Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 


 
Attualità.
di Fulvio Scaglione


PERSONAGGI
GLI 80 ANNI DI DON MAZZI


TANTO VANGELO
E UN PO’ DI FOLLIA


Fondatore della comunità Exodus e di tante altre cose, don Antonio non smette di andare controcorrente: la droga, il terrorismo, la cultura del perdono, la famiglia, la Chiesa. E l’ansia di un sacerdote-padre che oggi ha 400 figli ma non è riuscito a salvarli tutti.

Il cinquanta per cento delle cose che faccio ogni giorno sono sbagliate, va bene?». Si parte col piede giusto. Ho dato un’occhiata in archivio e di santini di don Antonio Mazzi, 80 anni in questi giorni, fondatore della comunità Exodus e di un mare di altre cose, ne ho trovati così tanti per i 70 anni da farmi passare la voglia. E poi, siamo sinceri: questi preti "impegnati nel sociale" siamo più abituati ad ammirarli che ad ascoltarli. Così questa non è un’intervista, né il bilancio di una vita già lunga e piena. Un tentativo d’ascolto, forse, in una stanza in mezza luce, il registratore dietro un cestello di amaretti. Sul tavolo di don Mazzi, una coppa vinta nel calcio e un piccolo otre d’olio. Niente computer. Nella libreria, vangeli, testi di spiritualità e psicologia, una storia della rivoluzione bolscevica.

  • Cinquanta per cento: non è tanto?

«Figurati. Con una sessantina di strutture sparse per il mondo, i casi più disperati intorno e risposte che bisogna dare in pochi minuti, è chiaro che la sera devo sempre domandare perdono al Signore. E mi viene anche paura, il che è una grande fregatura».

  • Perché? Non è segno di prudenza?

«La paura di perdere i ragazzi spesso ti gioca contro. Se non avessi provato così tanto l’ansia del padre, se fossi stato meno preoccupato, se avessi aspettato un giorno o due in più… Cosa credi, ho fatto più di 300 funerali. Ci sono stati anni in cui ne facevamo 50 o 60. In certi periodi i ragazzi morivano uno dietro l’altro». 

(La voce di don Antonio si riduce a un bisbiglio impossibile da registrare. A ferragosto, nel giro di qualche giorno, sono morti in tre. La ragazza di 26 anni, «bellissima, bravissima, impegnata», che si è lanciata dal decimo piano. Il ragazzo di 33, che hanno trovato nella vasca da bagno. Il ragazzo di 18, che se n’è andato, ha bevuto e poi, forse per caso o forse no, è rotolato in una scarpata con l’auto)

  • Ti senti in colpa?

«Certo. Perché io qui faccio soprattutto il padre, solo che al posto di avere 4 figli ne ho 400. E i ragazzi di tutto il mondo, non solo i miei della comunità, soffrono della mancanza del padre. Uno dei miei grandi pallini è questo: la mamma mette al mondo il bambino, il padre mette al mondo l’adolescente, è quello che aiuta suo figlio a diventare grande. Poiché oggi simili padri mancano, poiché manca il traghettatore tra le due stagioni, i bambini restano sempre bambini. Quindi, a 80 anni, se dovessi tornare indietro, chiederei al Signore di farmi fare ancor più il padre, anche se ho un caratteraccio, strepito e in fondo sono rimasto un contadino».

  • Molti annuiranno con entusiasmo. Non tutti sanno, però, che tu hai un’idea un po’ particolare e molto impegnativa, della paternità. Dici che un padre che non perdona non è un padre ma un padrone.

«Vero. C’è chi legge il Vangelo delle parabole: bello, bello. C’è chi legge il Vangelo dei miracoli: bello, bello. Ma il Vangelo più vero è quello di Gesù che diventa Padre e del Padre che diventa un pezzo di pane. La nostra fede ha portato questa rivoluzione nella storia perché Dio ha fatto quel che ha fatto per crearci, ma per salvarci si è trasformato in un pezzo di pane. Essere padre vuol dire saper perdonare settanta, settecento volte sette. Essere disponibili a lasciarsi spezzare per diventare pane».

Don Mazzi sullo sfondo della cascina com'è oggi (foto Vision).
Don Mazzi sullo sfondo della cascina com’è oggi (foto Vision).

  • Da qui, anche, l’accusa che spesso ti è stata fatta di essere un "perdonista" di professione. Ogni volta che capitava qualcosa di orrendo tu saltavi subito in mezzo a chiedere un gesto di perdono. Come con Erika e Omar, per fare solo un esempio.

