Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
Attualità.
di Rosanna Biffi


INCHIESTA

MAMMA MIA, CHE LAVORO

Nel nostro Paese è ancora troppo difficile conciliare l’impiego con le esigenze della maternità. Ma le donne lo vogliono. Ecco come si può fare
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In Italia le parole "famiglia" e "mamma" traboccano da qualsiasi fonte. In compenso, si fa davvero poco per le famiglie e le mamme d’oggi, con il risultato non bello e non moderno di avere meno donne al lavoro e meno bambini che nascono rispetto alla maggior parte dei Paesi europei.

Un quarto delle giovani entro i 34 anni hanno contratti atipici. Un quinto delle donne che lavorano lasciano l’impiego dopo il primo figlio. «Bisognerebbe uscire dall’ideologia», sostiene il sociologo Francesco Belletti, direttore del Centro internazionale studi famiglia (Cisf) e presidente del Forum delle associazioni familiari. «Per lunghi anni chi era a favore della famiglia diceva "che la donna stia a casa", mentre chi sosteneva che la donna deve lavorare sembrava nemico della famiglia. Oggi non è più così. La famiglia a doppia carriera è un’esperienza quotidiana, per esigenze di reddito ma anche per percorsi di autorealizzazione. A determinate condizioni strutturali, la scelta lavorativa non è assolutamente contrapposta all’investire sulla famiglia».

Una maggioranza travolgente di lavoratrici indicano nella difficoltà di conciliare i tempi di lavoro con i tempi per la famiglia il problema dei problemi. Persino le imprenditrici e le lavoratrici autonome, che in Italia sono oltre un milione e mezzo, trovano più ostico risolvere tale questione che reggere le incertezze della crisi economica.

«Oggi le giovani donne hanno dentro di sé, profondamente, la consapevolezza di volersi realizzare sia nella vita professionale sia nella vita affettiva», rileva la sociologa Marina Piazza, che dal 2000 al 2003 è stata presidente della Commissione nazionale Parità. «Il mercato del lavoro non guarda più in faccia nessuno. È come se, più che in passato, si ponesse il dilemma "o sei una brava lavoratrice o sei una brava madre". Ma le giovani madri lo rifiutano. Vogliono essere una cosa e l’altra».

A lei è affidato tutto il resto

L’Italia sconta, in tutto, le differenze territoriali: nel Centronord, entro i 45 anni la percentuale di donne al lavoro è più alta della media europea. Ma la differenza la fa l’arrivo di un figlio. Perché, sempre a macchia di leopardo, noi italiani abbiamo meno servizi sociali per l’infanzia e gli anziani, le nostre aziende concedono meno il part-time auspicato da molte madri e anche l’assoluta parità negli impegni domestici delle giovani coppie regredisce verso modelli più tradizionali: lui lavora di più per guadagnare di più, e a lei, inevitabilmente, è affidato tutto il resto.

«Prima di tutto, il criterio da adottare è quello della flessibilità totale», osserva Belletti. «Dal punto di vista dei servizi, nei territori più avanzati prevale l’idea che bisogna generare molte possibilità diversificate, in modo che a ciascun progetto di vita familiare possa essere fornita un’offerta. La flessibilità non dev’essere penalizzante: una madre che chiede il part-time per tre anni non dev’essere tenuta fuori dal gioco della carriera. Infine, nella condivisione dei compiti educativi e di cura dentro la coppia, l’Italia è culturalmente un po’ più indietro rispetto ad altri Paesi europei. In tutti e tre i campi, famiglia, servizi e ambito di lavoro, c’è bisogno di un forte cambiamento di logica».

Secondo il sociologo, servirebbe educare i giovani maschi a vivere la paternità con più passione per la cura dei figli, mentre l’ambito dei servizi all’infanzia è quello che registra maggiori segnali e speranze di progresso.

