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Per Giovanni Paolo II, che di fatto ha riportato in luce nel nostro tempo la straordinaria figura di san Luigi Maria Grignion de Montfort, l’autore del Trattato della vera devozione a Maria è stato «un teologo di classe», perché capace di far passare i fedeli da una devozione popolare e sentimentalistica a una devozione teologica, «in quanto faceva sorgere l’interesse per Maria dalla fede nell’incarnazione e nel mistero della Trinità». Non per nulla papa Wojtyla prese a prestito, proprio dal mariologo francese, il suo famoso motto Totus tuus. Ma il Trattato si inserisce anche in uno scenario profetico, in quanto sin dal 1712 il Montfort predisse che «bestie frementi andranno sulle furie per dilaniare con i loro denti diabolici questo piccolo scritto e colui del quale lo Spirito Santo si servì per scriverlo: se non altro per farlo rimanere nell’oscurità e nel silenzio di un cofano» (Trattato, n. 114). Accadde esattamente così: dopo la morte di Montfort, a soli 43 anni d’età, il suo manoscritto venne nascosto in una cassa ai tempi della Rivoluzione francese e fu ritrovato casualmente soltanto nel 1842. Da allora, però, si è rivelato un best seller, con più di 300 edizioni in una trentina di lingue.
Padre Stefano De Fiores, missionario della Compagnia di Maria (i Monfortani), è il massimo conoscitore della spiritualità di Grignion de Montfort e lo descrive come «una guida sicura, perché non offre soltanto solidi princìpi, ma con le sue opere ci accompagna nel cammino pratico di ogni giorno».
«Il Trattato è un libro che si pone a cavallo di tre culture: come fonte ha la cultura barocca, che mette in evidenza la personalità di Maria nella storia della salvezza; come luogo di confronto individua la cultura critica, che denunciava le possibili esagerazioni nel campo della devozione mariana; come terreno da dissodare si propone la cultura popolare, dove lui voleva incidere concretamente, confidando nel cuore dei semplici».
«Io traduco questa "schiavitù" con un riferimento al passo del Trattato nel quale il nostro autore parla della "perfetta consacrazione a Gesù Cristo", che non è altro se non "una perfetta e totale consacrazione di sé stessi alla santissima Vergine" e di fatto si rivela "una perfetta rinnovazione dei voti e delle promesse del santo Battesimo". È questo il vero orizzonte del Montfort: mentre prima di lui gli autori mistici che parlavano di questa "schiavitù" guardavano soltanto verso Maria, con la sua svolta cristocentrica il Montfort mette in primo piano nell’orizzonte spirituale la persona di Gesù Cristo».
«L’odierna fortuna del Montfort è dovuta anche al fatto che è uno dei pochi autori cattolici che hanno trattato della seconda venuta di Gesù Cristo. Intendiamoci, non c’è alcunché di millenaristico in lui, perché la sua convinzione è che il regno di Gesù verrà quando, per mezzo di Maria, il Redentore sarà più conosciuto e amato, mentre il Vangelo sarà messo maggiormente in pratica. È in questo che consiste l’azione degli "apostoli di Maria". L’opera di Montfort si inserisce poi nella ricerca del modello d’uomo che noi dobbiamo cercare di realizzare. Non certamente il "tipo" egoistico, bensì il "tipo" relazionale, colui il quale dona tutto sé stesso. Questo è il nucleo della proposta del Montfort: farsi dono nelle mani del Signore per l’avvento del regno di Dio nel mondo».
«Io credo che il suggerimento che tuttora ci giunge da lui si possa riassumere nelle due formule che lo stesso Montfort rivolgeva costantemente a Maria e a Gesù. La prima è: "Io sono tutto tuo, o Vergine, benedetta sopra ogni cosa". Mentre la seconda recita: "Io sono tutto tuo, e tutto quanto posseggo te lo offro, amabile mio Gesù, per mezzo di Maria tua santa Madre". Sono pensieri certamente sintetici ma completi e densi di significato, perché in essi c’è l’essenza della consapevolezza cristiana che la via migliore per giungere a Cristo è attraverso la Madonna».
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