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Probabilmente il Partito democratico è veramente quel partito allegro, di cui ha parlato a Milano il suo segretario Walter Veltroni nel giorno della sua costituente, ma se quello che è accaduto dopo l’obiezione di coscienza in Parlamento della senatrice Paola Binetti dovesse ripetersi su temi molto più importanti delle regole antiomofobiche, la fusione fra il riformismo cattolico, l’altro di matrice socialista e quello liberal-democratico rischierebbe di andare fatalmente a pezzi e senza allegria alcuna. Pierluigi Castagnetti, Paola Binetti, Giorgio Tonini e padre Bartolomeo Sorge, nell’intervista che pubblichiamo in queste pagine, provano a spiegare perché, invece, i filoni riformisti uniti nel Partito di Veltroni, hanno la possibilità di farcela. «Io credo che il Pd rappresenti in questo momento l’elemento più fortemente innovativo della politica italiana», spiega la senatrice Binetti a Famiglia Cristiana, dopo la settimana di polemiche che l’hanno investita in seguito alla sua obiezione di coscienza. «È una scommessa e in questa scommessa ci sono anch’io. Nessuno di noi sa il numero vincente, ma ci proviamo. Però se non avremo fretta, se non ci bruceremo prima esponendoci a sfide troppo difficili da reggere all’inizio di una vita da vivere in comune, ma le digeriremo piano piano, soprattutto un partito che vuole mettere insieme ottiche storicamente diverse, strategicamente diverse, allora è possibile farcela. Dobbiamo semplicemente prenderci il nostro tempo, costruire insieme questa relazione una relazione nel rispetto reciproco. Adesso possiamo fare delle cose che magari fra sei mesi non potremo portare avanti oppure non possiamo fare quello che fra sei mesi potremo tranquillamente permetterci. Ma, se dovesse riuscire questa scommessa, noi avremo dimostrato che sui diritti universali, sul bene comune, ragionando, ci si può incontrare e condividere soluzioni». Discussioni senza ghigliottine Parole rassicuranti per il suo partito, ma l’obiezione resta e segnala disagi: «Sì, certo, in giro c’è un atteggiamento prevalente troppo concessivo, che eleva il dialogo al rango di bene assoluto, e fai fatica a dire che esistano anche frammenti di verità importanti. Certo, poteva anche essere dimostrato in modo diverso o migliore. Ma io ho posto un problema generale attinente ai limiti della mediazione politica di fronte a valori talora non negoziabili. E l’ho posto anche riguardo il modo, che non è certamente quello di porre la fiducia al Governo su una regola che invece doveva essere liberamente discussa in Parlamento senza ghigliottine. Siamo stati proprio noi del Pd a dire che la libertà di coscienza è inviolabile, senza che questo voglia dire che ognuno fa quello che gli pare. Non è così. Anch’io mi sono trovata a votare cose che personalmente non avrei mai votato, ma ricercando il bene comune si può pure esprimere un dissenso motivato, senza con questo spingerlo a mettere in pericolo una votazione e cioè a esprimere un dissenso deliberativo. Però, ripeto, affinché ciò sia possibile, è necessario che in futuro il Governo si impegni a non porre la fiducia su una questione che si deve lasciare al libero dibattito in Parlamento». Dà ragione alla Binetti il senatore Tonini, cattolico di provenienza diessina e uno dei più stimati e stretti collaboratori di Walter Veltroni: «La libertà di coscienza può essere più forte del vincolo di fiducia al Governo», chiarisce Tonini, «perché la nostra regola fra l’altro è che sulle questioni eticamente sensibili viga la libertà di coscienza. Ma in questo caso ha sbagliato il Governo a mettere i parlamentari con le spalle al muro. Io non ho condiviso il voto contrario della Binetti», continua Tonini, «soprattutto perché il Governo si era impegnato a correggere l’emendamento, però è avvenuta una forzatura che ha violato il libero, seppur difficile confronto, che fra l’altro era in corso alla commissione Giustizia del Senato. Non si può intervenire bloccando la discussione e addirittura forzare con un emendamento sul quale si mette poi la fiducia». «Veltroni ha parlato di un partito allegro, ma, dico io, non banale», spiega a Famiglia Cristiana Pierluigi Castagnetti, uno dei fondatori del Pd, cattolico e ultimo segretario del Partito popolare, «perché le questioni che ci stanno innanzi sono troppo serie ed evocano forza e solidità di pensiero. In questo senso non basterà neppure dire che nel nuovo partito i cattolici debbono sentirsi a casa loro, o che per loro ci sarà spazio. Lo spazio di cui essi hanno bisogno è quello del dialogo, dell’approfondimento, del riconoscimento di quella specificità politica diversa dall’identità partitica di cui parla Giorgio Campanini , della non privatizzazione della fede, del non timore a tornare a parlare dei valori e dei principi. Ma, si riobietta in proposito, ci sono temi su cui non sarà mai possibile definire punti di convergenza, come i cosiddetti principi non negoziabili per i credenti. In tal caso, senza rinunciare alla fiducia e alla speranza di un risultato non scontato in partenza, mi pare che si dovrebbero definire procedure di rispetto delle reciproche autonome posizioni, che avranno il diritto di esprimersi in sedi interne ed esterne, senza per questo rinunciare a realizzare e valorizzare i tanti punti di convergenza possibili». E, a proposito di partito allegro, c’è da segnalare la pessima figura rimediata dal portavoce di Veltroni, Ermete Realacci, che ha immediatamente proposto l’espulsione della senatrice Binetti. Ma forse lui pensava a un partito di allegroni.
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