Da quando Benedetto
XVI, nel giugno scorso, ha inaugurato l’Anno sacerdotale invitando i
fedeli a pregare per i loro pastori, i riflettori si sono accesi sulla
figura del prete. Non mancavano certo indagini statistiche a questo
proposito: le cifre sul clero, sull’invecchiamento e sulla scarsità
di vocazioni si rincorrono ormai da molti anni generando ogni volta nei
fedeli stessi, che si vedono accorpare le parrocchie e ridurre le Messe,
un senso di allarme diffuso. Lo scopo era, piuttosto, di riproporre a
tutta la Chiesa l’identità del sacerdote che, come ha detto lo stesso
Santo Padre, «non è per sé stesso, ma per tutti».
«La figura del sacerdote suscita in me rispetto e un
sano affetto», esordisce Vittorino Andreoli, psichiatra e autore
di Preti (Piemme, pp. 336, euro 18), un libro che scandaglia l’universo
dei sacerdoti (la loro identità, personalità, ambiente e relazioni con
i diversi tipi di fedeli, le situazioni limite...) nel non facile tempo
attuale. Non mancano sacerdoti tra i suoi pazienti, come ammette lui
stesso con candore («un elemento di mia umana simpatia nei loro
riguardi deriva dalla sofferenza causata dal conflitto tra la loro alta
missione e l’impossibilità di compierla a causa della malattia»), ma
è soprattutto su altre figure sacerdotali, conosciute a partire dalla
gioventù, che lui, da non credente quale si professa, fonda l’analisi
del suo libro.
- Professore, che ruolo gioca il sacro nella missione
del sacerdote?
«Spesso, come gesto terapeutico al termine degli
incontri con sacerdoti in cura presso di me, chiedo loro una benedizione
per richiamarli a questa loro fondamentale missione. Il sacro, come
diceva Rudolf Otto, è la categoria umana del mistero, del numinoso, e
le religioni rispondono a questo bisogno umano fondamentale. Gli uomini
del sacro hanno questa fondamentale funzione, che oserei definire
terapeutica, di trasmettere il sacro, missione che trascende ogni
possibilità umana».
- Una rivalutazione della liturgia?
«La liturgia è il linguaggio del sacro. Forse si è
troppo cercato in passato di spiegare Dio. La gente non vuole più
imparare ma chiede semplicemente di sperimentare il senso dell’eterno
per respirare, per dilatare gli spazi angusti del temporale, nel quale
ci siamo rinchiusi esaurendo il senso della nostra vita».
- Come definirebbe la vocazione?
«È una chiamata, un dono, un incontro, come diceva
Pascal. È un evento che pone le premesse di una vera metamorfosi. Si
apre la possibilità di una vita speciale, la vita di un folle di Dio,
in una società dove tutto è votato al successo, al denaro, al sesso.
Per questo oggi ritengo particolarmente interessante la figura del
sacerdote, uno che rinuncia a tutto ispirandosi a Cristo, cioè a Dio in
persona».
- C’è bisogno del prete, oggi?
«Mai come oggi c’è bisogno del prete, mediatore
del sacro. Questo è il periodo dell’incertezza. È caduta la fede
nella ragione, nella scienza, nell’economia. Il senso del limite rende
urgente la sua presenza nella nostra società, della quale egli è un
vero personaggio».
- In una società secolarizzata, quali sono le nuove
opportunità per il prete?
«Credo che oggi i sacerdoti non riescano
completamente a soddisfare il bisogno del sacro, che cresce in tempi
incerti come i nostri. Alla paura del futuro, piuttosto che
argomentazioni intellettuali, servono risposte semplici, umane, che
vengono da persone fragili, capaci di prendere la mano a chi soffre,
persone che fondano la loro vita su Cristo. Occorre preghiera,
prossimità. Il prete sociale serviva più nel 1800, oggi serve il prete
del tempio».
«Io, ma credo che questo valga per tutti, amo entrare
in chiesa e trovare il prete. Amo il prete che predica, in chiesa ma
anche con i mezzi della comunicazione sociale. Amo il prete del
cimitero. Amo il prete "nessuno", quello che non appartiene a
nessuno perché soltanto così può essere di tutti. Amo il prete che
visita il suo gregge, che parla al non credente, che va dal carcerato...».
- Essere preti è solo una rinuncia?
«La rinuncia è inscritta nella morfologia dell’amore.
Il marito, la moglie non rinunciano a sé per l’amato, l’amata? Ma
il tesoro che si trova è infinitamente maggiore, soprattutto per il
sacerdote».
- Il prete ha mai dubbi di fede?
«Deve averne. È la continua domanda dell’amante
all’amata, che non può mai venir meno: "Mi ami ancora?". E
il prete questa domanda la rivolge a Dio».
- Ama il prete con l’abito ecclesiastico o quello
senza?
«Preferisco che il sacerdote sia riconoscibile. Egli
diventa un vero segno di contraddizione in una società che apprezza
solo il successo. Avere davanti un prete mi aiuta. Non amo il
travestimento e la maschera, né la sorpresa di scoprirlo solo dopo
averlo incontrato».
- La psicologia può aiutare il seminarista durante
la formazione?
«Credo di sì, anche se, contrariamente a quanto
dicono i documenti ecclesiali, non concordo sul fatto che lo psicologo
debba per forza essere credente».