Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
Spettacoli
di Eugenio Arcidiacono


TELEVISIONE
L’11 GENNAIO PUNTATA SPECIALE DI "CHE TEMPO CHE FA" DEDICATA A DE ANDRÉ


FABIO FAZIO PER FABRIZIO

«Era l’esatto contrario della volgarità di questi anni», dice il conduttore. Che ha un rimpianto: «Lui tifava Genoa, io Sampdoria».

Avvocato mancato, proprio come Fabrizio De André, Fabio Fazio si è laureato in Lettere con una tesi sugli elementi letterari nei testi dei cantautori italiani. «Sì, è vero, l’avevo rimosso. La mia passione per De André è antica, anche se ho avuto la fortuna di incontrarlo solo poche volte. Ricordo un concerto a Milano durante il suo ultimo tour. Ero presente in sala e lui a un certo punto mi ha salutato. Si è rivolto proprio a me. Non ci potevo credere. Mi ha salutato e poi ha aggiunto "orribile sampdoriano". Purtroppo, tifava per il Genoa…».

Fazio è impegnatissimo nella preparazione della puntata speciale di Che tempo che fa, in onda su Raitre in prima serata domenica 11 gennaio, nel decennale della scomparsa di De André.

Solo per Famiglia Cristiana Fabio rompe il riserbo sui contenuti della serata, accettando un colloquio telefonico. «Posso rivelarvi che nel corso del programma centinaia di radio in tutta Italia trasmetteranno in simultanea Amore che vieni, amore che vai. Sarà l’unico momento in cui si sentirà la voce di Fabrizio». L’intento è evitare la retorica della commemorazione, e di far sentire le canzoni di De André nell’interpretazione di grandi artisti italiani.

Fabio Fazio a Che tempo che fa e, in un montaggio, Fabrizio De André nello schermo.
Fabio Fazio a Che tempo che fa e, in un montaggio,
Fabrizio De André nello schermo (foto Ansa).

«Vorrei che questa serata fosse un flusso di musica, interrotto da alcuni momenti in cui si parlerà di Fabrizio con persone davvero titolate a farlo, partendo da sua moglie Dori Ghezzi».

Ci saranno, poi, alcuni collegamenti con luoghi-simbolo della vita e della carriera del cantautore: dal porto di Genova al cimitero di Spoon River, negli Stati Uniti, che ispirò a Edgar Lee Masters la sua celebre Antologia, poi ripresa da Fabrizio nel disco Non al denaro, non all’amore, né al cielo; dal Centro studi De André di Siena, dove sono raccolti tutti i documenti e gli scritti del musicista, a una delle tante scuole elementari sparse per l’Italia che porta il suo nome. Scuole, ma anche strade e piazze si chiamano "Fabrizio De André", a testimoniare la centralità che il cantautore ha conquistato nella memoria degli italiani.

«Gli vogliamo tutti bene», prosegue Fazio, «perché rappresenta l’esatto contrario della volgarità di questi anni. Fabrizio incarna la disponibilità al dialogo anziché allo scontro, alla comprensione anziché all’attacco. E poi, possedeva due doti: una sincerità assoluta e la capacità di raccontare gli uomini senza giudicarli mai, ma sempre con un sentimento di comprensione, di pietà verso le debolezze che ognuno di noi ha».

Tra i tantissimi dischi che Fabrizio De André ha realizzato, ce n’è uno a cui Fabio Fazio è più legato: Creuza de ma, l’album scritto con Mauro Pagani e cantato in dialetto genovese.

«Sono ligure come lui e mi sembra che nulla al mondo abbia saputo raccontare meglio i luoghi in cui sono cresciuto e che ho negli occhi. In quelle canzoni ritrovo i suoni dei mercati, l’eco che risuona nei caruggi, l’odore del mare, il disincanto di certe smorfie sui volti della nostra gente, che assomigliano a un sorriso. In un’altra canzone, A çìmma, contenuta nell’album successivo, Le nuvole, si percepisce persino il sapore delle cose buone da mangiare, un esempio strabiliante di quella religiosità del cibo di cui parla il priore Enzo Bianchi, nel libro Il pane di ieri».

Presenze sempre equilibrate

C’è una canzone di Fabrizio in cui canta con un coro di bambini, Girotondo, filastrocca sull’assurdità della guerra. «La sua grandezza sta nell’affrontare in modo comprensibile a tutti temi universali. Anche Girotondo sarà tra le canzoni che sentiremo l’11 gennaio».

Impegnato nella preparazione di questa puntata speciale, Fabio è infastidito dalle polemiche su una possibile apertura di un’inchiesta della Rai su Che tempo che fa, dopo che alcuni esponenti della maggioranza hanno accusato il programma di invitare solo politici dell’opposizione. «Non è stato aperto niente. È solo il frutto dell’informazione che domina oggi, in cui si pubblicano le dichiarazioni di qualcuno senza verificarle. Qualche politico ha detto che io avrei invitato negli ultimi mesi sei esponenti dell’opposizione e nessuno della maggioranza. La verità è che ne ho invitati solo due e che, quando vorranno venire, anche quelli della maggioranza saranno sempre graditi. Vado in onda da sei anni e le presenze dei politici sono sempre state equilibrate».

