Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
Arrivederci.
di Franca Zambonini


CRESCE IL DIBATTITO IN ITALIA SUI GIOVANI COSTRETTI O INVITATI A EMIGRARE

L’APPELLO DI NAPOLITANO:
FIGLI NOSTRI, RESTATE IN ITALIA


Oggi, rispetto al passato, fuggono più i cervelli che le braccia. Vanno via non con valigie di cartone, ma con titoli di studio qualificati.

Ha cominciato Pier Luigi Celli, con una lettera aperta pubblicata, il 30 novembre, da La Repubblica , titolo: "Figlio mio, lascia questo Paese". Il giovane Mattia sta per finire l’università e il padre gli consiglia, con amarezza , di cercare lavoro all’estero perché «questo Paese non ti merita».

Gli ha risposto Umberto Veronesi, con un articolo del 3 dicembre sullo stesso giornale, titolo: "I miei figli all’estero con il cuore italiano". Ne è nato un dibattito, si suppone di lunga durata, sull’opportunità per i giovani di emigrare in cerca di un futuro che non trovano nell’Italia com’è oggi.

Celli, già direttore generale della Rai, ora dirige la Luiss, l’università romana di studi sociali. Dunque è un personaggio autorevole, le sue parole pesano. Sa quel che dice, quando parla di una società come la nostra «divisa, rissosa, individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio degli interessi personali». Le critiche non sono mancate. Dov’era lui quando il degrado avanzava, e cosa ha fatto per fermarlo?

Emigrati italiani baciano la terra appena arrivati in America.
Emigrati italiani baciano la terra appena arrivati in America
(foto La Presse).

Veronesi è uno scienziato di fama internazionale per la sua lotta contro il cancro. Ha sette figli e quindici nipoti. Scrive: «L’amarezza non è una ragione sufficiente per incoraggiare l’abbandono dell’Italia. Conosco il problema da vicino: uno dei miei figli è a Chicago, un altro a Berlino e un terzo in partenza per New York. Non ho mai incoraggiato nessuno a restare, né ad andarsene». E dopo aver elencato alcuni buoni motivi per dire ai giovani di restare, conclude: «C’è un fondo collettivo di forti valori nei giovani di oggi che possiamo sviluppare anche qui. Anzi dobbiamo».

Tra queste due opinioni opposte, vorrei inserire quella di Amerigo, il mio confinante che ha titolo per parlare perché suo figlio fa il cameriere in Germania. «Quando mio figlio se n’è andato», racconta Amerigo, «i giovani abbandonavano le campagne che non davano più da mangiare. Ora torna qui per le vacanze, vede le nuove coltivazioni dei kiwi, le piccole aziende che crescono, le villette costruite qua e là, e si dispiace di essere andato via. Gli sembra di aver perso l’occasione».

Celli e Veronesi parlano della fuga dei cervelli, non delle braccia. I loro figli non se ne vanno con la valigia di cartone, ma con titoli di studio qualificati e con la carta di credito garantita. Era ben diversa la fuga di una volta. «Si gira ’o munno sano, si va a cercà fortuna…», cantava la nostalgia del migrante meridionale. Gli faceva eco la speranza del bracciante veneto che sognava orizzonti meno avari: «Mamma mia, dammi cento lire che all’America vojo andà...».

Erano in cerca di pane, non di un avvenire professionale che, sia chiaro, è un diritto sacrosanto per chi ha investito i suoi anni migliori negli studi. Ma c’è da chiedersi se questa emigrazione privilegiata non farebbe meglio a spendere qui il suo valore. Per cambiare il Paese, riuscendo in ciò che i padri hanno fallito. I nostri neolaureati rappresentano la classe dirigente di domani. Affronteranno sacrifici, certo, si scontreranno con le delusioni. Ma è ciò che da sempre spetta alla giovinezza.

Infine, il 3 dicembre scorso, il presidente Giorgio Napolitano ha invitato i giovani a restare: «Possiamo far crescere il nostro Paese all’altezza delle conquiste delle società contemporanee più avanzate». Nelle sue parole c’è la speranza di una svolta che adesso tocca alle ultime generazioni.

Franca Zambonini

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