«Questa storia è cominciata molto tempo fa, quando dissi a Marco Donat Cattin di venire in comunità nel momento in cui lui era l’immagine stessa del terrorismo. Ebbi una polemica con Indro Montanelli, secondo lui avrei dovuto prendere solo i dissociati e non anche i pentiti. Ma qui il buonismo non c’entra. È che il perdono non accetta sfumature: o perdoni o non perdoni. Se perdoni sei nel Vangelo, se non perdoni sei fuori. D’altra parte, i nostri figli li salviamo perdonandoli. Il figlio si aspetta che il padre, semmai, tiri la sberla. Se lo perdoni è obbligato a chiedersi: perché non va fuori di testa? In più, tutte le volte che ho perdonato mi è andata bene».

  • Per esempio?

«L’ultimo: una delle ragazze che nel 1999 uccisero suor Maria Laura Mainetti. Abbiamo avuto un lunghissimo colloquio anche ieri. Si meraviglia proprio perché non la giudico, mentre lei non riesce, in alcun modo, a perdonarsi. E io le dico: sarai salva il giorno in cui ti perdoni. Non perché cancelli ciò che hai fatto, ma perché trasformi la sofferenza in un progetto di vita».

  • Roba da cattolici.

«Ma la cultura laica non ha mai capito niente di questo. Il concetto di perdono è trasversale alla vita. Una madre che non perdona il figlio, un marito che non perdona la moglie, che sia cattolico o no, non può amare».

  • Ma secondo te, ti capiscono?

«Lo so, mi considerano un prete superficiale perché vado in televisione, frequento i cantanti, mi piace il calcio e tifo per l’Inter. Ma la gente capisce, eccome. I raffinati intellettuali non sempre. È difficile capirmi anche per due ragioni. La prima è che maschero tutto ciò che faccio con un tocco di follia. Ho sempre dormito poco, lavoro 18-20 ore al giorno, ho scritto di notte tutti i miei libri. Una notte la settimana la passo in preghiera, anche perché devo rimettere ordine nell’animo e nella testa. Però lascio dire. Noi veronesi siamo un po’ matti, lo sapeva anche mia madre, ne parlavo sempre con Vittorino Andreoli che con me è stato all’origine di Exodus: questo ci aiuta a non prenderci troppo sul serio e a stare sereni».

  • E l’altra ragione?

«Credo che noi preti dobbiamo essere più testimoni e meno chiacchieroni. Dobbiamo vivere con i poveri, non per i poveri. La mia tesi è che il Vangelo è l’apologia della scartina. Il primo Papa della Chiesa è stato Pietro, un pescatore qualunque, uno che tradisce Gesù. Il primo ad andare in paradiso è stato il ladrone. Erano scartine i dodici apostoli. Gesù, per i sacerdoti e gli scribi, non era forse una scartina? Il Vangelo è la storia di Dio che si fa scartina per amore. A 80 anni posso dire che è stata proprio quest’idea a salvarmi».

  • Non hai la sensazione che il lavoraccio di perdonare sia affidato ai soliti noti, in modo che tutti gli altri possano in definitiva farsi gli affari propri?

«Succede perché la Chiesa non è molto testimone di ’sta roba. Io farei fatica a non perdonare, anche perché è l’idea che ha orientato tutta la mia vita. Noi misuriamo la parola peccato sui Comandamenti. Ma chi sbaglia non fa solo peccato: va contro la natura, sé stesso, la famiglia, gli amici. Io ho impiegato anni ad accettarmi e ce l’ho fatta grazie a un bambino».

  • Quale bambino?

«Quello che ho incontrato quando avevo vent’anni, nella Città dei ragazzi, dopo l’alluvione del Polesine. Quello che era stato violentato dai suoi. Quello che mi ha fatto diventare il prete che sono. Non so che cosa sarebbe successo di me se fossi nato un po’ più tardi».

  • Confronto abusivo, serve per capirci: Polesine 1951, Abruzzo 2009. Com’è cambiata l’Italia in questo intervallo che è poi la tua vita?

«Credo che oggi il criterio dominante nella vita degli italiani sia l’egoismo. E quando pensi tanto a te stesso, tutto il resto viene dopo: la famiglia, la maternità, i poveri…».

  • È una mutazione recente?

«Quando sono arrivato a Milano, nel 1979, il problema della sicurezza in città, con il terrorismo e la droga, era molto più grave di oggi. Ma la città era più solidale. Adesso gonfia i problemi e non li affronta, allora aveva problemi enormi ma li affrontava».

  • Fenomeno milanese o generale?

«Le città che conosco meglio sono queste della dorsale lombardo-veneta. E trovo migliori, pensa tu, le città del Sud. Ho cinque comunità in Calabria e la reputo migliore della Lombardia. La Basilicata, le Marche... Non so se sia perché laggiù non è ancora arrivata questa maledetta voglia di consumare a ogni costo, ma sono posti dove parlare con la gente è più semplice, più vero. Bisogna convincere le persone a liberarsi dalle dipendenze: non solo le droghe, tutte le dipendenze. Perché questa società ti crea un bisogno, quindi una dipendenza, al giorno. È il Vangelo, no? Beati i poveri di spirito, cioè i liberi. I liberi».

