Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
Attualità.
di Alfredo Tradigo, Renata Maderna, Simone Bruno


L’ARTE DI EDUCARE - 8. 
LA FEDE SPIEGATA A MIO FIGLIO


LIBERI DI CREDERE

Perché bisogna andare a Messa la domenica? Perché bisogna confessarsi? I ragazzi ci provocano, ma è proprio rispondendo alle sfide che li aiutiamo a crescere. Anche se dicono "no".

Un tempo la fede si tramandava di genitore in figlio naturalmente, attraverso le preghiere, l’esempio di vita e la pratica religiosa. Le domande che un ragazzo poneva in casa erano semplici, come semplici erano le risposte, spesso desunte dal Catechismo di Pio X. Domande e risposte rimandate a memoria ma che erano una buona guida e facevano riferimento alla ragione, davano risposte esaustive.

Oggi tutto ciò non basta. I "perché" sulla fede si sono moltiplicati, la società è diventata più complessa e lontana da Dio, la coscienza cristiana è aggredita da dubbi e obiezioni. La fede dei nostri padri rischia di perdersi.

Così il giornalista Davide Perillo, abituato a fare domande alla gente, si è lasciato interrogare dai "perché" sulla fede e ha tentato di rispondere in un libro intitolato La fede spiegata a mio figlio. Si tratta di 50 domande a cui il 43enne giornalista – che per molti anni ha lavorato al Magazine del Corriere della Sera e oggi è direttore di Tracce, rivista internazionale di Comunione e liberazione –, risponde in modo semplice, come se parlasse ai suoi tre figli: Francesco (7 anni) che frequenta le elementari, Maria (11 anni) che frequenta le medie, Emanuela (15 anni) iscritta alla seconda liceo.

Foto Rotoletti.
Foto Rotoletti.

Aiutato dalla moglie Rossella, che ha partecipato alla stesura, Perillo ha lanciato questa sfida innanzitutto a sé stesso. La fede spiegata a mio figlio non vuole essere né un catechismo in pillole né una guida o un vademecum per la fede, ma solo una traccia utile ai genitori e agli educatori per approcciare il problema: come educare mio figlio alla fede? Come rispondere alle domande e alle obiezioni più ricorrenti su Dio, la Chiesa, il peccato, gli angeli, l’aldilà? Un libro pieno di esempi, che rappresenta quasi una piccola inchiesta sull’emergenza educativa e sull’educazione alla fede oggi in famiglia.

  • Perillo, come nasce questo libro?

«Dalla sventagliata di domande che i nostri figli hanno fatto a mia moglie e a me con sempre maggiore insistenza in questi anni».

  • Ci può fare qualche esempio?

«Si va dalle domande più scontate sul perché andare a Messa la domenica o sulla necessità della Confessione a quelle più curiose e complicate. Per esempio, in occasione dell’ultimo Conclave, mia figlia mi chiese come si fa a scegliere il Papa "giusto" senza sbagliare».

  • Parliamo di educazione alla fede. Se è un dono, come lei scrive, un figlio può anche rifiutarla...

«Questo è un aspetto drammatico e insieme affascinante dell’educazione: accettare che i tuoi figli possano anche dire di no alla tua proposta. Se mia moglie e io cerchiamo di comunicare la fede ai nostri figli è perché siamo contenti di ciò che viviamo e desideriamo che anche loro incontrino la stessa bellezza. Però pure se tu desideri questo con tutto il cuore, se cerchi di creare un clima familiare favorevole, adatto e che li sostenga, tutto ciò può non bastare. Perché, alla fine, devi inesorabilmente fare i conti con la loro libertà: non puoi sostituirti a loro. Del resto, se i figli non avessero la possibilità di dirti di no, non avrebbero nemmeno quella, affascinante, di dire di sì».

  • Quindi nessuna garanzia tra lo sforzo educativo e i risultati che si ottengono, tra la semina e il raccolto?

