Il canale killer ha ripreso le sembianze di un rigagnolo senza
importanza, poco più che una striscia di fango votata a gonfiarsi per
irrigare i campi solo se e quando l’uomo glielo consente. Il sole che
scotta non suggerisce pensieri di morte, anzi.
Il delta del mondo, dove corrono a gettarsi nel Golfo del Bengala fiumi
come il Gange, il Brahmaputra o il Meghna, con l’intricato gomitolo dei
loro affluenti, si presenta ricco di storia e di fascino, frutto – quest’ultimo
– di una natura tropicale prodiga di colori, di suoni, di magia.

Una donna di Nachnapara con il figlio in un
riparo di fortuna.
Eppure è successo. Ore d’inferno, il buio, l’urlo strozzato del
vento lanciato a 250 chilometri all’ora, lo schianto degli alberi che
cadono al suolo, il rumore delle lamiere sbattute di qua e di là,
trasformate in implacabili ghigliottine, e poi la pioggia improvvisa,
torrenziale, che gonfia i corsi d’acqua: soltanto in questo minuscolo
centro abitato, chiamato Nachnapara, il ciclone Sidr ha ucciso una bambina,
mentre qui attorno, nella municipalità di Tiakhali, ha stroncato 48 vite.
In tutto il Bangladesh meridionale il bilancio è da brividi. Si sono
contati circa 3.500 morti, un migliaio di dispersi, oltre 563.000 case
completamente distrutte e 885.000 gravemente danneggiate. Più gli sfollati,
che – a seconda delle fonti – oscillano tra il milione e mezzo e i due
milioni.

Quello che rimane della diga che proteggeva il
villaggio di Nachnapara,
il cui crollo ha causato la morte di una bambina.
La bambina strappata alla madre
Khadiza ha 30 anni e un vestito nero che pare ingessarne il dolore.
Parla con un filo di voce, lo sguardo fisso sul canale che attraversa il
villaggio di Nachnapara, così apparentemente innocuo, oggi. «Quando ho
capito che il ciclone stava arrivando», dice, «sono scappata verso il
rifugio. Ero con mia figlia Romi, di otto anni. Per essere sicura, l’ho
legata a me, come facevo quand’era bambina».
La pioggia battente, la piccola diga che tratteneva il fiume Andarmanik
finita in pezzi alle sue spalle, il canale di irrigazione diventato di colpo
un’alta muraglia di acqua e di fango...
«È stato un attimo», continua Khadiza. «Lo scialle con cui Romi era
legata a me ci stava strozzando: l’ho allentato per andare più forte, ma
la corrente mi ha raggiunta strappandomi Romi e trascinandola via, morta».

Nella sede Caritas di Barisal si prepara l’invio
di coperte ai sopravvissuti.
A poca distanza da lei, un’altra donna se ne sta come impietrita di
fronte a quella che fu la sua casa.
Salma ha 19 anni, la figlia Sadia uno e mezzo, il marito Alom 25.
Sono salvi, ma hanno perso tutto. Salma indossa lo stesso salwar kamiz che
aveva quella maledetta notte, i pantaloni gialli e l’ampio scialle
viola-azzurro. «Hanno avvertito del pericolo imminente attorno alle 21,30
del 14 novembre», racconta Salma. «Non tutti hanno dato credito all’annuncio,
perché giorni prima c’era stato un allarme dello tsunami risultato
infondato. Pioveva sì, ma solo da qualche ora e non da un paio di giorni,
come generalmente accade alla vigilia di un ciclone. Mio marito, io e la
nostra Sadia siamo comunque scappati».
«Abbiamo provato a ripararci nel rifugio, ma era già tutto pieno»,
ricorda Salma. «Non c’era più posto per noi. Siamo dovuti tornare
indietro, attraversare nuovamente tutta Nachnapara e cercare salvezza in un
vicino ambulatorio. Ce l’abbiamo fatta per un pelo. La nostra casa non ha
retto la furia del vento, che è diventato irresistibile per ore, il 15
novembre. Era talmente forte da sollevare due traghetti e scaraventarli qua
vicino, sulla terraferma».

Si lavora per ripristinare il canale irriguo a
Nachnapara
nell’ambito del progetto Cash for work.
«Grazie al personale e ai mezzi della Marina militare americana, di
molte Organizzazioni non governative e di alcune agenzie delle Nazioni
Unite, in 72 ore sono stati riallacciati i collegamenti elettrici ed è
stato sventato il rischio di epidemie», dichiara Pius Costa,
sottosegretario del ministero della Terra.
Nel villaggio isolato
«Il 15 dicembre abbiamo finito la prima fase di intervento, che in tre
tempi e con modalità diverse ci ha visto distribuire riso, lenticchie,
sale, olio di soia, teloni, lenzuola, coperte, secchielli, piatti, bicchieri
e zanzariere», affermano Pintu William Gomes, del Dipartimento
emergenze della Caritas del Bangladesh, e Punurdan Guda, direttore
dell’Ufficio regionale Caritas di Barisal.
Accompagnato da loro, Danilo Feliciangeli, della Caritas italiana,
ha effettuato un sopralluogo nelle zone colpite del Bangladesh meridionale.

