Bello, sporco e
cattivo. La parafrasi del titolo del film, girato trent’anni fa da Ettore
Scola, ben si adatta al nuovo personaggio di Russell Crowe. E all’amore
nei confronti del cinema italiano che l’attore neozelandese rivela
presentando Quel treno per Yuma, remake della celebre pellicola del
1957 di Delmer Daves (con Glenn Ford) che approda nelle sale italiane dopo l’accoglienza
freddina da parte degli spettatori americani. Cosa di cui Crowe s’è fatto
un’idea ben precisa.
«Non sono un fan del western made in Usa. Troppo
rozzo, semplicistico: i buoni di qua e i cattivi di là, gli indiani
selvaggi e i soldati in giubba blu. Preferisco i film girati in Australia e
gli spaghetti-western di Sergio Leone», dice a muso duro il
fascinoso Russell, 43 anni, fresco papà per la seconda volta, bicipiti in
bella mostra e capelli biondi lunghi così come vuole Ridley Scott, con il
quale sta girando Body of lies.
«Il western ha i suoi punti fermi: la natura selvaggia,
la Frontiera, la ferrovia, l’apertura del nuovo mondo. Ma questo è l’impianto,
il "corpo". A me interessa anche il "cuore" di una
storia. Così io e il regista James Mangold siamo andati al di là,
abbiamo fatto qualcosa di diverso. Ma il pubblico americano non ama essere
spiazzato».
- Non sarà invece che le abbia nuociuto il confronto con
il mito di Glenn Ford, che in quel film esibisce una delle sue migliori
interpretazioni?
«La sua è davvero una gran prova. Ma il film del ’57
si regge solo sul protagonista e sui serrati dialoghi, per il resto si
svolge praticamente tutto in una stanza e nello spazio temporale di un
pomeriggio. Si capisce che non avevano molto da spendere. Noi abbiamo
recuperato la parte migliore, i dialoghi appunto, allargando poi la
prospettiva della storia. Mostriamo cos’era il vero West».
Un ritratto crudo, senza svolazzi poetici. Il mandriano
Evans (Christian Bale, che debuttò ragazzino con Spielberg in L’impero
del sole e oggi è tra i migliori emergenti) è alle prese con siccità,
debiti con le banche e difficoltà a tirare avanti con una famiglia sul
groppone. Affaristi e corruttori che spadroneggiano con la scusa del
progresso portato dalla ferrovia, la Southern Pacific, che unirà le coste
degli States. Sceriffi e vigilantes che scortano i lavori ma sono in realtà
ex killer e delinquenti. Ben Wade (Russell Crowe) criminale lo è per
davvero: spietato, intelligente, colto e inafferrabile con la sua feroce
banda. Il destino mescola tutto, così le strade del bovaro e del bandito s’incrociano:
200 dollari è il succulento compenso che l’uomo della ferrovia promette
al disperato Evans se scorterà Wade, finalmente catturato dopo l’ennesima
rapina, al treno che lo porterà a Yuma, cioè al capestro.
Evans non può rifiutare. Con un drappello di carcerieri
monta a cavallo per scortare Wade. Non immagina che sarà un vero viaggio di
"formazione", per lui e per suo figlio Will, adolescente di cui
sente sfuggire l’affetto e il rispetto. Scaramucce con gli indiani, rese
dei conti tra presunti buoni, lo sfruttamento dei bianchi non solo su negri
e pellirosse, ma perfino sui cinesi, schiavizzati nei cantieri della
ferrovia. Evans aprirà gli occhi: forse il bandito non è così peggiore di
chi pretende di giudicarlo. E Wade capirà cosa sia quell’affetto
mancatogli da bambino, a quali sacrifici possa spingere la forza del
rapporto padre-figlio.
«Per quanto spettacolare, il nostro Yuma è un
film indipendente, costato solo 50 milioni di dollari, un budget che sarebbe
raddoppiato in mano alle major. Ne è proprio valsa la pena»,
sospira soddisfatto il divo di L.A. Confidential, Master &
Commander, The Insider, A beautiful mind, Il gladiatore
(valsogli l’Oscar). «Nessuno dei western girati negli ultimi vent’anni
aveva una prospettiva così diversa e originale. Forse, giusto Maverick con
Mel Gibson e Jodie Foster».
- Che cosa l’ha convinta a calarsi, per la prima volta,
nei panni di un personaggio assolutamente negativo?
«Lei dice? Secondo me, Wade uccide come fanno tutti in
quella realtà selvaggia che fu il West. Ma non è un assassino. E il duello
psicologico che si sviluppa tra lui e il fattore assomiglia a una sorta di
dialogo morale, per quanto possa apparire paradossale. Quello che mi
affascina è l’essere umano: contorto, contraddittorio, ora bello ora
brutto... Sono questi i personaggi che vale la pena d’interpretare. Per
intenderci, sa quale John Wayne preferisco? Quello che si dimenticava di far
l’eroe tutto d’un pezzo e dava sfogo al suo lato umoristico».
- Tema forte del film è il sentimento della paternità.
Lei che tipo di papà è?
«Utilizzare i propri figli, parlarne per fare bella
figura, mi pare robetta... Non mi piace chiacchierare di come si fa il
papà. Il padre lo si fa e basta».