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Ma la scuola cattolica
non è solo "privata"

 
Attualità.
di Alberto Bobbio


SCUOLA
ORA DI RELIGIONE: STUDENTI IN CALO, MA PER PIGRIZIA


IN FUGA DALLO STUDIO

Il 91 per cento la frequenta, ma alle superiori cresce il numero di chi non se ne avvale. Non per avversione, ma perché la materia è alla prima o all’ultima ora.

Lo ammette, senza tanti giri di parole: «Diminuiscono gli studenti che scelgono l’ora di religione». Eppure don Vincenzo Annichiarico, responsabile dell’ufficio della Conferenza episcopale italiana che si occupa dell’ora di religione, spiega che i dati vanno interpretati in modo più corretto: «Bisogna capire chi sono quelli che non scelgono e poi perché lo fanno». Sul tavolo ha due rapporti, pagine di numeri e tabelle, divise per diocesi, provincia, città. Il primo mette in fila i dati degli studenti che si avvalgono o rinunciano all’ora di religione. L’altro è quello recentissimo della Fondazione Migrantes sugli immigrati stranieri. Non sono riservati, né segreti e chiunque li può sfogliare sul sito Internet della Cei.

La trappola dei numeri

«Vede», osserva don Annichiarico, «sono circa mezzo milione gli studenti che rinunciano all’ora di religione e circa mezzo milione i giovani stranieri in età scolare in Italia che non sono cattolici». Ma è solo una parte della spiegazione, anche perché a Milano, nelle superiori, dove la rinuncia sfiora a volte il 50 per cento, il 10 per cento degli studenti stranieri sceglie invece di frequentare l’ora di religione. Insomma, bisogna stare attenti alla trappola dei numeri.

Intanto le percentuali più alte di rinuncia si notano nelle scuole superiori, dove sono il doppio (15 per cento) della media di tutte le altre scuole. Ma la situazione si capovolge negli istituti professionali, che nell’ultimo anno hanno avuto un incremento di scelta del 2 per cento. Stessa situazione nei licei psicopedagogici, dove l’ora di religione riscuote consensi superiori alla media nazionale. La spiegazione sta nell’organizzazione scolastica, cioè nella collocazione dell’ora all’interno dell’orario.

Don Annichiarico sfoglia il volume del rapporto e si ferma alla pagina che raccoglie i dati su cosa fa chi non si avvale dell’insegnamento: «Il 48 per cento esce prima o resta a dormire. Il 10 per cento sceglie le attività alternative, il resto rimane a scuola a studiare. Non è una scelta che denota un’avversione chiara all’ora di religione. Semplicemente, accade che i prèsidi collocano l’ora di religione alla prima o all’ultima ora. Allora non si tratta di fuga dalla religione, ma di fuga dalla scuola».

Giocarsi le carte migliori

La questione si ripercuote sugli insegnanti, che soffrono una sorta di discriminazione, trovandosi con le aule semivuote. E indica anche precise responsabilità dello Stato: «Se fosse una scelta consapevole la Cei starebbe zitta. Ma le materie alternative non sono mai state una priorità del ministero». Preoccupa la Cei anche la fuga dall’ora degli studenti stranieri: «Frequentarla, pur non essendo cattolici, potrebbe servire a capire meglio il nostro Paese e aumentare la qualità dell’integrazione». Ci sono degli esempi, che don Annichiarico racconta con orgoglio: «In una scuola di Prato, dove la comunità cinese è molto grande, un preside ha chiesto proprio all’insegnante di religione di redigere un progetto per la loro migliore integrazione. E in alcuni centri dell’Abruzzo dove vivono molti musulmani, nessuno di loro ha rinunciato».

Il ruolo dell’insegnante è fondamentale e quelli di religione sono tra coloro che più di tutti si aggiornano, partecipano a corsi nazionali, regionali e diocesani. Il motivo è chiarissimo: si tratta di un’ora facoltativa e i professori di religione devono giocarsi le carte migliori.

L’ultimo corso nazionale si è svolto pochi giorni fa ad Assisi. Sono 22.000 i professori di religione, di cui 15.000 in ruolo. Quando sentono che qualcuno esulta perché cala il numero degli studenti che scelgono l’ora di religione, come è accaduto di recente, s’interrogano sul proprio ruolo.

Comunque ci vuole rispetto

La presidente dell’Associazione italiana insegnanti di religione, Patrizia Caprara, l’ha scritto in una lettera a la Repubblica, che mai è stata pubblicata: «Come cittadina italiana e insegnante di religione trovo patetiche quelle affermazioni che ci descrivono come persone che appartengono al "sistema" Chiesa. Ho violato le regole, avuto dei privilegi, costituisco una minaccia sociale? Questo insegnamento non è imposto da nessuno e quindi, pur non condividendolo, andrebbe rispettato».

In tutta Italia lo sceglie il 91 per cento degli studenti della scuola statale, con situazioni diverse tra Nord, Centro e Sud. Le percentuali più alte (oltre il 94 per cento) si trovano nelle materne ed elementari, dove le ore sono due e una e mezza, nelle medie si scende di poco (92 per cento) e soltanto nelle superiori ci si attesta all’84 per cento.

Al Nord c’è il più alto numero di chi non se ne avvale. Al primo posto l’Emilia-Romagna (16,3 per cento), poi Piemonte (15,7) e Liguria (13,4). Ma la regione che registra il picco nazionale di no è la Toscana, 17,6 per cento. Al Centro le defezioni si attestano in media sul 9 per cento, mentre al Sud si fermano all’1,6 per cento. Ed è al Sud che la scelta è dettata forse da motivazioni più nobili che non quelle della fuga dalla scuola, poiché l’80 per cento di chi non partecipa sta a scuola a studiare.

Alberto Bobbio

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