|
Buenos Aires aspetta
Cristina "presidenta"
|
|
 |
di
Giulia Cerqueti
|
ARGENTINA
LA FAMIGLIA D’ANDREA, DA CÓRDOBA A MILANO PER LA CRISI
ENRIQUE
E NORA HANNO
NOSTALGIA DEL TANGO
Lui ingegnere e lei architetto, hanno
lasciato il Paese nel 1996 e da quattro anni sono in Italia. Stanno bene,
ma...
Nella camera di Agustín,
19 anni, studente dell’ultimo anno dell’Istituto per geometri,
campeggiano i colori bianco e celeste della bandiera argentina. Agustín ne
va orgoglioso, per lui è una sorta di trofeo: «Quando ci sono le partite
di calcio io tifo Argentina e indosso la maglia della Nazionale», dichiara
con perfetto accento lombardo.
Lui, come sua sorella Martina, tredicenne, si
sente, sempre e comunque, argentino. Anche se nel Paese dove sono nati hanno
vissuto pochissimo e l’Argentina la conoscono più che altro per le
vacanze che ci passano con la famiglia. «Siamo lontani dal nostro Paese da
10 anni», raccontano Enrique D’Andrea e Nora Peralta, i
genitori, lui ingegnere di 50 anni, lei architetto, 49 anni, entrambi con
origini italiane. La famiglia D’Andrea è approdata in Italia, a Milano,
quattro anni fa; dopo aver vissuto per sei anni a Santiago del Cile. Allora,
nel 1996, la scelta di emigrare fu dettata da una situazione economica
argentina già difficile. «La crisi ha avuto un movimento ondulatorio
durato decenni», spiegano, «il malessere sfociato nel 2001 era cominciato
molto prima».
Pochi ricchi e troppi poveri
Nora ed Enrique lavoravano a Córdoba nello studio del
padre di Nora, anche lui architetto. «In Argentina aveva preso piede la
moda dei country», spiegano, «una tipologia urbana residenziale che
consiste in "ghetti" per ricchi, nettamente separati dai quartieri
poveri: la risposta urbanistica alla scomparsa del vasto ceto medio su cui
la nostra società si fondava e al divario sempre più profondo fra i
pochissimi ricchi, in cerca di sicurezza, e le masse dei poveri, fenomeno
del resto comune a tutto il Sudamerica. A noi venne affidato il progetto del
primo country di Córdoba, che però dopo un anno fallì, così come
il progetto successivo di una torre sul fiume».
La crisi economica fece il resto: «Gli investimenti nelle
costruzioni crollarono. In una caduta economica il settore edile è il primo
ad arrestarsi e l’ultimo a riprendersi. Per gli architetti è stata la
fine». Così, la prima scelta fu il salto oltre le Ande: «Siamo arrivati a
Santiago con le mani vuote, senza lavoro né contatti, ci siamo seduti su
una panchina e abbiamo scritto a mano il curriculum». Enrique lavorava
lontano da casa, la sua ultima commissione lo portò nel deserto di Atacama,
il più arido del mondo, in condizioni di vita durissime.
Poi, nel 2003, la svolta europea, grazie al passaporto
italiano di Enrique – ottenuto dopo più di cinque anni di attesa – e al
lavoro in uno studio di architettura offerto da un compagno di università
di Nora, che si era trasferito a Milano dai tempi della tesi di laurea. «Non
eravamo mai stati prima in Italia. Ma volevamo un cambiamento. A differenza
di quando siamo andati in Cile, qua siamo arrivati con una sicurezza». Nora
adesso lavora come architetto, Enrique ha un impiego in un’azienda che si
occupa di serramenti; vivono in un bell’appartamento appena fuori Milano.
Della situazione politica argentina non sanno molto. Ma
voteranno al consolato. «Quando vivevo là il tango mi sembrava una roba da
vecchi», dice Nora, «adesso quando mi capita di ascoltarlo piango». Da
lontano, si osserva il proprio Paese con altri occhi. «Italiani e argentini
hanno tanto in comune», aggiunge Enrique. «Qui capiamo molte cose del
nostro Paese: nel bene e nel male, voi italiani ci fate sentire a casa».
|
ITALIANI
MA CON IL CUORE OLTREMARE
Quando la famiglia di Alessandro Barbalace nel
1974 lascia la Calabria alla volta di Buenos Aires sono altri tempi: l’Argentina
è ancora la terra promessa degli emigrati italiani. Sandro ha sei anni,
«facemmo il viaggio in nave, a bordo della Cristoforo Colombo,
ci impiegammo 15 giorni». Nove anni dopo, nel 1983, la famiglia ritenta
la strada della Calabria, ma niente da fare: «La mentalità chiusa e la
disoccupazione ci scoraggiarono. Così, nel 1987, siamo tornati in
Argentina».
Nel quartiere Tigre, alle porte della capitale, Sandro
incontrò Karina. Matrimonio, quattro figli, un lavoro da
rappresentante per ditte di piastrelle lui, casalinga lei. Poi, arriva
il negozio di pavimenti antichi. Gli affari vanno bene. E quando, alla
fine del 2001, scoppia la crisi finanziaria, loro non vengono toccati
direttamente. «Le vendite si erano rallentate», raccontano Sandro e
Karina, «ma i guadagni ci bastavano».
La vita, però, diventa difficile, i risparmi
cominciano a non bastare più per le scuole private dei figli, «le
uniche che ti garantiscono una buona istruzione, perché quelle
pubbliche sono molto carenti». Il fratello di Sandro, Lucio, nel
2001 lascia il Paese. La meta è Bormio, in Valtellina, dove ha un
contatto con un cugino dentista. Nel 2002 Sandro decide di seguire il
fratello. «Sono arrivato in Italia con 200 dollari in tasca e ho
ricominciato da zero». Oggi, i Barbalace vivono a Tirano (Sondrio),
Karina sta a casa, Sandro fa l’autotrasportatore.
«Certo, non era questa la mia aspirazione», osserva,
«ma ho un lavoro, viviamo bene e non mi lamento». Se fino a poco tempo
fa pensavano di tornare un giorno in Argentina, i tre mesi di vacanza
passati quest’estate a Buenos Aires hanno cambiato tutto. «Siamo
capitati in un periodo terribile: i prezzi erano impazziti, continuavano
a salire da un giorno all’altro. I costi sono aumentati in modo
vertiginoso. Negli ultimi anni si sente che l’economia è migliorata:
oggi nella capitale la gente gira, spende. Ma il rapporto tra stipendi e
beni di consumo è sproporzionato: un televisore ti costa anche 2.800
pesos (circa 650 euro), quando lo stipendio medio è meno di 2.000
pesos. I finanziamenti sono troppo onerosi; per comprare un’auto a
rate arrivi a ipotecare casa tua». Il problema più grave è l’insicurezza:
«A Buenos Aires quando cammini per la strada devi guardarti le spalle,
la delinquenza è dilagante, fuori da ogni controllo, perché per anni l’ordine
pubblico è stato gestito dai militari e la polizia è poco preparata ad
affrontare il fenomeno».
Un rimpianto, però, c’è: «Gli argentini sono
gente aperta, cordiale, perché tutti vivono gli stessi problemi. Il
cuore è sempre oltremare, ma i nostri figli, che prima si sentivano
argentini, ora si considerano italiani. Tornare? No, ora la nostra vita
è qui».
G.CER.
|
|
|
|