Fa discutere. Come è
sempre accaduto con i film che hanno segnato i momenti più importanti della
sua carriera. Perché Robert Redford non s’è mai nascosto dietro
il cliché del bello e sensibile. È uno che ha sempre preso posizione. E
per questo divide.
Simbolo della parte "buona" dell’America, dopo
aver recitato in popolari serie tv statunitensi, sfondò a metà degli anni
Sessanta. Prima con A piedi nudi nel parco, commedia ipersentimentale
con Jane Fonda, e poi con Butch Cassidy and the Sundance Kid accanto
a Paul Newman. Un titolo che avrebbe segnato la sua vita professionale. Non
per nulla il suo festival del cinema indipendente (arroccato tra le montagne
dello Utah) si chiama Sundance Film Festival e lancia i nuovi talenti
del cinema mondiale.
Per quarant’anni, sul grande schermo ha interpretato
ogni sorta di eroe romantico e idealista. Dall’ambientalista convinto (Corvo
rosso non avrai il mio scalpo, La mia Africa, In mezzo scorre il
fiume, L’uomo che sussurrava ai cavalli) all’elegante
truffatore (Il grande Gatsby, La stangata). Dal perbenista
impegnato (Come eravamo) al giornalista d’assalto (Tutti gli
uomini del presidente). Con un occhio attento all’intrattenimento col
retrogusto da analisi sociale (I tre giorni del Condor, Brubaker,
Havana, Quiz Show, Spy Game). Redford, insomma, non
sputa in faccia a Hollywood: cerca piuttosto di cambiarla dal di dentro,
imponendole sia la sua aura di star sia le sue convinzioni liberali.
Spirito inquieto, il bel Robert non si metteva dietro la
cinepresa da sette anni. Finché gli è capitato sotto mano un copione
(scritto dal semisconosciuto Matthew Carnahan) così coinvolgente, così
scarnificato dai dubbi contemporanei da fargli venir voglia di tornare alla
regìa e pure alla recitazione. Leoni per agnelli è il titolo più
intrigante proposto dagli schermi festivi. Per chi a Natale ha voglia di
mettersi in discussione.
- Perché ha girato questo film?
«Se si fosse trattato solo di un lavoro sulla guerra,
probabilmente non avrebbe suscitato il mio interesse», spiega Redford, 71
anni, a proposito della pellicola presentata alla Festa del Cinema di Roma e
adesso in uscita nelle sale. «Ma questa sceneggiatura sbucata dal nulla mi
ha sorpreso, perché parla di politica. Oggi Hollywood non ama rischiare su
storie che suscitino domande, che facciano riflettere. Invece, sono proprio
questi i film che da sempre amo realizzare».
- Che cos’è che l’ha stuzzicata?
«Il fatto che la storia utilizzi un episodio della guerra
in Afghanistan per raccontare tre vicende personali su altrettanti problemi
che mi stanno a cuore: il ruolo dei media, dell’istruzione, della politica
nei confronti del crescente disimpegno dei giovani americani».
Il limite di Leoni per agnelli, forse, sta proprio
in questa tripartizione. Primo ambiente: a Washington, nell’ufficio del
senatore repubblicano Irving (un convincente Tom Cruise), la
giornalista televisiva Janine Roth (Meryl Streep) ingaggia una
battaglia verbale col rampante politico che vuole persuaderla, e attraverso
lei convincere gli americani, che una nuova strategia vincente è possibile
in Afghanistan. Secondo palcoscenico: Malley (lo stesso Redford), insegnante
universitario, mette sotto torchio uno studente che, snobbando politica e
impegno, rischia di sprecare le sue potenzialità. Terzo scenario: due ex
allievi di Malley, il latinoamericano Ernest (Michael Peña) e il
nero Arian (Derek Luke), partono in elicottero per sperimentare sul
campo di battaglia quanto siano vanesie le parole dei politici.
Dialoghi forti, ma ritmo soporifero. I tre filoni si
mescolano in modo farraginoso. Si stenta a riconoscere la mano premiata 26
anni fa con l’Oscar per la regia di Gente comune. L’impressione
è di un film fatto su misura per gli americani, che spiega loro come un
popolo di Leoni (perché sono ricchi di qualità e valori) sia oggi guidato
da un branco di Agnelli, cioè di menzogneri incapaci (i Repubblicani).
Propaganda elettorale. Come spiegare altrimenti la chiusura della pellicola
stile John Wayne?
- Signor Redford, nel suo film non si parla di pace né
di cultura dell’altro...
«Mi preme di più ricordare che i nostri leader hanno
mandato tanti giovani a morire in nome di una bugia colossale. Il dollaro si
è svalutato. La simpatia nei nostri confronti è sparita. Questo film è il
mio modo per dire: "mi dispiace"».