Lo ammette, senza tanti giri di parole: «Diminuiscono
gli studenti che scelgono l’ora di religione». Eppure don Vincenzo
Annichiarico, responsabile dell’ufficio della Conferenza episcopale
italiana che si occupa dell’ora di religione, spiega che i dati vanno
interpretati in modo più corretto: «Bisogna capire chi sono quelli che non
scelgono e poi perché lo fanno». Sul tavolo ha due rapporti, pagine di
numeri e tabelle, divise per diocesi, provincia, città. Il primo mette in
fila i dati degli studenti che si avvalgono o rinunciano all’ora di
religione. L’altro è quello recentissimo della Fondazione Migrantes sugli
immigrati stranieri. Non sono riservati, né segreti e chiunque li può
sfogliare sul sito Internet della Cei.
La trappola dei numeri
«Vede», osserva don Annichiarico, «sono circa mezzo milione gli
studenti che rinunciano all’ora di religione e circa mezzo milione i
giovani stranieri in età scolare in Italia che non sono cattolici». Ma è
solo una parte della spiegazione, anche perché a Milano, nelle superiori,
dove la rinuncia sfiora a volte il 50 per cento, il 10 per cento degli
studenti stranieri sceglie invece di frequentare l’ora di religione.
Insomma, bisogna stare attenti alla trappola dei numeri.
Intanto le percentuali più alte di rinuncia si notano nelle scuole
superiori, dove sono il doppio (15 per cento) della media di tutte le altre
scuole. Ma la situazione si capovolge negli istituti professionali, che nell’ultimo
anno hanno avuto un incremento di scelta del 2 per cento. Stessa situazione
nei licei psicopedagogici, dove l’ora di religione riscuote consensi
superiori alla media nazionale. La spiegazione sta nell’organizzazione
scolastica, cioè nella collocazione dell’ora all’interno dell’orario.
Don Annichiarico sfoglia il volume del rapporto e si ferma alla pagina
che raccoglie i dati su cosa fa chi non si avvale dell’insegnamento: «Il
48 per cento esce prima o resta a dormire. Il 10 per cento sceglie le
attività alternative, il resto rimane a scuola a studiare. Non è una
scelta che denota un’avversione chiara all’ora di religione.
Semplicemente, accade che i prèsidi collocano l’ora di religione alla
prima o all’ultima ora. Allora non si tratta di fuga dalla religione, ma
di fuga dalla scuola».
Giocarsi le carte migliori
La questione si ripercuote sugli insegnanti, che soffrono una sorta di
discriminazione, trovandosi con le aule semivuote. E indica anche precise
responsabilità dello Stato: «Se fosse una scelta consapevole la Cei
starebbe zitta. Ma le materie alternative non sono mai state una priorità
del ministero». Preoccupa la Cei anche la fuga dall’ora degli studenti
stranieri: «Frequentarla, pur non essendo cattolici, potrebbe servire a
capire meglio il nostro Paese e aumentare la qualità dell’integrazione».
Ci sono degli esempi, che don Annichiarico racconta con orgoglio: «In una
scuola di Prato, dove la comunità cinese è molto grande, un preside ha
chiesto proprio all’insegnante di religione di redigere un progetto per la
loro migliore integrazione. E in alcuni centri dell’Abruzzo dove vivono
molti musulmani, nessuno di loro ha rinunciato».
Il ruolo dell’insegnante è fondamentale e quelli di religione sono tra
coloro che più di tutti si aggiornano, partecipano a corsi nazionali,
regionali e diocesani. Il motivo è chiarissimo: si tratta di un’ora
facoltativa e i professori di religione devono giocarsi le carte migliori.
L’ultimo corso nazionale si è svolto pochi giorni fa ad Assisi. Sono
22.000 i professori di religione, di cui 15.000 in ruolo. Quando sentono che
qualcuno esulta perché cala il numero degli studenti che scelgono l’ora
di religione, come è accaduto di recente, s’interrogano sul proprio
ruolo.
Comunque ci vuole rispetto
La presidente dell’Associazione italiana insegnanti di religione, Patrizia
Caprara, l’ha scritto in una lettera a la Repubblica, che mai
è stata pubblicata: «Come cittadina italiana e insegnante di religione
trovo patetiche quelle affermazioni che ci descrivono come persone che
appartengono al "sistema" Chiesa. Ho violato le regole, avuto dei
privilegi, costituisco una minaccia sociale? Questo insegnamento non è
imposto da nessuno e quindi, pur non condividendolo, andrebbe rispettato».
In tutta Italia lo sceglie il 91 per cento degli studenti della scuola
statale, con situazioni diverse tra Nord, Centro e Sud. Le percentuali più
alte (oltre il 94 per cento) si trovano nelle materne ed elementari, dove le
ore sono due e una e mezza, nelle medie si scende di poco (92 per cento) e
soltanto nelle superiori ci si attesta all’84 per cento.
Al Nord c’è il più alto numero di chi non se ne avvale. Al primo
posto l’Emilia-Romagna (16,3 per cento), poi Piemonte (15,7) e Liguria
(13,4). Ma la regione che registra il picco nazionale di no è la Toscana,
17,6 per cento. Al Centro le defezioni si attestano in media sul 9 per
cento, mentre al Sud si fermano all’1,6 per cento. Ed è al Sud che la
scelta è dettata forse da motivazioni più nobili che non quelle della fuga
dalla scuola, poiché l’80 per cento di chi non partecipa sta a scuola a
studiare.