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Per il cardinale José Saraiva Martins la beatificazione di Antonio Rosmini è un vero e proprio evento, trattandosi di un personaggio di primo piano nella vita e nella spiritualità della Chiesa. Racconta il cardinale: «Il servo di Dio Giovanni Paolo II, che aveva il fiuto dei santi, espresse una grande stima per Rosmini, tanto che lo citò nella Fides et ratio come uno dei pensatori che più hanno aiutato la Chiesa e l’umanità a coniugare fede e ragione.
«Effettivamente ci sono stati alcuni gesuiti del suo tempo, e anche qualche pensatore più recente, che hanno manifestato critiche di vario tenore sulla dottrina che Rosmini proponeva. Ma già il preposito generale dei gesuiti Jan Roothaan disapprovò quelle prese di posizione, mentre l’attuale responsabile, padre Peter-Hans Kolvenbach, lo ha definito un profeta del terzo millennio. Nel corso degli anni le opinioni negative sono via via divenute sempre più minoritarie, e oggi si può dire che non hanno consistenza».
«La molteplicità di relazioni che ebbe con ogni ceto di persone, ma soprattutto con tanti santi del suo tempo. Nel suo epistolario ricorrono, fra gli altri, i nomi dei santi Maddalena di Canossa, Gaspare Bertoni e Giovanni Bosco, dei beati Pio XI, Ludovico da Casoria e Giovanni Nepomuceno Tschiderer, del servo di Dio John Henry Newman. E dopo la sua morte tanti altri lo invocheranno come protettore: i santi Luigi Orione, Giovanni Calabria e Luigi Guanella, i beati Giovanni XXIII, Luigi Talamone, Ildefonso Schuster e Francesco Pianzola. Una folta schiera di "uomini di Dio" che ora lo accolgono con gioia nel novero dei beati riconosciuti dalla Chiesa».
«Innanzitutto Rosmini insegna come si deve servire il Signore, proponendo valori eterni e universali in un tempo caratterizzato dal pensiero debole e dalla mancanza di significato. Il nuovo beato può essere considerato un eroe della carità universale, che egli perseguì utilizzando tutti i mezzi che la divina Provvidenza gli aveva messo a disposizione. Fu eroica la sua decisione di rinunciare a onori e ricchezze per vivere ritirato e da povero monaco. E fu altrettanto eroica la sua carità, quando uscì dalla vita di preghiera e di studio per gettarsi nell’impegno pubblico, al servizio della Chiesa e per il bene della nazione italiana».
«Certamente. Mi riferisco all’obiettivo del suo lavoro intellettuale, che egli sintetizzò nel condurre gli uomini alla religione mediante la ragione. Era un bisogno di quel tempo, ma è un bisogno nuovamente attuale. Ci troviamo infatti in un momento nel quale gli uomini sembrano volersi allontanare da Dio nel nome della ragione, persuasi di poter vivere senza la religione. Ed egli ebbe la lungimiranza di chiamare "carità intellettuale" questo sforzo di riconciliare nell’uomo la fede con la ragione, il Vangelo con la scienza, il soprannaturale con il naturale».
«Io lo individuerei nelle tre parole suggerite ad Alessandro Manzoni sul letto di morte: "Adorare, tacere, godere". Adorare Dio e la sua Provvidenza presente in ogni istante della nostra vita; tacere adorando, contemplando e amando; godere tacendo, immersi in un amore ineffabile ed eterno. La figura di Rosmini oggi può rappresentare un aiuto provvidenziale a recuperare l’uomo nella sua interezza e a disporlo all’apertura nella comunione con Dio, riaccendendo all’interno dell’uomo il cielo del soprannaturale».
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