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Sommario.

 

 
Arrivederci.
di Franca Zambonini


IL COMPLEANNO DI ANDREOTTI, PROTAGONISTA DELLA POLITICA ITALIANA

NOVANT’ANNI DA DIVO
CON RICHIESTA DI PROROGA


Il senatore a vita ha festeggiato in un aula (foto) come al solito semideserta. Se ha ancora qualcosa da insegnare è la fedeltà, la passione per l’impegno istituzionale, trascurato da troppi parlamentari.

Giulio Andreotti ha compiuto novant’anni il 14 gennaio. È stato 22 volte ministro, 7 volte presidente del Consiglio, ora è senatore a vita. Una carriera da record su cui calò, nel ’93, la mazzata dei processi per l’accusa di associazione mafiosa appioppatagli dai pentiti di cosa nostra. Il calvario è durato fino alla sentenza della Cassazione che, nel 2004, lo ha definitivamente assolto. «Un pasticciaccio dei pentiti di mafia»: così l’ha definito, con distacco solo di facciata. Ama ripetere: «Non basta avere ragione: bisogna avere anche qualcuno che te la dia».

Giulio Andreotti festeggiato in aula
(Foto Ansa)

L’arguzia, l’intelligenza, il potere senza tracotanza, l’abilità di navigare sopra i marosi della lotta tra partiti, le battute diventate proverbi come: «Il potere logora chi non ce l’ha», o anche: «A pensar male del prossimo si fa peccato, ma spesso si indovina», hanno fatto di Andreotti il politico più amato e odiato, bistrattato e ammirato. La sua vita privata resta impeccabile. È sposato con Livia Danese da 64 anni, ha tenuto lontani dai privilegi i quattro figli, Marilena, Lamberto, Stefano, Serena. Abita sempre nello stesso appartamento di corso Vittorio e nessuno può sospettare che si sia arricchito.

La sua presenza nella politica italiana resta imponente e ancora un po’ inquietante. Gli hanno affibbiato nomignoli fantasiosi: la Sfinge, la Volpe, Belzebù, il Sempiterno, il Divo Giulio. Da quest’ultimo ha preso il titolo Il divo, film interpretato da Toni Servillo e diretto da Paolo Sorrentino come una parodia tragica. Andreotti lo ha definito «una mascalzonata»: giudizio giusto per un film ingiusto.

Difficile che il senatore sveli da vecchio i mitici "segreti andreottiani". Essi sono affidati ai suoi diari, dei quali parla in tono vagamente intimidatorio: «Si fa bene a tenere un diario, ed è utile che tanta gente lo sappia». Oppure sepolti nel suo archivio, che sta in un caveau blindato dell’Istituto Sturzo, al centro di Roma. Documenti, informative, lettere, appunti, ritagli di giornale, scritti vari occupano ben 600 metri di scaffali. È il raccolto cartaceo di una vita che ha incrociato le trame e i lati oscuri della Repubblica. Forse contengono molti peccati politici italiani. I peccati degli altri, si capisce, non i suoi.

Leggo la corposa biografia scritta dal giornalista Massimo Franco, Andreotti (Mondadori, 2008), e mi colpiscono, nell’inserto fotografico, la prima e l’ultima foto. Nella prima, il bambino Giulio sta con i compagni della II elementare, già gracile, un po’ appartato. Sotto c’è la pagella, tutti lodevoli tranne un buono in "Volontà e carattere": proprio le doti che faranno di lui il Divo Giulio. Anche le maestre sbagliano. L’ultima foto ritrae lo scranno che Andreotti occupa al Senato. Sulla spalliera di cuoio rosso c’è , visibilissima, l’impronta della schiena curva, la famosa gobba amata dai vignettisti.

«Quell’impronta testimonia», scrive Massimo Franco, «la sua presenza puntigliosa e indefessa alle sedute». Il giorno del compleanno, il Senato lo ha festeggiato in un’aula come al solito semideserta. Se il senatore ha ancora qualcosa da insegnare è la fedeltà , la passione per l’impegno istituzionale trascurato da troppi parlamentari a inganno degli elettori. «Sono postumo di me stesso», ripete. In un’intervista all’Osservatore Romano dice che non desidera regali, aggiungendo: «Be’, se proprio posso… magari una proroga». Lunga proroga, senatore Andreotti.

Franca Zambonini

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