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I due doni di Natale di Stefano e Raffaella vestono lo stesso pigiamone di panno, scorrazzano per casa e s’arrampicano sulle sedie per disfare la tavola imbandita e conquistare l’ultimo grissino rimasto intero. Se non fosse per l’influenza che arrossa un po’ gli occhi di Sofia, sarebbe davvero difficile distinguerla dalla sorellina Giulia, tanto si assomigliano: stessi occhioni scuri, stesso taglio di capelli, stesso argento vivo addosso. «Ma se guardi con attenzione, Sofia ti sorride in modo diverso, che sembra dirti sempre "grazie della vita"», osserva mamma Raffaella. Sofia e Giulia sono due splendide gemelline di un anno e mezzo, figlie di Raffaella Iafelice e Stefano Schirato; consulente legale lei e fotoreporter lui, trentenni, entrambi originari di Pescara, sposati da quattro anni. La prima drammatica ecografia La storia di queste bimbe, per molti, non doveva nemmeno iniziare: ancor prima di venire al mondo sembravano non avere futuro, condannate da una malattia che può colpire i gemelli monozigoti. Si chiama "sindrome Ttts", sigla inglese che sta per "Sindrome di trasfusione feto-fetale". Si tratta di una malattia causata dall’esistenza di connessioni sanguigne a livello placentare tra i due feti, per cui vi è un passaggio anomalo di sangue da un bambino, in gergo medico, il donatore, all’altro, il ricevente. Quest’ultimo riceve troppo sangue, che risulta eccedente il suo sistema vascolare e può causare la morte per collasso. Il donatore, invece, non ne riceve abbastanza. Spesso la morte di uno dei gemelli determina la morte anche dell’altro. «La gravidanza sembrava procedere bene», inizia a raccontare Raffaella: «Al quinto mese mi ero recata a trovare mia sorella a Milano. Mi trovavo a Monza e così decisi di fare l’ecografia morfologica presso l’ospedale monzese San Gerardo. Quel 17 gennaio 2006 il mondo ci cadde addosso, quando il dottor Nicola Strobelt, del reparto di Ostetricia e ginecologia, ci spiegò la situazione: le gemelle mostravano la sindrome e, per di più, una delle due denotava una malformazione cerebrale grave». Una preghiera nel pianto Il rischio era, quindi, doppio, continua mamma Raffaella: «Anzitutto che potessero non farcela e che, comunque, una delle due potesse nascere con gravi ritardi psicomotori». Quel giorno è impresso anche nella memoria di Stefano: «Usciti dalla clinica, abbiamo iniziato a vagare per la città a noi sconosciuta, e siamo entrati in una chiesa dove si celebrava un funerale. Così, mescolati tra la folla, abbiamo dato sfogo al pianto e chiesto in silenzio a Dio un po’ di luce». Per i coniugi Schirato inizia la febbrile corsa ai consulti medici in giro per l’Italia. Tutti gli specialisti evidenziano la gravità della malattia e prospettano tre possibilità: l’interruzione di gravidanza, un delicato intervento al laser o un aborto selettivo, sacrificando una delle nasciture, quella con la malformazione. Nel frattempo, però, la coppia continua a recarsi ogni giovedì all’ospedale di Monza per il controllo ecografico. Millecento chilometri per una semplice ecografia? Per loro "Pescara-Monza" in auto valeva qualcosa di più: «Affrontavamo ogni settimana un viaggio così lungo perché solo in quel reparto, solo da quell’équipe non sentivamo mai parlare di aborto», spiega Stefano. E poi la sindrome sembrava non aggravarsi. Ma quando crescono le speranze, arriva sempre qualcosa a demolirle d’un colpo: l’ennesimo consulto con un’altra specialista evidenzia ulteriori problemi per una delle nasciture. Due bimbe accanto al presepe Da qui la proposta del medico di andare ad abortire in Inghilterra, poiché i tempi di legge per l’aborto terapeutico in Italia sono scaduti. Ma Stefano e Raffaella hanno ormai compiuto una scelta in favore della vita. «Una decisione che tutti i santi giorni veniva messa alla prova e che si doveva riconfermare. Ad aiutarci sono stati i familiari, amici e la comunità parrocchiale», confessa la madre. A maggio dello scorso anno arriva il momento del parto prematuro: non si può attendere oltre la 36ª settimana, e Raffaella partorisce, ovviamente al San Gerardo, proprio quando la malattia aveva subìto una brusca accelerazione. Sofia, assai sofferente, viene subito trasferita in terapia intensiva e intubata. I genitori potranno vederne il volto solo una settimana dopo. Quindici giorni dopo, la risonanza magnetica al cervello scongiurerà altri gravi problemi. Sofia, in seguito, subirà un intervento per idrocefalia, con esito positivo. «Non siamo noi i creatori della vita», spiegano semplicemente i
genitori. «E Sofia, che in greco significa saggezza, ci ricorderà sempre
il discernimento sull’esistenza». Natale in casa Schirato ha gli occhi
luccicanti di due bambine sedute a giocare accanto al presepe.
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