«I nidi e i servizi vanno bene e ne servono di più», chiosa Marina Piazza. «Però le donne intervistate da me e da altri ricercatori dicono: "Se facciamo un bambino nonostante tutte le difficoltà, lo vogliamo anche vedere questo bambino, starci un po’ insieme". E questo si scontra con un mercato del lavoro di tipo "fordista", nato all’inizio del Novecento, che era ritagliato sul maschio adulto e che di conseguenza escludeva le donne. Bisogna rovesciare lo sguardo. Il part-time, ad esempio, non costa di più in termini economici: costa di più in termini organizzativi».

Non a caso, anche Francesco Belletti imputa alla mentalità aziendale italiana un’ostilità nei fatti: «Molto spesso, le buone pratiche di conciliazione tra famiglia e lavoro nel nostro Paese sono fatte da multinazionali che portano in Italia una cultura del lavoro a misura di famiglia che noi non riusciamo a generare. Da noi il lavoratore ideale sembrerebbe essere una specie di consacrato al lavoro senza figli e senza genitori che si ammalano. E questa non è una società in cui vorrei vivere».

Se tornare a modelli passati sarebbe antistorico e se il presente mette in luce molte ombre per la qualità della vita delle madri che lavorano, non si tratta solo di inventare qui e là rimedi tampone. Le decisioni pratiche dipendono dalle idee che ci guidano: «È una sfida culturale sul tipo di uomo che abbiamo in mente», conclude Belletti. «Se l’uomo è qualificato dal fatto di lavorare 40-60 ore a settimana, o se è un uomo che lavora, vive e ama. Freud si è chiesto: "Come si decide una vita che vale la pena di essere vissuta?". Lui ha risposto usando soltanto due parole, "amare" e "lavorare". E io vorrei che tutt’e due restassero veramente dentro il gioco».

Rosanna Biffi
   
   
E DOPO I FIGLI DIVENTO IMPRENDITRICE

Almeno il 75 per cento delle casalinghe vorrebbe rientrare nel mondo del lavoro, una volta cresciuti i figli. È quanto risulta all’associazione Federcasalinghe-Donneuropee, che organizza corsi che favoriscano il possibile (e non facile) reinserimento.

A novembre ha preso il via, in forma iniziale a Roma e Pomigliano d’Arco (Napoli) e in futuro su scala nazionale, un percorso gratuito di 150 ore per donne che abbiano lasciato il lavoro per esigenze di maternità. «Il corso fornisce tutte le conoscenze indispensabili per avviare e gestire un’iniziativa imprenditoriale sostenibile», spiega Federica Rossi Gasparrini, presidente di Federcasalinghe. «Alla fine, le partecipanti potrebbero aprire un ufficio di consulenza, secondo il proprio titolo di studio; partecipare all’organizzazione di eventi; commercializzare le proprie iniziative di artigianato artistico», o dedicarsi ai servizi alla persona per le famiglie.

In un mercato del lavoro difficile, le italiane hanno l’inventiva per crearsi un lavoro: lo dimostra il fatto che siamo il Paese europeo con il maggior numero di imprenditrici e lavoratrici autonome. «Le mamme hanno il giusto desiderio di poter scegliere, nei diversi momenti, come vivere la propria vita», sottolinea Rossi Gasparrini. «Quindi, mamma a tempo pieno quando i figli sono piccoli, e poi il ritorno, con tempi flessibili, nelle attività del lavoro remunerato».

R.B.

 

GRAZIE A MIO MARITO

Essere laureata in Fisica, avere tre figlie tra i 15 e i 7 anni, continuare a lavorare in una società di telecomunicazioni. Come si fa? «Con il grande e santo aiuto dei miei suoceri. Con la scelta del part-time. Con la collaborazione attiva di mio marito». La voce di Marta Zanoni Pochini, 47 anni, non tradisce trionfalismi, ma la stanchezza di una donna che sta tornando a Milano, dalla famiglia, dopo tre giorni a Roma per lavoro: «Se io sono via da casa c’è bisogno che mio marito continui a tenere in piedi la famiglia anche mentre la mamma non c’è. Lui questo ruolo lo ha sempre giocato, e piano piano siamo cresciuti insieme. Quando le bambine erano piccole, è sempre arrivato in tempo per fare loro il bagno la sera».

