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Non è affatto strano quello che è apparso scorrendo i maggiori quotidiani italiani della scorsa settimana: il silenzio gelido e totale sulla "Settimana sociale" dei cattolici italiani, e il grande risalto alla protesta della sinistra estrema contro il Protocollo sul Welfare firmato dal Governo e dai sindacati, culminata nella manifestazione di sabato a Roma, dove l’antico Pietro Ingrao (93 anni) ha osato proclamare dal palco: «La lotta continua». Come se queste parole non volessero dire nulla a chi le ascoltava più di trent’anni fa con giustificato sgomento. Non solo: fra quel silenzio e quel clamore, l’osceno pettegolezzo giornalistico sul presunto mercato dei voti in Senato, per far cadere Prodi e andare alle elezioni.
Tutto questo non è strano perché ai cattolici la grande stampa "indipendente" dà scarso peso, fuori della politica spicciola e delle astiose polemiche sui temi "etici". Le "Settimane sociali" sono nate cent’anni fa per la tenace volontà di Giuseppe Toniolo e di pochi altri intellettuali cattolici laici, anche se l’ispirazione veniva dalla Rerum novarum di Leone XIII. Ma già allora il professore trevigiano sapeva benissimo con quali ambienti e culture avverse bisognava fare i conti: il socialismo di impronta marxista e la massoneria. Cioè, ideologicamente parlando, lo statalismo e il capitalismo, la massificazione estrema (da cui il disastro umano del "socialismo realizzato" da Lenin e da Stalin) e l’individualismo altrettanto estremo, che negli ultimi decenni ha trasformato l’economia e il sistema industriale nel privilegio della finanza e della globalizzazione, che chiudono qui le fabbriche e le riaprono dove il lavoro costa di meno. Lungo questo processo storico i cattolici impegnati nella riflessione e nell’azione sociale hanno rappresentato i diritti della dignità dell’uomo dalla fine dell’Ottocento a oggi. Nel silenzio. Nel 1907 a Pisa la prima "Settimana sociale" fu accolta con lanci di pietre per le strade. Ma nel luglio del 1943, nei giorni stessi in cui cadeva il fascismo e la guerra diventava la tragedia collettiva di tutto il popolo, un piccolo gruppo di sociologi, economisti, politici in pectore si riuniva a Camaldoli in clandestinità ed elaborava quei concetti di economia mista, pubblica e privata, che dovevano dar vita, nel decennio successivo, alla straordinaria crescita dell’Italia moderna, non per caso (secondo il primo articolo della Costituzione della Repubblica) «fondata sul lavoro». Quando un economista del valore di Stefano Zamagni dice a Pisa: «Il bene comune oggi è sotto attacco, sebbene con intenti diversi, da un duplice fronte, quello dei neoliberisti e quello dei neostatalisti», ripete dunque un principio costante nel pensiero sociale cattolico. E quando un sociologo del valore di Pier Paolo Donati afferma davanti al medesimo uditorio: «Quelle stesse politiche sociali che sinora si sono rette primariamente sui due pilastri della libertà (lato "lib" o del mercato) e dell’uguaglianza (lato "lab" o dello Stato distributore) debbono istituzionalizzare un "terzo pilastro", quello della solidarietà, come polo autonomo, distinto e non derivabile dagli altri due», ci ricorda quello che i cattolici seppero costruire fra ’800 e ’900: banche popolari, leghe, cooperative, scuole, e tanto altro. Dunque, sembra giusto così: agli altri, nel clamore mediatico, tocca fare discorsi, manifestare in piazza, non muovere di un dito le cose da come stanno per volere del mercato (quando lo fanno, le fanno andare peggio); ai cattolici tocca riflettere, suggerire, spingere autonomamente, in un "silenzio operoso", per il "bene comune". Beppe
Del Colle
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