  • È una domanda sciocca ma inevitabile a conoscerti: qual è il segreto per arrivare così in forma agli 80 anni? Avere un sacco di grane?

«Stranamente ho fatto sempre una vita molto...».

  • Non starai per dire regolare?

«No, ascetica. Ho sempre avuto molto rispetto per me stesso, anche nel corpo. Me l’ha insegnato mia madre. Vengo da una famiglia povera e me lo porto dietro con orgoglio».

Fulvio Scaglione
   
   
ANTONIO MAZZI STORY (ma tutta è impossibile)

Don Antonio Mazzi è nato il 30 novembre del 1929 a Verona. Orfano di padre quando aveva pochi mesi, è cresciuto tra mille sacrifici della madre Maria, che resterà per sempre una figura centrale della sua vita. Curioso e irrequieto, termina gli studi classici presso il seminario vescovile di Verona nel 1950 e quelli in Teologia e Filosofia a Ferrara nel 1955, per essere, infine, ordinato sacerdote nel 1956, nella congregazione dei Poveri Servi della divina Provvidenza fondata a Verona, nel 1907, da san Giovanni Calabria.

Nel frattempo, ha già vissuto una delle sue esperienze fondative, l’alluvione del Polesine del 1951, con il suo carico di lutti e sofferenze. Dirà poi don Mazzi: «Lì ho scoperto che c’era anche chi era più povero di me».

Dal 1955 al 1962 è prima vicedirettore e poi direttore dell’Opera Don Calabria presso la Città dei ragazzi di Ferrara; dal 1962 al 1969 dirige il Centro giovanile della parrocchia della borgata Primavalle, a Roma; dal 1969 al 1979 dirige il Centro professionale Don Calabria di Verona, dove avvia le prime case-famiglia per giovani portatori di handicap e crea un nuovo centro per la riabilitazione fisico-motoria.

Nel 1979, infine, don Mazzi sbarca a Milano, la sua città d’elezione, chiamato a dirigere la scuola dell’Opera nei pressi del Parco Lambro, grande mercato di droga all’aperto. Comincia così l’esperienza di Exodus e parte l’idea del recupero dei giovani tossicodipendenti attraverso comunità non residenziali ma itineranti, le cosiddette "carovane" che, in questi anni, non si sono mai interrotte.

 

LA MISSIONE SU QUATTRO RUOTE

Fondata nel 1984 e inaugurata con una carovana di una ventina di ragazzi con problemi di dipendenza, l’avventura di Exodus si è sviluppata dalla cascina del Parco Lambro e dalle prime comunità stabili (Verona, Vicenza, Bormio, Iglesias) nate come prosecuzione e approfondimento del lavoro svolto dalle "carovane" che in quelle località erano appunto transitate.

Fino al 1996 una delle opere della congregazione di don Calabria e in seguito Fondazione, Exodus svolge una missione educativa che si muove su quattro "ruote": il lavoro ("Richiama alla necessità che ciascuno deve provvedere al proprio mantenimento"), lo sport ("Aiuta a osare, a guardarsi dentro"), il teatro e la musica ("Aiutano a parlare, ad aprirsi vincendo le timidezze") e il volontariato ("Permette di confrontarsi con situazioni di disagio").

Su queste basi, e secondo una Carta dei valori degli operatori in dieci punti, la Fondazione gestisce oggi in Italia 26 comunità, che diventano 40 attraverso le realtà a esse collegate. Diciotto centri in sette regioni, inoltre, sono ufficialmente accreditati per la prevenzione e cura delle tossicodipendenze e quindi convenzionati con il servizio sanitario regionale. Altri quattro centri si trovano all’estero, in Madagascar, Etiopia, Argentina e Honduras. Exodus, infine, svolge attività d’intensa collaborazione con organizzazioni che, con i suoi stessi scopi, lavorano in Ucraina e in Brasile.

Uno dei momenti più caratteristici della vita di Exodus è il capitolo, che si svolge ogni anno dall’1 al 4 ottobre (festa di san Francesco). Ecco come ne parla don Mazzi: «L’ho inventato perché il mio rapporto con i ragazzi e la comunità è fisico. Odio il telefono, voglio vedere in faccia la gente. Così, grazie al capitolo, posso radunare tutti e vedere tutti: quest’anno erano 530 e mi sono immerso tra di loro per quattro giorni interi. Perché sono sempre convinto che, non solo con i ragazzi, più delle parole conti la presenza».


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