacoli! Mio marito si ammalò di cuore, io di ulcera: che sofferenza vedere il proprio figlio che si autodistrugge e sapere che non c’è una medicina: dipende solo da lui "guarire", dalla sua volontà. Finalmente, dopo tante preghiere, il Signore ha accolto le nostre suppliche: nostro figlio si convinse a tornare in Comunità e iniziare un nuovo cammino. Con l’aiuto di bravissimi operatori riscoprì, giorno dopo giorno, i valori della vita, dovendo però sottostare a regole rigidissime, con esami di comportamento quotidiani. Anche noi lo seguimmo, su precisa richiesta della Comunità: mio marito lasciò il lavoro per essergli al fianco e condividere il suo percorso di recupero e anch’io feci lavori all’interno della struttura. Dopo due anni di permanenza in Comunità, mio figlio ne è uscito rinato: aveva 29 anni. Era un ragazzo nuovo, amava la vita e ha riacquistato la fede, che ancora oggi l’aiuta. Ha sposato una brava ragazza, e ora ha quattro figli. È molto stimato nel suo lavoro, ed è un esempio per tanti giovani. A tutte le famiglie che hanno figli persi nel tunnel della droga dico di amarli e di non smettere di combattere perché escano da questa tragica dipendenza. Per esperienza, posso dire che solo la Comunità fa riscoprire i valori della vita. Io e la mia famiglia ringraziamo il Signore che ci è stato vicino in questa dura battaglia. Una mamma La droga è un flagello, che miete le sue vittime tra i più giovani, ma non solo. Le cause sono più di una. Le facili generalizzazioni sono smentite dai fatti. Ci sono ragazzi che vengono da famiglie sfasciate, e che non si drogano; come all’opposto ci sono ragazzi che vengono da famiglie di autentica comunità di vita e di amore, e che si drogano. Ci sono ragazzi che hanno avuto tutto dalla vita (anche un lavoro e soddisfacente), e si drogano; e all’opposto ragazzi che non hanno avuto nulla, e non si drogano. La causa prevalente, anche se non la sola, è individuabile nella debolezza del carattere, nella resa alla fatica di esistere, e nel progressivo separarsi dalla famiglia, dalla scuola, dal lavoro. Il giovane intravede (falsamente) nella droga l’uscita dal disagio esistenziale, dal senso di inadeguatezza di fronte alle sfide della vita o la ricerca di un momento di ebbrezza che gli permetta di evadere dalla quotidianità pesante o insignificante. Chiamare in causa la scuola, la società, la mancanza di valori e di ideali, le condizioni di vita difficili... è pertinente, ma non sufficiente. Sicuramente famiglia, scuola e società hanno le loro responsabilità. D’altra parte, molti genitori si sentono in difficoltà a seguire l’adolescente quando entra in certe compagnie di coetanei che, a volte, si sostituiscono alla stessa famiglia. La società non può ridursi a fare semplicemente una legge proibitiva e repressiva. Questa è solo il punto di partenza che esige una seria strategia di prevenzione e una dura lotta ai loschi trafficanti di morte. L’uscita dalla droga deve mettere in primo piano chi ne fa uso, deve tendere a renderlo sempre più responsabile: è da lui che bisogna partire, e a lui bisogna ritornare. Non è il caso di distribuire patenti di innocenza o, viceversa, di colpevolezza. È importante e decisivo domandarsi se esiste ancora nel tossicodipendente un margine di libertà; se è ancora capace di decisione autonoma, se dipende da lui e dalla sua volontà guarire e uscire dal mondo della droga. Sappiamo che la libertà del drogato è fortemente ridotta e condizionata, ma non è spenta. Egli resta consapevole della condizione in cui si trova ed è capace di decisione, sia pur minima. Se così non fosse, come spiegare il fatto che alcuni, arrivati in fondo al tunnel, ne sono venuti fuori per scelta propria e, a volte, addirittura senza particolari aiuti esterni? Se così non fosse, non avrebbe alcun senso il provvedimento giuridico che prevede la sanzione penale. Ancora più, non avrebbe senso proporre il ricupero che è condizionato al consenso previamente richiesto e dato sul quale sta o cade ogni cammino di ricupero. È merito delle Comunità, specie di ispirazione cristiana, aver compreso che la liberazione parte proprio da quel margine di libertà che permette al tossicodipendente di farsi protagonista del cammino di ritorno alla vita. A partire da lui, l’amore e la fede dei genitori, che non si sono rassegnati (che non si rassegnano), con l’aiuto insostituibile della Comunità hanno compiuto (e compiono) il miracolo della rinascita. D.A.
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