«Non puoi dare niente per scontato, non puoi mai stare tranquillo solo perché hai creato una serie di condizioni o perché sei stato capace di rispondere alle domande che i tuoi figli ti pongono. Non c’è nessuna garanzia. Il rischio dell’educazione presuppone sempre quello della libertà: non vuoi bene a tuo figlio se non vuoi bene alla sua libertà».

  • Educare ed educare alla fede: che differenza c’è?

«Per noi la fede è ciò che dà forma e gusto alla vita: è il compimento dell’umano e quindi educare ed educare alla fede sono la stessa cosa. La fede è la bellezza di tutto ciò che facciamo, del lavoro e dello studio come del mangiare e del bere. Con la fede, la vita è cento volte più bella, più ricca, più umana».

  • Così sembra tutto facile: i vostri figli vedono come vivete voi, le cose che fate, il gusto che ci mettete...

«Più bello forse sì. Più facile non saprei, perché la proposta cristiana passa, come dicevamo, sempre attraverso la cruna dell’ago della libertà. Il titolo del libro La fede spiegata a mio figlio sottolinea come "spiegare" significhi dare le ragioni: la ragionevolezza della fede è ciò che le dà respiro. Se non fosse ragionevole, la fede non avrebbe stoffa né concretezza, sarebbe sterile e senza fiato. Però la fede non si può comunicare solo attraverso delle spiegazioni. La fede passa attraverso un incontro. Il cristianesimo si è sempre diffuso così e questo criterio vale anche in famiglia; ed è una sfida per i figli, che sono costretti a fare i conti con questa febbre, con questo gusto di vita».

  • A proposito di obbedienza e fiducia, nel libro lei fa un esempio molto semplice, un figlio torna a casa e incrocia il papà che sta uscendo di fretta e gli grida: "Non accendere il televisore, poi ti spiego". Il figlio non capisce ma non c’è tempo per le spiegazioni: si fida e basta. Il papà va in negozio prima che chiuda e torna a casa con un filo nuovo da sostituire, altrimenti l’apparecchio avrebbe fatto cortocircuito. I vostri figli si fidano di voi o dovete sempre spiegare ogni cosa?

«È sempre una battaglia serrata. Anche quando ti contestano, la loro è sempre una sfida; è come se ti dicessero: "Fammi vedere, se nonostante le mie provocazioni tu tieni i piedi ben piantati su un terreno solido". Questo è il fattore decisivo: la fede resta come proposta anche quando ci si scontra. È decisivo il fatto che cercano sicurezza in te. Ed è decisiva l’unità tra marito e moglie come capacità di dare ragione di quello che vivono ai figli».

  • Quali sono i momenti più belli della vostra vita in famiglia?

«Quelli in cui riusciamo a stare tutti insieme e, per il mio lavoro di giornalista, non sempre questo è possibile».

  • Questo libro potrebbe essere utile in un’aula dove si insegna religione?

«A me è servito scriverlo per chiarire innanzitutto a me stesso alcune questioni sulla fede e quindi penso che potrebbe essere utile anche a chi si occupa dell’argomento per professione».

  • Cosa pensa del dibattito sull’ora di religione?

«L’ora di religione è fondamentale per i ragazzi: senza un metodo e dei criteri di riferimento non puoi scegliere, non sei veramente libero. Per me e anche per tanti miei amici l’ora di religione a scuola è stato il momento in cui siamo stati sfidati di più a fare i conti con la profondità e la ragionevolezza di certe domande legate alla fede: l’opposto dell’indottrinamento».

  • In un altro punto del libro lei afferma che, se tutte le religioni hanno un valore grandissimo, è rimanendo fedeli alla propria e spiegandone all’altro le ragioni che diventa più facile l’incontro con lui. Può spiegarci meglio questo paradosso?

