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L’uccisione dell’ufficiale dimostra che qualcuno vuole indebolire le forze armate. Come, forse, anche l’indicazione del generale Suleiman alla presidenza.
Non è più nemmeno la presidenza della
Repubblica la posta in palio in Libano, bensì l’unica istituzione che si
è salvata in questi anni da un’astiosa lotta alimentata da forze
straniere: l’esercito.
Se dal 2005 il Paese non è scivolato nello scontro a tutto campo,
nonostante le devastazioni del conflitto del 2006, gli attentati
terroristici, la battaglia a Tripoli con gli islamici militanti durata tutta
l’estate scorsa, un Governo delegittimato, una presidenza a lungo vacante,
lo si deve alle forze armate libanesi che sono rimaste unite e neutrali. Questo esercito è stato colpito pesantemente il 12 dicembre scorso con l’assassinio
del generale François al Hajj, responsabile delle operazioni
militari presso lo Stato maggiore, l’ufficiale che ha guidato l’assedio
ai miliziani islamici a Tripoli. Beirut ne ha viste di tutti i colori in tre
anni, ma un attacco terroristico ai vertici militari è una novità. Con l’uccisione di al Hajj si è entrati nella fase del tentativo di
destabilizzazione dell’Esercito con un probabile obiettivo: sgomberare il
terreno dall’ultima difesa dello Stato. Senza le forze armate coese, in
Libano non rimangono che le singole comunità, ciascuna con le proprie
milizie e le proprie rivendicazioni. Uno scenario perfetto per gli
apprendisti stregoni. Al Hajj, cristiano maronita, ucciso da una bomba fatta esplodere a
distanza al passaggio della sua auto, era già considerato in qualche modo
il futuro comandante dell’esercito. Avrebbe sostituito il generale Michel
Suleiman, che lo ha guidato dalla fine degli anni Novanta, chiamato ora
a ricoprire la carica di presidente. Anche la repentina decisione di optare per Suleiman da parte della
maggioranza parlamentare libanese ha destato non poca sorpresa a Beirut,
vista la precedente perplessità espressa sul suo conto dallo stesso
schieramento politico. Qualcosa è comunque cambiato e dalla sera alla mattina Suleiman si è
ritrovato come il candidato più gettonato. Fonti vicine alle forze armate
hanno fatto notare che destinarlo a un incarico prevalentemente
protocollare, come quello del presidente, può rientrare nel disegno di
voler svuotare l’esercito. Al problema della successione qualcuno ha pensato di porre... rimedio,
assassinando il generale al Hajj. Che la sua uccisione abbia toccato tasti
sensibili lo si è capito da quanto sia rimasto scosso il generale Michel
Aoun, leader storico dei cristiano-maroniti, a capo del Libero movimento
patriottico, oggi colonna dell’opposizione, il quale senza esitazione ha
accusato il Governo libanese, quello appoggiato dalle cancellerie di mezzo
mondo, di non essere estraneo al crimine: «Siamo abituati a vedere un
gruppo che sfrutta il crimine politico a livello locale e internazionale
ogni volta che un crimine viene compiuto», ha detto il generale Aoun. «Utilizzare
il crimine ed esentare sé stessi dalle responsabilità indica un complotto
tra il beneficiario del crimine e gli esecutori del crimine, i quali
potrebbero essere gli stessi... Sospettiamo che coloro che dovrebbero
difenderci ci uccidano... Questi crimini non sono distanti dal Governo
libanese». Gli ex nemici oggi al potere Aoun e al Hajj hanno combattuto fianco a fianco numerose battaglie negli
anni Ottanta, quando Aoun era a capo dell’esercito e al Hajj un suo
aiutante. Tra i nemici di quegli anni c’erano le Forze libanesi,
cristiano-maronite anch’esse, accusate di numerosi attentati e di
collaborazionismo con le forze di occupazione israeliane. Oggi le Forze
libanesi sono al potere a Beirut, membri della maggioranza che governa. Ma durante gli anni della guerra civile Aoun e al Hajj hanno fronteggiato
anche le milizie del druso Walid Jumblatt, anch’egli influente membro dell’attuale
maggioranza, e hanno combattuto pure contro i siriani. Aoun è stato poi
costretto all’esilio, mentre al Hajj, rimasto in ombra per qualche anno,
è riemerso con forza una decina di anni fa. Originario del Libano meridionale, del villaggio di Rmeish, a due passi
dal confine israeliano, al Hajj, come tutti gli abitanti dell’area, a un
certo punto ha dovuto scegliere: stare con o contro Israele. Il generale ha
scelto quest’ultima strada. Eppure le forze di occupazione israeliane, che
nell’area di Rmeish sono rimaste sino al maggio 2000, gli avrebbero
persino offerto il comando del famigerato Esercito del Libano del Sud, un’armata
di collaborazionisti locali al servizio degli occupanti, che reclutava, se
necessario, strappando con la forza i ragazzi alle famiglie della zona. Al
Hajj rifiutò. La casa della famiglia a Rmeish fu bombardata, come pure l’auto
con l’ufficiale a bordo. Una fonte vicina ai militari ha voluto essere esplicita. Tra la fine di
ottobre e i primi di novembre Hezbollah ha organizzato un’autentica
esercitazione nel Libano del Sud, nonostante la presenza delle forze
internazionali, senza però l’utilizzo di armi, né di uniformi, per non
violare la risoluzione Onu che ha posto fine alla guerra del 2006. L’esercito
avrebbe chiuso un occhio su istruzione del generale al Hajj. Questo potrebbe
essergli costato la vita.
Carlo Remeny
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