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Il 13 novembre 2005 Benedetto XVI ha beatificato Charles de
Foucauld (1858-1916), una delle icone evangeliche più pure del nostro
tempo. Quel giorno, all’interno della basilica di San Pietro, tra i tanti
discepoli e discepole di "fratel Charles de Jésus" (così si
firmava) era presente la "piccola sorella di Gesù" Annunziata,
della comunità di Chiusi (Siena). A lei ci siamo rivolti per approfondire
la figura e gli Scritti spirituali del beato Charles.
«All’inizio della Lettera apostolica che sanciva la beatificazione, il Papa citava un testo del 1916 di Charles de Foucauld, in cui egli riassumeva la sua vita congiungendo due frasi: "Questo è il mio corpo…" e: "Tutto ciò che fate a uno di questi piccoli è a me che lo fate". È una conferma anche per noi dell’unione dell’Eucaristia e del "sacramento" dei poveri».
Tamanrasset, 1 dicembre 1916 - foto G. Giuliani).
«Imparò a "vivere Nazaret" non a Nazaret, ma dovunque ci fossero creature umane "da salvare", in particolare tra quei musulmani che l’avevano risvegliato alla fede, ma che non conoscono Gesù come Figlio di Dio fatto carne».
«Sono meditazioni personali scritte per "fissare i pensieri" e "vincere l’aridità" nelle ore passate pregando la Parola. Non sono stati previsti per la pubblicazione, ma hanno l’immediatezza "ingenua" di un colloquio a tu per tu con Dio, in cui egli mette a nudo sé stesso e la sua fede. E così vanno letti».
«Anche lui leggeva il Vangelo sine glossa (senza note), con stupore e gratitudine. "Mio Signore Gesù, come sarà presto povero chi amandoti con tutto il cuore non potrà sopportare di essere più ricco dell’Amato!", scriveva. Voleva essere povero come Gesù povero, e povero come i poveri amati da Gesù».
«Più che fondatore è stato ispiratore di fondatori e fondatrici… Noi Piccole sorelle di Gesù, fondate nel 1939 da Magdeleine di Gesù, intendiamo essere "contemplative nel mondo", vivendo una vita "ordinaria" centrata sull’amore di Gesù presente nell’Eucaristia, nella Parola, nei piccoli. Fratel Charles vedeva Gesù presente nel tabernacolo realisticamente, come fosse nella casa di Nazaret o a Betania, e per lui stare ai suoi piedi amandolo era la sola cosa necessaria. Pur di vivere con i tuareg, unico cristiano e unico prete, rimase anche senza celebrare e per più di sette anni pure senza conservare l’Eucaristia e tanto meno esporla. Capì che il Mistero del Corpo dato è indicibilmente più grande e che era chiamato lui stesso a offrire il suo corpo in "sacrificio vivente", come chicco di grano nella terra».
«Lo è stato, ma sempre "con la vita", con "l’apostolato dell’amicizia e della bontà". Seguiva il modello della Visitazione: Gesù nascosto nel seno di Maria che fa sobbalzare il bimbo nel seno di Elisabetta... In quei Paesi in cui l’annuncio è impedito, siamo chiamati, diceva, a portare Gesù in noi, a "gridare" il Vangelo non con le parole, ma con la vita. È un "dialogo", questo, che dovrebbe sempre precedere e accompagnare quello degli studiosi e degli evangelizzatori».
«La croce sì, ma con Gesù! Ripeteva fratel Charles: "Più sarò
inchiodato alla croce, più abbraccerò strettamente Gesù che vi è
attaccato"; "Abbracciare la croce è abbracciare il divino
Crocifisso che quaggiù è dove c’è la croce, unito e come inchiodato a
ogni croce terrena, grande o piccola che sia"».
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