«Il fattore religioso non può essere strumento di separazione se non nelle sue estremizzazioni. La religione nasce dall’uomo che prende sul serio fino in fondo le proprie esigenze elementari. Inevitabilmente questo percorso ti fa sentire vicino, ti fa stimare gli altri che, pur appartenendo a culture e tradizioni differenti, stanno facendo il tuo stesso cammino. La religione non può mai essere fattore di divisione».

Alfredo Tradigo
   
   
RISPOSTE SEMPLICI E CONCRETE PER TUTTI

Con i ragazzi, si sa, non è complicato comunicare l’idea di un Dio Padre e Figlio, mentre da sempre raccontare lo Spirito Santo si rivela molto più difficile.

«Pensa che roba ha fatto Dio con noi», spiega invece con naturalezza Davide Perillo, autore di La fede spiegata a mio figlio (pp. 180), l’ultimo volume della serie "L’arte di educare" acquistabile questa settimana con Famiglia Cristiana. «Non solo ci ha creato per amore. Non solo ci ha donato suo Figlio, per salvarci attraverso la sua compagnia, ma ci dà anche la forza e i mezzi per riconoscerlo, per dirgli sì».

Risposte chiare, semplici, concrete, che non sfuggono né impongono il proprio credo, rappresentano la preziosa ed efficace caratteristica del testo che si rivela uno strumento valido per tutti, per coloro che partecipano alla vita della Chiesa, ma anche per quelli che, allontanatisi, sentono l’esigenza di capire le ragioni della fede.

 

DOPO I MIEI GENITORI CI HO PENSATO IO

Nella mia famiglia la fede, la sua trasmissione da parte dei genitori ai figli, è stato un elemento sempre presente, seppure nel più "classico" dei modi. Domeniche e festività in chiesa, canonica trafila di sacramenti sino alla Cresima, e una grande fiducia nella Madonna e nei santi (espressa anche dalle numerose figurine e statuine in casa). Il mio stesso nome (Giuseppe) mi è stato dato per la profonda devozione di mia madre nei confronti di san Giuseppe Moscati.

Ora ho vent’anni, e la mia fede ha assunto delle sembianze che, per certi versi, si discostano dalla religiosità e dall’impostazione che ho ricevuto nella mia formazione da parte dei miei genitori.

Non è in sé il momento della chiesa alla domenica (per fare un esempio tra tanti) a farmi sentire un cristiano, o a farmi credere in Dio. Ma è stata l’esperienza, il volontariato e l’ideale cristiano della gratuità e della dedizione verso chi è stato più sfortunato di me a rendere la mia fede comunque forte e vivida.

Giuseppe, 20 anni

 

PIÙ DUBBI CHE ALTRO

Io sono del Sud. Sono uno di quelli in cui l’accento meridionale si sentirà sempre, anche se vivo a Torino. Questo è un aspetto fondamentale per riflettere sulla mia esperienza riguardo alla fede. L’ambiente in cui sono nato e cresciuto fa parte di quel Sud religioso, spesso mistico, a volte superstizioso dal quale è impossibile non essere influenzato. Quel Meridione in cui tutto ha una doppia faccia: il Sud cattolico e rispettoso dei buoni cristiani, ma anche quello in cui quei buoni cristiani chiudono gli occhi troppo spesso. Tutto e il suo contrario.

Esattamente come la mia esperienza riguardo alla fede. Quando ho lasciato quel mondo, e sono partito, ho perso la fede. Sono cresciuto e ho iniziato a scoprire, a interrogarmi. Ho abbandonato le credenze inculcate dalla mia famiglia e da quell’ambiente. La fede l’ho sempre vissuta con un forte sentimento di gioia e di paura, di comunione e conformismo.

