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Attualità.
di Giuseppe Altamore


SALUTE
LA VARIETÀ TRANSGENICA MON810 NUOCE ALLA SALUTE


IL MAIS CHE FA PAURA

Le inquientanti conclusioni di una ricerca dell’Inran sui cereali Ogm: possono alterare il sistema immunitario.

Ha un nome che ai più non dice nulla: Mon810. Una strana sigla attribuita dalla multinazionale Monsanto a una varietà di mais Ogm (Organismo geneticamente modificato) che finisce regolarmente sulle nostre tavole sotto forma di bistecche o direttamente in alcuni cibi. Ora il ministero delle Politiche agricole ha reso noto che può essere pericoloso per la nostra salute. Meglio tardi che mai, dato che le ricerche all’estero avevano già indotto sei Paesi europei a vietare il mais creato nei laboratori della Monsanto.

Il Mon810, un "mostro" vegetale ottenuto inserendo nel Dna il gene cry1Ab, estratto dal Bacillus thuringiensis subsp, è così finito sotto accusa. Questa sorta di incrocio tra un microbo e un cereale è stato inventato con lo scopo di ottenere una varietà di mais resistente alla piralide e alla sesamia, parassiti che distruggono la pianta. Grazie alla mutazione transgenica, il mais diventa tossico per gli insetti. Ora la ricerca dell’Inran (Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione), finanziata dal ministero dell’Agricoltura, ha scoperto che la tossina del mais Ogm fa male ai topi di laboratorio e forse agli umani. Variazioni del sistema immunitario sono state infatti riscontrate nei roditori nutriti con Mon810. Variazioni che possono provocare forti reazioni allergiche. Indagini, certo, ancora da approfondire, ma in base al principio di precauzione, il nostro Paese dovrebbe vietarne la commercializzazione.

La parola al ministro della Salute

«È una decisione che spetta al ministero della Salute», dice Luca Zaia, ministro per le Politiche agricole, «non posso invadere il campo di altri». Il problema però tocca gli allevamenti zootecnici, che utilizzano grandi quantità di mangimi a base di mais e soia geneticamente modificati... «Dobbiamo tenere conto delle indicazioni dell’Unione europea e non dobbiamo danneggiare l’economia», ha detto Zaia, «procederemo con cautela nell’interesse di tutti, ma, ripeto: gli aspetti sanitari devono essere valutati da un altro ministero».

Il Mon810 è una delle 18 varietà di mais Ogm attualmente in commercio. Per esempio, il Bt11, è stato inventato per resistere pure ai diserbanti. Le polemiche e le accuse del mondo scientifico sull’ingegneria genetica non sono nuove. Per l’Inran, gli Ogm si fondano su una concezione scientifica ormai obsoleta. Negli anni ottanta, quando furono costruiti i primi Ogm vegetali, si pensava che un gene, spostato da un organismo a un altro, svolgesse la stessa funzione e non provocasse effetti inattesi. Le cose invece non stanno così. «Quando inseriamo un gene in una pianta non sappiamo a priori se le proteine saranno o no modificate e come interagiranno con le sostanze presenti nell’organismo ricevente», si legge nel rapporto del "Progetto Ogm in agricoltura" dell’Inran.

Insomma, i nuovi vegetali modificati geneticamente sono imprevedibili, non si sa ancora come agiscono i geni innestati. Per questa ragione, in commercio ci sono solo quattro specie vegetali trasformate (mais, soia, colza, cotone) e solo per due caratteri (resistenza a insetti e tolleranza a diserbanti). «È evidente che fino a quando non si conoscono gli effetti precisi del nuovo gene, non si è sicuri che non ci siano ricadute negative per la nostra salute», precisano i ricercatori dell’Inran.

A rendere nebulosa tutta la questione Ogm, contribuisce il ruolo dell’Efsa, l’Agenzia europea che fornisce pareri scientifici sull’immissione nel mercato degli Ogm. «Innanzitutto, i protocolli, che vengono richiesti alle aziende che fanno domanda di autorizzazione per nuovi Ogm, sono gli stessi che erano in vigore oltre dieci anni fa: quindi sono stati largamente superati dalla scienza attuale», si legge nel rapporto dell’Inran. Inoltre, l’Efsa non esegue controlli presso i suoi laboratori o presso strutture indipendenti, ma chiede chiarimenti alle imprese, che sono però parte in causa. In realtà, una serie di ricerche hanno dimostrato che le "dichiarazioni" delle imprese produttrici, verificate da laboratori indipendenti, si sono dimostrate spesso inesatte. Lo ha scoperto, con una serie di studi finanziati dalla Ue, l’Inra francese. Purtroppo, queste indagini che smascherano le multinazionali degli Ogm, non sono state rese pubbliche per ragioni di privacy. Si tratta di ricerche inquietanti: dimostrano che il patrimonio genetico di varietà autorizzate per il commercio non corrispondono alla realtà. Lo stesso pericolo è stato evidenziato da altre indagini, tra cui quelle italiane, condotte, ad esempio, nell’ambito del Progetto "Ogm in agricoltura".

Grazie a una ricerca pubblicata sulla rivista Plant Molecular Biology del 2008, si è saputo che il gene inserito nella varietà Mon810, ha "spezzato" un gene importante, già presente nella pianta e ha portato alla formazione di elementi non previsti originariamente nel cereale. La conseguenza? La formazione di strane proteine che possono avere un effetto sconosciuto sulla salute.

Giuseppe Altamore
  
  
UN CORO DI NO AI VEGETALI FRANKENSTEIN

Nel nostro Paese la coltivazione di piante transgeniche è vietata, mentre il consumo è libero. Possiamo mangiare soia o mais Ogm, l’unico vincolo è previsto nell’etichettatura. Se i prodotti transgenici autorizzati presenti tra gli ingredienti sono superiori allo 0,9 per cento devono essere indicati.

Ma che cosa pensano gli italiani? Una indagine, condotta nell’ambito del progetto "Ogm in agricoltura", su di un campione di aziende agricole e di consumatori, mette in luce un atteggiamento nettamente contrario. In particolare, l’80 per cento delle aziende agricole non intende coltivare piante transgeniche. Solo il 18 per cento degli intervistati è disponibile a seminare gli Ogm. Si tratta di aziende agricole importanti situate nelle Regioni del Nord. Sul fronte dei consumatori, più della metà degli intervistati (62 per cento) si dichiara sfavorevole verso l’utilizzo dell’ingegneria genetica nel settore agroalimentare, e quasi un quarto del campione (24 per cento) invece è favorevole. La scelta negativa si conferma di fronte all’eventualità di acquistare un prodotto alimentare specifico, come il pomodoro geneticamente modificato.

Neppure i possibili effetti benefici derivanti dall’uso degli Ogm in favore dell’ambiente, della salute umana e della fame nel mondo sposta più di tanto il giudizio negativo. Più della metà degli intervistati ritiene poco credibile che possano esserci benefici per la collettività.

Insomma, gli Ogm dividono l’opinione pubblica e gli scienziati. Forse sarebbe il caso di applicare il principio di precauzione vietandone il commercio.

G.A.


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