La zona colpita a sud di Barisal.
La missione ha percorso i circa 150 chilometri che da Barisal portano
giù, a Sud, fino all’Oceano Indiano, su vie che – per interminabili
tratti – dell’asfalto conservano solo un vago ricordo. Tutte polvere e
buche, le strade dribblano paesaggi differenti (dalla foresta alle risaie),
salvo essere spesso costrette a cedere il passo a traghetti arrugginiti che
consentono di passare da una sponda all’altra delle decine di fiumi che
costituiscono il delta.
La delegazione della Caritas ha fatto tappa in diversi villaggi, tra cui
il più emblematico – giacché ancora adesso in molte zone si arriva solo
navigando – è stato senza dubbio Shakrail, alle cui porte il ciclone ha
eroso l’unica via che lo collegava al resto del mondo e dunque, oggi, è
raggiungibile tramite uno strettissimo sentiero, costruito costeggiando il
fiume Chanda, oppure, meglio, a bordo di una barca.

Sopravvissuti al ciclone Sidr a Kuakata, sul
Golfo del Bengala.
«Non è la prima volta che il Bangladesh affronta prove simili»,
riprendono Pintu William Gomes e Punurdan Guda. «Nel 1970 un ciclone causò
mezzo milione di morti; un altro, nel 1991, uccise 140 mila persone. Oggi le
vittime accertate sono circa 3.500. Il minor numero di decessi è dovuto al
fiorire di rifugi. Ne sono stati edificati 2.000, di cui 222 grazie al
contributo della rete internazionale delle Caritas. Quella italiana ne ha
pagati 66, la Caritas austriaca 35, la Caritas inglese (Cafod) 12».
Destinati a finire sott’acqua
«Sono grosse costruzioni in cemento armato», continuano Gomes e Guda, «divise
in più stanze ma senza pianterreno, che poggiano su alti pilastri, in grado
di resistere alla furia del vento e dell’acqua. Ciascuno può accogliere
almeno 1.500 sfollati, in qualche caso anche di più. In condizioni normali,
i rifugi vengono usati come sale riunioni o come aule scolastiche».
Siamo ormai alla vigilia di Natale. A Dacca, Benedict Alo D’Rozario,
direttore esecutivo della Caritas del Bangladesh, redige un primo,
provvisorio bilancio. «Dopo il ciclone, venti Caritas nazionali si sono
attivate per aiutarci, donandoci finora 4.151.028 dollari su un fabbisogno
complessivo stimato intorno ai 9,5 milioni di dollari. Nei prossimi due mesi
procederemo con il progetto chiamato Cash for work, pagando migliaia
di sopravvissuti impegnati a ricostruire o riparare strade, argini, dighe,
ponti. Per sei ore di lavoro giornaliere prendono l’equivalente di 1,5
euro».

Una madre attende di ricevere gli aiuti con la
sua creatura in braccio.
In Bangladesh la maggioranza della popolazione è di religione musulmana.
Intanto, aggiunge D’Rozario, «perfezioneremo i progetti relativi all’ultima
fase, quella della ricostruzione di case e scuole, aprendo i cantieri».
Il ciclone Sidr ha reso ancor più evidente il problema dei cambiamenti
climatici. Aggravando, se possibile, il livello della povertà. Lo hanno
ribadito, nell’udienza che ha concluso la missione della Caritas italiana,
l’arcivescovo di Dacca, monsignor Paulinus Costa,e il vescovo
ausiliare della capitale, nonché presidente della Caritas del Bangladesh, monsignor
Theotonius Gomes. Le correnti fredde provenienti dall’Himalaya si
scontrano con l’aria sempre più calda dell’Oceano Indiano, generando un
maggior numero di cicloni. Una parte rilevante del Paese è destinata a
finire sott’acqua se il livello del mare s’innalza anche di poco.

Donne al lavoro per preparare sacchi di
lenticchie da distribuire ai sopravvissuti.
Tra miseria e fondamentalismo
La miseria, infine. È endemica. Diffusa. Brutale. Vedi uomini, donne e
bambini dormire per strada, avvolti in stracci lerci. Il reddito medio annuo
pro-capite è di 470 dollari. Il dato più angosciante è, però, un altro.
Il 35,6 per cento della popolazione del Bangladesh (152 milioni di abitanti
in tutto) vive sotto la soglia della povertà estrema e rischia che ogni
giorno sia l’ultimo perché non ha due dollari – talvolta neppure uno
– per sfamarsi e bere (di curarsi non se ne parla, giacché non c’è un
sistema di welfare; visite e medicine si pagano).
La pubblica amministrazione è afflitta dalla piaga della corruzione. In
questo contesto cresce il fondamentalismo islamico. Che preoccupa. Anche se
i vertici della Chiesa e della Caritas del Bangladesh assicurano che
dialogo, rispetto e collaborazione tra musulmani e cristiani non sono venuti
meno.
«Il piano di aiuti messo a punto dopo il ciclone non annulla gli
interventi già programmati dalla Caritas italiana per sostenere lo sviluppo»,
si congeda Danilo Feliciangeli. «Grazie», salutano monsignor Costa e
monsignor Gomes: «Non dimenticateci».