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Cammineranno ancora nella notte di San Silvestro, come fanno da quarant’anni, pregando per la pace, dono di Dio, mentre accanto andranno in scena le solite baldorie. Accade a Bergamo, patria e Chiesa di Angelo Roncalli, il Papa della Pacem in terris, proprio come quarant’anni fa. Era il 1967 e Paolo VI aveva proclamato il 1° gennaio Giornata della pace. Pax Christi, il movimento di cui poco prima il vescovo Luigi Bettazzi aveva assunto la presidenza, aveva lanciato una provocazione: marciare nella notte di Capodanno meditando in silenzio. La forma della marcia non era tanto frequente tra i cattolici ed era soprattutto utilizzata dai movimenti di protesta sociale. Arrivarono in 600 a Bergamo. La marcia partì da Sotto il Monte e raggiunse il seminario di Roncalli a Bergamo Alta, 23 chilometri nel freddo pungente, mentre l’orologio cambiava data e si entrava nel 1968, anno che poi diventerà evocativo di proteste, ma anche di partecipazione e di tante parole nuove per l’impegno della Chiesa. L’enciclica che segnerà l’anno Paolo VI l’aveva quasi pronta. Verrà pubblicata in primavera con il nome di Populorum progressio e conterrà una critica dura alla società di mercato e alle miserie alle quali conducono il troppo di pochi e il troppo poco di molti. L’enciclica era la conseguenza narrativa della scelta di Paolo VI di indicare a tutta la Chiesa un giorno speciale per pregare per la pace. Da allora ogni anno la marcia si è ripetuta in giro per l’Italia su frontiere di sofferenza e di denuncia: da Locri a Comiso, dalla Valle del Belice al Molise, da Barbiana a Iglesias. Ma si è snodata anche nelle città della festa opulenta di San Silvestro, Milano, Genova, Verona, Firenze, portando un segno di solidarietà e chiedendo alla gente di non dimenticare chi sta peggio e non potrà mai stappare una bottiglia di spumante.
Il motto di padre Turoldo Quest’anno torna dove era cominciata, a Sotto il Monte, e intreccia anniversario dell’intuizione di Paolo VI e ricordo di quell’enciclica che fece scalpore. La marcia si ispira al messaggio di Benedetto XVI, Famiglia umana, comunità di pace. Sarà più breve di quella di quarant’anni fa, sei chilometri, ma la meta sarà sempre il seminario di Roncalli, dove a mezzanotte il vescovo di Bergamo monsignor Roberto Amadei celebrerà la Messa, prima di un sobrio augurio di buon anno. E monsignor Luigi Bettazzi sarà lì anche questa volta, come ogni anno nella notte di San Silvestro. Allora stupirono le cronache quei 600 giovani imbacuccati. Lo disse: «Sono venuto perché credo che marciare sia un segno di penitenza e di preghiera e sono convinto che la pace viene da Dio, prima ancora che dagli uomini». Il motto l’aveva proposto padre David Maria Turoldo: "La pace non è americana, come non è russa, romana o cinese, la pace vera è Cristo". Sarà l’idea alla base della Populorum progressio. Spiega il professor Luigino Bruni, docente di Economia all’Università di Milano Bicocca: «Erano gli anni dell’entusiasmo capitalistico, che aveva permesso all’Italia di entrare nel club dei Paesi ricchi con il boom economico. Quei giovani che chiedevano, marciando nella notte, di stare più attenti alle ragioni di pace e sviluppo, che rinunciavano ai riti della notte più attraente dell’anno, sono stati sicuramente messaggeri di una profezia che troverà compimento nell’enciclica di Paolo VI». Ecco perché nella notte di San Silvestro oggi si possono intrecciare gli anniversari. Rileva don Francesco Poli, direttore del Centro per la pastorale sociale della diocesi di Bergamo: «Non vogliamo opporci alla festa di Capodanno, ma proporre una preghiera attenta al dialogo tra i popoli». La Populorum progressio insisterà sulla destinazione universale dei beni, sullo sviluppo integrale della persona e dell’umanità. Ma soprattutto spiegherà, osserva il professor Bruni, che «lo sviluppo è il nuovo nome della pace». Dopo 40 anni il concetto è ancora attualissimo. Anzi, rimarca l’economista, «vale ancora di più, visti i guasti della globalizzazione selvaggia, visto che uno sviluppo solo economico si è tramutato in sottosviluppo per molti». La "povertà" del consumismo Ma non c’è solo l’economia: «L’enciclica mette insieme le carenze del minimo vitale e anche quelle morali di tanti mutilati dall’egoismo. C’è una povertà anche nell’opulenza e nel consumismo». Oggi la deriva consumistica denunciata 40 anni fa da Paolo VI si può tradurre nell’individualismo e nel relativismo, su cui Benedetto XVI è tornato più volte in questi quasi tre anni di pontificato. «Era un’enciclica profetica», sottolinea Luigino Bruni, «e per questo è diventata una bandiera per molti. È stata anche associata a una lettura marxista della realtà, forzandone la prospettiva. Ma Paolo VI mai giustifica lo scontro di classe. La sua prospettiva di partenza è il personalismo francese di Maritain, la relazione tra le persone e i popoli, lo sviluppo come reciprocità. Era una critica a tutti i sistemi costituiti del potere che andavano contro l’uomo e la famiglia umana. Proprio come scrive Benedetto XVI nel messaggio per la Giornata della pace 2008 e come ricorderà chi marcia per la pace e lo sviluppo integrale dell’uomo nella notte di Capodanno».
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