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Le scrivo questa mail dopo aver letto più volte la sua rubrica su Famiglia Cristiana. Trovo che lei sa sempre dare consigli e pareri senza giudicare. Come la solidarietà della fede cristiana ci insegna. Le scrivo perché ho vergogna ad andare di persona da un sacerdote. Temo che non saprebbe essermi di conforto e darmi giusti consigli su quanto sto vivendo, che mi fa stare male. Sono una persona religiosa. Credo in Dio e nei valori che la Chiesa ci insegna. Nella mia vita di cristiana ho sempre cercato di agire nell’ottica di fare del bene agli altri, anche se da tante persone ho ricevuto solo del male. In passato ho avuto una storia con un ragazzo, che ho amato tantissimo. Un amore portato avanti negli anni, anche quando lui non stava più con me, ma con un’altra. Una ragazza che ha sposato per convenienza, per compiacere una madre padrona, che l’ha tenuto sotto l’ala protettrice. Questa donna mi ha sempre remato contro, tenendo succube il figlio al suo volere. Lui non ha mai avuto il coraggio di contraddirla e seguire la propria strada. Sua madre ha provveduto a fargli trovare casa e un lavoro sicuro nell’azienda paterna. Che non ci sarebbero stati se lui avesse deciso di restare con me. Così, con il cuore a pezzi, mi sono trovata a subire questo triste destino della vita. Ancora oggi ho davanti agli occhi le immagini dolorose del giorno in cui lui si è sposato. Ancora mi chiedo, da credente, perché Dio avesse permesso tutto ciò e non avesse dato una direzione diversa alla mia vita. Il mio amore era sincero e pulito. A distanza di anni, non mi sono più rifatta un’esistenza, non ho avuto più storie, perché non sono più riuscita a trovare qualcuno con cui vivere un amore sincero e pulito. Non sono la classica ragazza che inizia una storia tanto per farlo, anche quando non ci sono dei sentimenti. Ho continuato a vivere, giorno dopo giorno, con questo dolore che mi lacerava dentro, senza mostrarlo agli altri, fingendo di essere una ragazza serena e impegnandomi nella vita. Sempre con la volontà di non fare del male agli altri. Adesso che lui è sposato e che ha anche un bambino si è rifatto vivo con me, dicendomi che non mi ha mai dimenticata, a dimostrazione che quel qualcosa di sincero e di pulito che ci univa in passato non è mai morto. Così, ho iniziato con lui una storia di nascosto. Ma non sono serena, tanto meno mi sento fiera di me stessa e di trovarmi in una situazione che non avrei mai voluto vivere. Non intendo fare la sfasciafamiglie, ma non riesco a rinunciare a lui, dopo aver sofferto così tanto. E dopo che la vita è stata così crudele con me, togliendomi tutto. Lui mi dice che basta che nessuno lo sappia, così non c’è pericolo di fare del male ad altri. E io concordo, accettando di vivere quei pochi momenti di felicità che mi può offrire. So che è poco, ma mi rendo conto che la vita non mi ha offerto alternative. Ho sempre pregato perché potessi anch’io avere il futuro che ho sempre desiderato: una famiglia, dei figli... So di vivere nel peccato. E questo è una cosa che mi pesa e non mi rende fiera di me stessa. Ma non posso rinunciare a questo amore, visto che il destino non ha permesso che fosse diversamente. La prego, se può mi dia un consiglio umano, come lei sa fare nelle sue risposte. Oppure, se lo ritiene possibile, mi risponda a questa mail. La prego di non inserire il mio nome, potrei essere riconosciuta. Lettera firmata La franchezza con cui s’è rivolta a me, confidandomi una situazione personale così delicata, mi fa sentire autorizzato a usare analoga franchezza, per dirle che sta facendo un grave errore. Badi bene: non sto affermando che, secondo la morale cristiana (che lei ha fatto sua e alla quale cerca di modellare la propria vita), lei si trova in uno stato di peccato; questo lo sa già. Ha rinunciato a rivolgersi a un confessore, perché conosce ciò che un ministro della fede e un pastore di anime è tenuto a dirle. Lei ha preferito, invece del segreto confessionale, bussare alla porta di una rubrica in cui si parla apertamente – garantendo la riservatezza – dei propri problemi e si cerca un consiglio. Forse l’ha indotta la consapevolezza che tante persone si trovano nella sua stessa condizione. Rapporti clandestini e relazioni adulterine sono quanto mai frequenti. Oggi come ieri (e temo che il futuro non ci offrirà uno scenario diverso). Il giudizio sociale su queste situazioni, invece, è cambiato col tempo. Alla condanna del passato è subentrata una certa tollerante accettazione. Ciò vale in particolare per le donne: non rischiano più l’emarginazione o la condanna infamante, come la protagonista del celebre romanzo di Nathaniel Hawthorne La lettera scarlatta, che viene costretta a portare cucita sul vestito la lettera "A" (che sta per "adultera"), perché ha avuto un figlio di padre ignoto, al di fuori del matrimonio. Le donne che oggi vivono amori irregolari dovrebbero, per lo più, portare in evidenza una grande "I". Sì, "I" per "infelicità". Cedendo a questa relazione clandestina, lei ha iscritto il proprio nome al lungo elenco delle donne che, non potendo avere un rapporto intero, si accontentano di averne uno a metà. Anche se, nell’intimità, l’uomo sposato l’assicura che è lei la donna amata, la vera "moglie del cuore", lei sa che non è così. Come amante, avrà le briciole di un rapporto, destinato a farle sentire sempre la fame. Forse all’uomo che intrattiene questo doppio rapporto va bene così: ha una moglie tranquilla a casa, che gli garantisce la stabilità e il caldo di una famiglia, e un’amante appassionata che gli è grata per ogni momento che lui riesce a rubare alla moglie e al figlio. Dovrà solo fare qualche equilibrismo per mantenere la doppia contabilità sentimentale e per specializzarsi nel dire bugie. Ma può darsi che questi equilibrismi non gli dispiacciano: danno solo un po’ di animazione a una vita monotona. Nella "I" della sua infelicità è compresa, oltre alla sua insoddisfazione, anche la rinuncia a qualcosa a cui teneva moltissimo. A più riprese, nella sua lettera, parla del suo amore qualificandolo come "sincero e pulito". Lo è stato. Ma ora non può più chiamare con gli stessi aggettivi ciò che sta vivendo. È diventato un adulterio. Anche se la società non lo demonizza più, come negli ambienti puritani del passato, per lei però ha cambiato segno. È disposta a spingere la sua abnegazione fino a privarsi di quanto contribuisce alla sua autostima? Solo lei può darsi la risposta e prendere la decisione più coerente. D.A.
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