Quando le bambine erano piccole, Marta ha lavorato solo per mantenere il posto: «Tutto quello che guadagnavo lo spendevo per loro. I nidi sono comunque molto costosi, sia quelli pubblici sia quelli privati, e quando i figli si ammalano hai sempre bisogno di qualcuno che ti aiuti». Avere un contesto di sostegno l’ha aiutata nella decisione di essere tre volte mamma, e la scelta di lavorare part-time dopo le maternità è stata decisiva: «Un part-time di 6 ore come il mio, consente di avere ancora un’attività dignitosa dal punto di vista del lavoro, e nello stesso tempo – potendo saltare la pausa pranzo – permette di tornare in famiglia a un’ora accettabile».

R.B.

 

MEGLIO MADRE: LA (DIFFICILE) SCELTA DI DOMINIQUE

Dominique Testa, 50 anni, ha continuato a lavorare fino alla maternità, benché avesse lasciato Montecarlo, dov’era nata, per Pomigliano d’Arco (Napoli), dove si era poi sposata e vive tuttora. Era stata segretaria, educatrice in una casa famiglia, «poi quando si hanno figli bisogna fare delle scelte, magari obbligate, perché è giusto seguirli. In seguito, con il passare degli anni diventa difficile reinserirsi nel mercato del lavoro». Infatti lei non ci è riuscita.

Ora i suoi figli sono adulti, hanno 28 e 25 anni, e Dominique Testa frequenta, come Marina Cancellieri, il corso di Federcasalinghe «per aprirci competenze e opportunità. Vorremmo creare un’attività di servizi alle persone: penso che esistano famiglie con bisogni di questo genere. Si tratterà di trovare la strada giusta».

R.B.

 

SEMPRE CON LE TATE? NO

Elena, 44 anni e due figli di 7 e 5, non dice il cognome perché «quando vado ai colloqui di lavoro la sincerità che uso qui mi nuocerebbe». In realtà racconta «una storia come tantissime altre».

La storia di una donna con un lavoro di responsabilità in un’azienda del Veneto, come direttore del personale, e la famiglia a Milano. Una madre che si licenzia nel 2006 perché la fatica è tanta, le soddisfazioni si riducono e il marito fa carriera, con viaggi frequenti: «Assente lui, assente io, la cosa non stava in piedi. Lasciare il lavoro mi è costato moltissimo. La nostra società è rigida, non offre vie di mezzo. Il part-time, la soluzione che cercavo, a certi livelli non lo offrono più. Invece, il part-time di una professionista preparata e seria vale molto. Una donna che sa di avere una vita familiare rende molto nelle ore nelle quali è presente, perché poi esce e ha tutto il resto. Io ho lavorato negli Stati Uniti e in Inghilterra, e là c’è molta più flessibilità verso le mamme che lavorano. Le mie colleghe a Londra, al rientro dalla maternità, potevano esercitare il diritto di decidere se lavorare a tempo pieno o part-time. In Olanda e nella Svizzera tedesca è normale che una donna con incarichi di responsabilità lavori 4-6 ore al giorno».

«Sono nel pieno del vigore e dell’esperienza», continua Elena, «ma dovrei accettare ruoli che mi tengono fuori 10-12 ore al giorno, il che, secondo me, è incompatibile con la crescita dei figli. Un’offerta conciliante la prenderei, perché i bambini di giorno sono a scuola. Sono contro una società che non offre alle donne la conciliazione. Quanto tempo sprecano gli uomini al lavoro? Io non posso rientrare alle 20 o alle 21, quando i figli sono a casa dal pomeriggio. Tutto il giorno con le tate. No».

R.B.

 

MARINA L’ARTIGIANA

Quando Marina Cancellieri, romana, 47 anni, dopo il matrimonio lasciò il lavoro di segretaria, non ne fu dispiaciuta, perché il primo figlio arrivò presto, seguito da una seconda: «Ero soddisfatta di occuparmi a tempo pieno della famiglia e dei figli. Quando i ragazzi (che oggi hanno 21 e 17 anni, ndr) sono cresciuti, ho sentito l’esigenza di avere un’indipendenza economica e una realizzazione di me stessa. Ma ero stata per troppo tempo lontana dal mondo del lavoro, e non trovavo nulla».