Dall’infanzia all’adolescenza, ho vissuto gli ambienti religiosi con gioia, ho trovato amici in chiesa, nell’Azione cattolica, ho frequentato una scuola paritaria dei Gesuiti. Ma più vivevo questo mondo più tutto mi sembrava una grande illusione. La mia famiglia, cattolica praticante, ha vissuto con coerenza e continuità la propria fede, da buona famiglia del Sud. Loro ne hanno tratto giovamento: forza, sicurezza, speranza. Io, no. Io ho ricevuto più dubbi e insicurezze. Ed è per questo che oggi io credo, ma non in Dio. La fede è assente nella mia vita, oggi. È un ricordo d’infanzia, qualcosa di troppo distante, e forse semplice, perché io possa sentirne la presenza nella mia vita.

Giovanni, 24 anni
   

‘‘I miei genitori non mi hanno certo avvicinata alla fede. Loro non vanno a Messa e vengono da due famiglie lontane, e anche molto critiche sulla Chiesa. È stato guardando la mia amica Sonia che partecipa alla vita dell’oratorio ed è sempre serena e tranquilla che ho cominciato a fare domande... E adesso ho chiesto il Battesimo".

Ilaria, 14 anni

 

FACEBOOK: UN’INIZIATIVA CHE PROSEGUE

Siamo così giunti all’ultima puntata dell’iniziativa "L’arte di educare", proposta da Famiglia Cristiana e, possiamo dire, più che ben accettata e vissuta dai lettori. Per quanto concerne la pagina di Facebook "Essere genitori", ci teniamo innanzitutto a dire che non sarà chiusa questa settimana, ma proseguirà, anche e specialmente grazie alla vigorosa risposta degli utenti, che ringraziamo. È comunque tempo di dare qualche numero come resoconto.

A più di un mese dalla nascita della pagina, i fan iscritti sono oltre 10.400, con una media di 240 iscrizioni al giorno. Le interazioni totali tra fan sono invece circa 2.000. Il numero di interventi nell’area dedicata alle "Discussioni" supera le 350 unità. E sono ben 47.086 le persone che fino a oggi hanno compilato il test che abbiamo loro proposto.

Si tratta del test "Che genitore sei?". Costituito da otto semplici domande a risposta tripla, il test propone in maniera sciolta e simpatica un’interpretazione di come si sta vivendo la genitorialità. Sono state, infine, 450 mila le persone che hanno visitato la nostra pagina.

I numeri superano le prospettive e le mete che ci eravamo prefissati, e ne siamo soddisfatti. Proprio questo ci impone di continuare a mantenere accesa la pagina su Facebook, e lo facciamo volentieri. Abbiamo raccolto tanto materiale che non andrà perso. Aggiunto a quello futuro, sarà utile come strumento di ricerca e altro. Così come variopinti sono stati (e, ci auguriamo, saranno!) gli interventi di tutti.

Si passa dalla "commedia" alla "tragedia" assai rapidamente, perché questa, in fin dei conti, è la storia dell’uomo, ed è anche la storia degli uomini e delle donne che si parlano sul Web. Ma soprattutto sono da sottolineare gli incoraggiamenti reciproci, e la bellezza della vita in sé e della vita che nasce ed è accolta con felice sorpresa in una famiglia.

Per quanto concerne l’ultima settimana, sono state molte le domande riguardanti in maniera approfondita le problematiche genitori-figli, in un dialogo talvolta complesso, bloccato. Incidere su certe situazioni via Facebook è chiaramente difficile, perché sono delicate e, specialmente, perché andrebbe conosciuto direttamente l’ambiente e il territorio di chi chiede aiuto.

Siamo però riusciti a dare indicazioni chiare: prima cercare di risolvere la conflittualità con sé stessi, poi con la persona indicata.

Se le cose non migliorano, allora chiedere aiuto al pediatra di famiglia, a un medico amico, a un terapeuta con esperienza e buonsenso, al parroco. Paradossalmente, ho detto, qualche volta, che cercando di aiutare gli altri si risolvono prima e meglio anche i propri conflitti. Qualche intervento ha centrato il problema dell’abuso di sostanze.

Nell’area "Discussioni" è poi accaduto un fenomeno interessante: le persone hanno cioè cominciato a domandare e a rispondersi fra loro, confrontandosi, mettendosi in discussione, con coraggio e semplicità.

