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Spettacoli
di Gigi Vesigna


MUSICA
"ELETTRA", IL NUOVO ALBUM DELLA CONSOLI


TUTTA UN’ALTRA CARMEN

35 anni si è fatta crescere i capelli. Ha perso il papà Giuseppe e gli ha dedicato una canzone, Mandaci una cartolina. «Non volevo scriverla, ma poi una notte è nata in quattro ore ed è stata come un anestetico...».

«Tra tutti i giorni in cui potevi partire, perché hai pensato proprio al lunedì... Gli uccelli cantano, l’estate è alle porte, tempo di mare e di granite al limone. Chissà quale fine sarcasmo d’autore avresti sfoderato senza giri di parole... Mandaci una cartolina e una ridente foto di te che prendi il sole sulla spiaggia con la solita camicia bianca...».

Leggo il testo della canzone Mandaci una cartolina e mi vengono i brividi. È l’addio, il rimpianto, il dolore per la perdita del padre Giuseppe, scomparso un lunedì del maggio scorso.

«Non mi piace l’autocompiacimento del dolore», precisa Carmen Consoli, «perciò ti prego, risparmiami la commiserazione...».

Carmen è ancora più bella: all’età di 35 anni è cambiata, s’è fatta crescere i capelli che ora le addolciscono il volto, ma dentro è sempre quella ragazza siciliana pronta ad accogliere l’allegria e a subire il dolore. E quello della perdita del padre è stato grande.

Tra loro c’era un rapporto davvero speciale. È lui che l’ha iniziata alla musica, che le ha fatto conoscere le canzoni di Modugno, e quel "Volare" di cui si trovano tracce evidenti nel suo successo più noto, L’ultimo bacio, dove addirittura cita il verso «mille violini suonati dal vento».

E Mimmo si ritrova anche qui, nella canzone Col nome giusto («quando canta la lontananza è come il vento»).

Elettra è il titolo del settimo album di Carmela Carla Consoli, che si autodefinisce "cantantessa" perché non si sente cantante né cantautrice; il neologismo è nato un giorno in sala di registrazione quando uno dei suoi musicisti, ubriachi di sonno per la lunghezza delle prove, l’apostrofò: «Cantantessa, cosa dobbiamo fare ancora?».

  • Perché hai intitolato "quella" canzone Mandaci una cartolina?

«Perché papà aveva un concetto della morte come di una grande sorpresa e ci diceva sempre: "Vi mando una cartolina". Avevamo un rapporto speciale. Avrei preferito che, dopo aver fatto qualcosa di sbagliato, mi sgridasse, avrei anche accettato uno schiaffo pur di evitare quello sguardo severo, e quel silenzio così rumoroso. Non la volevo scrivere questa canzone, ma poi, una notte, in quattro ore è nata come una medicina, un anestetico».

La "picciotta made in Catania" è il prototipo della ragazza siciliana: occhi profondi neri, pronta alla battuta tagliente quando occorre, ma con un cuore caldo e grande come l’Etna. Quando, qualche anno fa, il suo bassista Leandro Misuriello fu travolto da un pirata della strada davanti a una discoteca di Pula, in Sardegna, Carmen pianse a lungo ma poi decise di interrompere la tournée e cancellò tutte le date. E in questo album, il basso non è stato sostituito. Ora lo suona Carmen. 

«Sono completamente pazza», mi dice, «sto preparando contemporaneamente due tournée. Per la prima, tutta acustica, ho scelto locali piccoli perché voglio che il pubblico si immerga nei suoni forti e ne esca un po’ ebbro, e lì suono il basso; la seconda, più tradizionale, nei locali dell’estate. In quell’occasione riprenderò la mia chitarra e sarà la quiete dopo la tempesta».

  • Ma tu quando vai negli Stati Uniti, e mi risulta che ormai lo fai regolarmente, dove canti e per quale tipo di pubblico? Perché lo sai prima tu di tutti, la tua musica non è proprio commestibile sin dal primo morso...

«Che ti devo dire? Mi invitano, canto facendo conto di non essere oltreoceano. Una mia esibizione americana è l’esatto doppio di una italiana».

  • È vero che hai nelle vene sangue nobile, perché tua nonna Lina era marchesa e ti diceva: «Quando diventerai grande e ti verranno le prime piccole rughette, mettici un po’ di succo d’arancia di Sicilia, quello guarisce, fa tornar bimba»?