Chiuse le polemiche, torniamo a Che tempo che fa. Gli ascolti vanno a gonfie vele, tanto che si parla di una cadenza più costante delle puntate in prima serata, o di un programma nuovo. Ma Fabio smentisce: «Non chiedo di meglio di poter fare Che tempo che fa per il resto della mia carriera. Ho avuto talmente tanta fortuna professionale, che un programma in prima serata non cambierebbe nulla. Anzi, inizio a invecchiare. Bisogna lavorare sempre meno. Hai presente la canzone di De André Il fannullone?». Sì, quella scritta con Paolo Villaggio che inizia così: «Senza pretese di voler strafare, io dormo al giorno 14 ore. Anche per questo nel mio rione, godo la fama di fannullone».

«Ecco, quella è la mia meta».

Eugenio Arcidiacono
   
   
CANZONI NATE SUL TAVOLO DI CUCINA

Tra una canzone e l’altra, gli capitava di stare con lui per ore a pescare o di aiutarlo a far nascere un vitellino. Era così il rapporto fra Massimo Bubola e Fabrizio De André, un’amicizia durata oltre trent’anni. «Per realizzare un disco, Fabrizio mi chiamava in Sardegna, nella sua tenuta di campagna, e insieme passavamo anche sei mesi, condividendo tutto», ricorda il cantautore, che di recente ha rivisitato 11 canzoni che ha scritto con De André in un disco, Dall’altra parte del vento.

Si erano conosciuti a metà degli anni Settanta, mentre Fabrizio attraversava un periodo difficile della sua vita: «Alternava momenti di euforia ad altri di sconforto, tanto che non sapevo se saremmo davvero riusciti a fare un album». E invece, nel 1978 nacque Rimini. La prima canzone che i due scrissero fu Andrea. «Io volevo chiamarla Lucia, perché raccontava la storia di una ragazza che aveva perso il suo innamorato al fronte nella Grande guerra. Fabrizio ebbe l’idea di ribaltare il punto di vista».

Le canzoni nascevano sul tavolo di cucina delle due case di De André, quella in Sardegna e quella di Milano. «Era un luogo inoffensivo, non si doveva per forza scrivere. Non c’erano orari: lui buttava giù qualche idea, poi io proseguivo e così via». Fabrizio era sempre ipercritico: «Il segreto era non rassicurarlo, ma solleticare il suo orgoglio, altrimenti era finita. Ricordo Don Raffaè. Non gli piaceva per niente, diceva che non faceva ridere. Io gli dissi che ero d’accordo e lui a quel punto decise di inciderla».

La canzone che dà il titolo all’ultimo disco di Bubola è un inedito e ha una genesi particolare: «Da un po’ mi capita di fare un sogno ricorrente. In un bar ci siamo io e Fabrizio. Fumiamo e beviamo insieme, parlando dei vecchi tempi. Ho voluto ricordarlo così».

E.Arc.

 

IL NEGOZIO-MUSEO DI VIA DEL CAMPO

Nel cuore di Genova, nella Città vecchia, «dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi», c’è un caruggio, via del Campo, dove un tempo era facile incontrare ladri, prostitute, barboni, alcolizzati.

Negli anni Cinquanta Fabrizio De André, adolescente della buona borghesia, veniva qui e si fermava a lungo per ascoltare le loro storie. Una sosta obbligata in quelle passeggiate era un negozio di dischi, dove De André imparò ad amare cantautori francesi come Georges Brassens e Jacques Brel.

Con il giovane commesso, Gianni Tassio, nacque subito una forte amicizia. Fabrizio, Gianni e un altro ragazzo, Paolo Villaggio, divennero in breve compagni inseparabili di goliardate, finché Gianni rilevò l’attività. Da qualche anno ha raggiunto il suo vecchio amico Fabrizio e in negozio è rimasta la moglie Daniela. Custodisce con amore tutti i ricordi di De André che il marito ha raccolto in tanti anni: la prima chitarra, edizioni rare dei suoi dischi, fotografie che lo ritraggono con amici, come don Gallo.

E poi c’è un librone, dove chiunque può lasciare un pensiero. L’ultimo è di Marta da Roma: «Sei sull’antologia della mia scuola». «Sono sola e stanca», confida Daniela Tassio, «quando non ce la farò più, lascerò tutto al Comune, perché questa eredità non vada perduta».

Intanto, nel negozio entra un ragazzo. In sottofondo si sente La ballata dell’eroe. Il ragazzo si mette a cantare con Fabrizio: «Ma lei che lo amava, aspettava il ritorno di un soldato vivo, di un eroe morto che ne farà?». Poi, scrive qualcosa sul librone, saluta Daniela e se ne va.

E.Arc.


torna all'indice