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Acquistiamo telefonini, computer, auto e ci servirebbero giorni, settimane, mesi per capire come funzionano. Senza garanzia di riuscirci davvero. Vediamo un film alla televisione e veniamo interrotti da pubblicità a raffica, sparate a volume troppo alto. Scendiamo in una stazione del métro e siamo assordati da schermi che alternano notizie e offerte di consumo. E ci viene un dubbio: ma i prodotti sono per l’uomo o l’uomo è in funzione dei prodotti? Marx non c’entra. È che stimoli e richieste di competenza nell’uso di molti oggetti sono troppo per chi, essendo umano, ha inevitabilmente dei limiti. E difatti il sociologo Giampaolo Fabris, il maggior studioso di consumi nel nostro Paese, mette in guardia da tempo produttori e pubblicitari contro "l’iperstimolazione" del consumatore. «Cresce il disorientamento, ma anche il fastidio del consumatore verso questo diluvio di proposte commerciali che stanno progressivamente occupando la sua vita quotidiana», osserva il professor Fabris, docente di Sociologia dei consumi all’Università Vita-Salute San Raffaele. «Non è diventato ideologico, non segue una cultura anticonsumistica. No. È che ormai ci stiamo avvicinando a una soglia critica. Adesso il consumatore ha una posizione diversa nei confronti di chi produce: è più maturo, ha più canali tra cui scegliere (pensi a tutta l’economia del low cost) e infine il livello qualitativo dei prodotti è ormai sufficientemente buono da sapere che comunque non si sbaglia. Insomma, sta prendendo le distanze da quello che considera un consumo eccessivo».
«Semplicemente, verificando che ha gli armadi pieni di roba e la cucina colma di piccoli elettrodomestici che non ha mai usato. Reagisce in maniera attiva, fa una serie di scelte e riconsidera un po’ anche il pacchetto di consumi che ognuno ritiene doveroso per sentirsi cittadino a pieno titolo della società in cui vive. Non mette in discussione il consumo come parte importante della qualità della vita, ma in sostanza vuole che sia uno stumento: l’uso del prodotto dev’essere più importante dell’acquisto e del possesso. È come se a un certo punto decidesse che non ha bisogno di tutti quegli oggetti per vivere ugualmente bene».
«No. Secondo me saranno presi in contropiede molto rapidamente, perché è una realtà che non vogliono vedere; ci sono di mezzo troppi interessi: pensi a tutto il mondo della pubblicità, per esempio. Io non faccio un discorso moralistico, ma notarile, che è nell’interesse delle imprese. Noi siamo di fronte a un cambiamento di scenario importante. Una delle tendenze che sto studiando (e della quale la rivisitazione dei consumi è una costola) è lo Slow living, il bisogno di vivere in maniera più lenta, più umana. Rappresenta una presa di distanza nuova dalla concitazione sociale, un desiderio di pause. La fretta va benissimo in alcune aree: se devo andare a Parigi, magari prendo un aereo anziché un treno, oppure non spedisco più le lettere col francobollo ma mando le e-mail. Però, in modo non schizofrenico, coesistono altri ambiti in cui voglio recuperare me stesso, i miei spazi, i miei tempi. È un fenomeno che si sta sviluppando in maniera esponenziale. Tra l’altro, tutto quello che significa una vita rilassata potrebbe sviluppare delle nuove aree importanti di consumo».
«Guardi, quando sono usciti i primi computer, io avevo scritto un paio di pagine che sintetizzavano un libretto di 100 istruzioni. Dappertutto c’è la richiesta di prodotti facili da usare. Invece siamo contornati da cose difficili. Orologi, macchine digitali, computer: tutto è difficilissimo. Se prima avevamo un senso di colpa reverenziale verso questo aspetto, adesso la reazione è di inquietudine, aggressività. Di fronte a una richiesta insistente di semplificazione c’è invece da parte di produttori e fornitori di servizi un bisogno costante di innovare, magari senza aggiungere funzioni essenziali. Un’esigenza dettata dall’offerta che finisce però per disorientare la domanda. Il consumatore, non per tirarsi fuori dal mondo, comincia a fare delle scelte, sapendo di avere frecce potenti al proprio arco. È il modo per dare una risposta attiva a una società che è diventata "iper" in tutto e dalla quale l’individuo, per non essere frastornato, si deve difendere».
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