Quattro anni fa è intervenuta la separazione dal marito, e l’esigenza del lavoro è diventata un bisogno. L’ultima attività che ha svolto è stata nel campo della ristorazione, «con un lavoro a chiamata per il quale mi facevano contratti settimanali, che però mi rinnovavano in modo continuativo».

Ora Marina è disoccupata, ma non è donna da perdersi d’animo: «A novembre ho esposto, in una mostra-mercato a Villa Borghese, oggetti artigianali che mi piace molto confezionare. L’interesse della gente c’è stato». Così ora sta seguendo un corso di Federcasalinghe per mettersi in proprio: «Voglio conoscere i passi e i rischi. La mia intenzione sarebbe di aprire una piccola attività commerciale, per vendere le cose che mi piace tanto realizzare».

R.B.

 

IL "SEGRETO" DEI SERVIZI ALLA PERSONA

Esiste un settore del lavoro che, più di altri, potrebbe migliorare la vita delle famiglie e il lavoro delle donne. È quello dei servizi alle persone.

In Italia, il 47,7 per cento delle imprenditrici artigiane opera in questo campo. In Francia ne hanno fatto una riorganizzazione generale nel 2005, con il Piano Borloo (dal nome del ministro del Lavoro di allora, Jean-Louis Borloo), che una serie di amministrazioni locali italiane stanno studiando e applicando in alcune parti.

L’obiettivo principale del Governo francese era ridurre il costo di questi servizi per le famiglie. Gli strumenti principali per raggiungerlo sono stati tre: sgravi fiscali per le imprese che forniscono i servizi; riduzione delle imposte o deducibilità fino al 50 per cento per chi ne usufruisce; "buoni di conciliazione" per il pagamento, acquistabili in banca o in posta, che hanno rappresentato una convenienza sia per i lavoratori sia per le famiglie beneficiarie, oltre a essere uno strumento utile per far emergere il lavoro in nero.

Un altro elemento interessante di questa macchina complessa, che però semplifica la vita delle famiglie, è l’insieme dei servizi che coinvolge: non solo cura di bambini e anziani e lavori in casa, ma anche assistenza amministrativa e informatica, giardinaggio, sorveglianza temporanea del domicilio, consegna a casa di spesa o abbigliamento stirato. Si calcola che dal 2005 in questo modo siano stati creati 500 mila posti di lavoro, in maggioranza ricoperti da donne, e che la crescita continui nel 2009 malgrado la crisi.

R.B.

 

SIGNORA, COSA SERVE, SECONDO LEI, PER CONCILIARE LA SUA VITA PRIVATA E L’OCCUPAZIONE?

35,8% orari di lavoro più flessibili;
25,9%
maggior condivisione nelle faccende domestiche e nella cura dei figli da parte del marito;
18,1%
maggiori servizi per l’infanzia e per l’assistenza agli anziani;
18,0%
indennità economiche per i nuclei familiari.

Fonte: Isfol, Istituto per lo sviluppo e la formazione professionale dei lavoratori
  

OGGI, IN ITALIA, LAVORA...

il 56,2% delle mamme d’età compresa tra i 25 e i 44 anni;
il 78,4%
delle donne senza figli d’età compresa tra i 25 ei 44 anni.

Fonte: Isfol, Istituto per lo sviluppo e la formazione professionale dei lavoratori
  

OCCUPAZIONE FEMMINILE
Dati aggiornati al 2008. Fonte: Eurostat

71,1% Olanda
60,4% Francia
47,2% Italia
37,4% Malta
59,1% Unione europea
65,5% Usa

IMPRENDITRICI E LAVORATRICI AUTONOME

1.519.100 Italia
1.078.900 Gran Bretagna
767.000 Francia
384.300 Olanda
9.904.300 Unione europea


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