«Chi te l’ha detto? Ma sì, mia nonna Lina era marchesa, la marchesa Cardilla. Ma quella del succo d’arancia qualcuno se l’è inventata...».

  • Chi è Elettra? Il più selettivo giornale di musica, Rolling Stones, ha recensito il tuo disco con un breve ma positivo commento: «L’artista torna sulle scene con un album registrato come risposta emotiva alla morte del padre, ma chi si aspetta di vederla con il lutto al braccio si sorprenderà di scoprirla alla costante ricerca della vita. La "cantantessa" sceglie testi leggeri, taglienti, e arrangiamenti variopinti in cui si mescolano la tradizione italiana e quella francese con uno spruzzo di sound balcanico. Con la voce emozionante di un’artista mai così perfetta». Che ne pensi?

«Dai, basta. Se no va a finire che mi monto la testa».

  • Ma chi è la tua Elettra? Quella delle tragedie greche, oppure che altro?

«Oppure va bene. Elettra è una donna di oggi nelle sue accezioni più normali e più estreme».

  • In Italia le statistiche dicono che una donna su tre nella vita subisce un qualche tipo di violenza. Tu hai scelto come argomento una violenza familiare. Hai tratto la storia di Mio zio da un fatto di cronaca?

«La cronaca delle violenze è quotidiana, io l’ho cantata in prima persona perché così il tema arriva più diretto. Addirittura da ragazzina – la mia è una famiglia dove pullulano gli avvocati – ho diffidato su loro suggerimento un ragazzo che mi dava fastidio, mi seguiva, si piazzava sotto casa. Sono cose che sono sempre successe, ovunque. Oggi si chiama stalking, ma la cosa importante è che si faccia alla svelta una legge seria per proteggere le donne».

  • Il tuo rapporto con il gossip?

«Pessimo. Il pettegolezzo c’è in tutto il mondo, ma qui è più subdolo. In Inghilterra o in Germania, per restare alla nostra Europa, se vuoi nutrirti di gossip devi per forza comprare certi giornali. Da noi, invece, il gossip si insinua dappertutto, anche nei media dai quali non te l’aspetteresti... La trovo veramente una violenza anche questa».

  • Ultima domanda: cosa significa il titolo della tua canzone Ventunodieciduemilatrenta?

«È l’anno in cui diventerò... nonna».

  • Novità in vista?

«No, ma la data è quella...».

Gigi Vesigna
   
   
IN DUETTO CON BATTIATO E LA REI

Carmen Consoli è nata il 4 settembre 1974 a San Giovanni La Punta, in provincia di Catania. All’età di nove anni ha iniziato a suonare la chitarra, spinta dal padre. A 14 anni si esibisce nei primi club catanesi con il gruppo dei Moon Dog’s Party e viene notata da Francesco Virlinzi, produttore e titolare della Cyclope Records, che la porta con sé a Roma dove resterà per due anni.

Nel 1994, tornata a Catania, incide il primo album Due parole. L’uscita è preceduta dalla partecipazione a Sanremo Giovani nel 1996 con la canzone Amore di plastica. Nello stesso anno la Consoli intraprende una lunga tournée e partecipa ad alcune importanti manifestazioni (Primo maggio, Premio Tenco, Premio Recanati, Sonoria). Sempre in quell’anno partecipa a un disco-tributo a Franco Battiato con una personale rivisitazione de L’animale.

Nel 1997 torna a Sanremo con Confusa e felice, che dà il titolo al suo secondo album. Nel 1998 pubblica un nuovo disco, Mediamente isterica. Il quarto, Stato di necessità (300 mila copie vendute), viene lanciato con la partecipazione a Sanremo 2000 con la canzone In bianco e nero. Subito dopo Carmen parte per una tournée, mentre il singolo L’ultimo bacio diventa l’ispiratore e la colonna sonora dell’omonimo film di Gabriele Muccino con Stefano Accorsi e Giovanna Mezzogiorno. Il 15 luglio 2001 si tiene il concerto all’anfiteatro di Taormina dal quale vengono tratti il Cd e il Dvd L’anfiteatro... e la bambina impertinente.

Nel 2002, la cantante catanese pubblica L’eccezione (200 mila copie vendute). E adesso il nuovo album Elettra, che comprende anche un sorprendente duetto con Franco Battiato, con il quale Carmen aveva già collaborato in passato, mentre Marina Rei suona la batteria in Ventunodieciduemilatrenta.

G.V.


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