Massimo Bettetini

 

PROPRIO IO SONO DIVENTATO PRETE...

Mia madre è cattolica praticante, mio padre, invece, è a metà tra l’agnostico e l’ateo. Non hanno mai raggiunto un accordo definitivo sul modo in cui educare me e le mie due sorelle al rapporto con Dio. Per me, allora, ogni occasione, dal catechismo fino alla Messa domenicale, diventava buona per alzare un polverone, per accampare scuse, per disertare e fare altro.

Il tutto mentre i due cercavano di venirsi incontro per il mio bene. Questo clima mi ha portato ad allontanarmi molto presto dalla parrocchia e dalle sue attività. Forse la persona che ne ha sofferto maggiormente è stata mia madre che, pur dispiaciuta, non ha mai forzato più di tanto la mia volontà. Già dopo gli 11 anni pensavo che fosse poco alla moda andare in chiesa e soprattutto frequentare i bambini che facevano i chierichetti.

Durante il periodo della scuola superiore, poi, non perdevo occasione per prendere in giro i miei compagni che d’estate frequentavano il Grest o i campi scuola. Mi chiedevo: ma perché vanno a perdere il loro tempo? Cosa ci trovano in questi strani raduni? Be’, l’avrei scoperto di lì a qualche anno. In tutto il periodo adolescenziale mia madre, anche se timidamente, non ha mai smesso di invitarmi a ritornare in parrocchia. A suo modo mi riportava a una realtà che io non avevo abbandonato del tutto. L’avevo solo messa da parte. Poi la svolta, a 20 anni.

Colpa di un’emergenza! Il mio parroco, nonché mio insegnante di religione, mi chiese di partecipare a un campo scuola dell’Azione cattolica per sostituire un educatore. Dubbi, perplessità e tanta pigrizia mi stavano portando a rifiutare. Ma l’incontro con il gruppo degli educatori e con i ragazzi mi ha trasformato. Non avevo mai visto tanta vitalità!

Quindi, una decina di giorni fuori dal mio mondo hanno definitivamente inciso sulla mia vita. Mentre frequentavo l’università ho continuato a impegnarmi in Azione cattolica e ad assumere gradualmente responsabilità specifiche: alla fine sono diventato il presidente parrocchiale. Il tutto intrecciato con gli altri traguardi della vita: la laurea, il primo lavoro, il dottorato, l’insegnamento, e un paio di intense relazioni amorose.

A un tratto apparve l’esigenza di approfondire quello che cresceva in me silenziosamente. Chiusa la mia ultima relazione (anche se con molta sofferenza da parte mia), ho iniziato un discernimento con un sacerdote davvero in gamba, che mi ha accompagnato nell’intricato sentiero dei miei dubbi. Una volta intravista la luce, ecco il salto unico e assoluto.

Ho lasciato tutto per farmi tutto a tutti, come direbbe san Paolo! E chi l’avrebbe mai detto: io, un sacerdote! Proprio io! A volte ci rido ancora su. Se mi guardo indietro, però, comprendo che non poteva andare che in questo modo. Perché? Semplicemente perché la fede l’ho respirata soprattutto negli abbracci dei miei genitori, prima ancora che nelle forme della comunità cristiana: anche se in disaccordo tra loro sul modo in cui presentarci Dio, entrambi non hanno risparmiato in alcun modo quell’affetto che per primo mi ha testimoniato l’esistenza di un bene misterioso, così potente che superava loro stessi per comprendere me, loro figlio.

E, mentre si ingegnavano per non darmi cattivi esempi, dipingevano involontariamente il ritratto della mia vocazione. Venuto a galla lentamente, ma segnato inequivocabilmente da un amore autentico e mai sprecato. Lo stesso che mi permette di rispondere a Chi mi ha interpellato, che mi scioglie verso il dono totale della mia esistenza.

Simone, 34 anni

 

PER I LETTORI

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