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Santiago del Cile La "locomotiva del Sudamerica" sceglie un nuovo presidente dopo gli anni di Michelle Bachelet, anni di disperata vitalità per offrire reti di protezione ai poveri, investimenti pubblici che tenessero in somma considerazione non il profitto, ma la solidarietà. E forse le elezioni del 10 dicembre segnano la fine del ciclo della Concertacion, 20 anni di governo dei partiti di Centrosinistra e di presidenti che hanno lavorato per condurre il Cile alla testa dell’economia latinoamericana, con il reddito pro capite più alto del continente, una classe politica che è riuscita nell’impresa di abbattere la povertà dal 40 per cento alla fine della dittatura di Pinochet al 13 per cento di oggi, e che è riuscita a trasformare con grande saggezza politica una società divisa tra memorie e ricerca di responsabilità. La Bachelet non può ricandidarsi, ma prima di lasciare ha deciso di costruire, adesso che il Paese è preparato e non vive di rancori, il Museo della memoria su un passato con il quale ancora si fa fatica a fare i conti: oggi Allende non è più un fattore di conflitto, ma altrettanto non può dirsi per Pinochet. La sua popolarità resta alle stelle, stimato a sinistra e a destra, da una società assai polarizzata, dove l’ombra del generale è ormai sparita, ma ancora molti cileni si definiscono pinochetistas, per via di quell’intreccio di politiche liberiste e di rigore economico opposto alla rivoluzione sociale dell’Unidad Popular, che ha fatto ricchi pochi e poveri molti.
A Santiago, la capitale, di quasi 8 milioni di abitanti, poco meno della metà di tutti quelli del Cile, si respira speranza. Sembra l’Italia degli anni Sessanta, contrasti e prospettive di riscatto. È la prima generazione che ha un’auto propria, è la prima generazione di universitari che non è nata sotto la dittatura del generale. Il Cile si occupa con forza del futuro. È la società più europea di tutta l’America latina, per una tradizione che risale all’inizio del Novecento, che è stata rafforzata negli ultimi anni da una classe politica che, tornata dall’esilio in Europa, ha saputo correggere le spinte liberiste dei Chicago boys, quando il Cile divenne il laboratorio drammatico e autoritario delle teorie di Milton Friedman. La Concertacion ha corretto e negli ultimi quattro anni Michelle Bachelet è riuscita ad avviare il Paese sul binario giusto della responsabilità sociale. Chi governerà nei prossimi quattro anni, ancora la Concertacion del candidato ex presidente Eduardo Frei o la nuova destra di Sebastian Piñera, dovrà tenere conto della versione latinoamericana del miglior Welfare State del continente, che ha accompagnato il ritorno alla democrazia del Paese di Salvador Allende. Ma i contrasti restano.
Il 10 per cento delle famiglie più ricche si spartisce ancora il 41 per cento della ricchezza del Paese. Santiago è la quinta di un palcoscenico di squilibri: iperbole di modernismo architettonico e urbanistico e campamentos precari, depressi, irti di violenza e povertà. Eugenio Tironi, sociologo tra i più noti in Cile, avverte che «siamo a metà del cammino dello sviluppo».
Il cattolicesimo sociale Il Cile attrae imprenditori dall’estero e immigrati dai Paesi vicini. I peruviani sono oltre 100 mila, poi ci sono argentini, boliviani, ecuadoregni. Quasi 400 mila immigrati sono tanti in un Paese di 16 milioni di abitanti. Il fenomeno è relativamente nuovo per un Paese considerato alla "fine del mondo", lontano e lungo migliaia di chilometri, una fetta di terra tra le Ande e il Pacifico. È la nuova sfida. Accanto c’è quella delle poblaciones più povere, cintura di disperazione delle città latinoamericane, dove l’impegno della Chiesa occupa sempre la prima linea. A Santiago un milione e 200 mila persone vivono con meno di due dollari al giorno. La tradizione del cattolicesimo sociale in Cile è fortissima e data dagli anni Cinquanta. L’apostolo dei poveri è un gesuita, padre Alberto Hurtado, canonizzato all’inizio del pontificato da Benedetto XVI. La sua tomba è un pellegrinaggio continuo nella parrocchia di Jesus Obrero. Il suo insegnamento è inciso nella pietra: "La fedeltà a Dio, se è vera, si deve tradurre nella giustizia per gli uomini". Dice la presidente Michelle Bachelet: «Sant’Alberto Hurtado è un simbolo sociale per tutto il Cile». I Gesuiti sono in prima fila nella solidarietà e nell’analisi della società cilena. La rivista Mensaje da 50 anni segna la coscienza critica del Paese e la rete del Hogar de Cristo è la sua coscienza solidale, insieme alla memoria del cardinale Silva Henriquez, il "leone di Santiago", il vero oppositore alla dittatura di Pinochet, unico cardinale al mondo la cui effiggie è riprodotta su una moneta (da 500 pesos).
È una Chiesa che non ha perso né impegno, né memoria. L’attuale presidente della Conferenza episcopale, il vescovo Gojc, quando si discuteva di salario etico intervenne parlando di "salario giusto" e suscitò applausi a sinistra e contestazioni a destra. La rete delle Hogar de Cristo assiste 50 mila persone al giorno. È composta da 600 mila soci che mettono ognuno due dollari, vi lavorano 12 mila persone, di cui 8 mila volontari. Benito Baranga è il direttore sociale della rete, membro della commissione governativa per il superamento della povertà. La collaborazione tra istituzioni pubbliche e associazioni ecclesiali è una caratteristica dell’impegno solidale in Cile. Camminiamo per i quartieri più poveri della sterminata periferia di Santiago, dove si vive di narcotraffico, dove la scelta di cartonear, cioè cercare il cartone in strada e rivenderlo, è l’unica che permette di mettere qualcosa nel piatto. Dice Baranga: «Sono 10 mila le persone che vivono in strada a Santiago». Lui e la moglie Lorena, entrambi psicologi, laureati all’Istituto per la famiglia Giovanni Paolo II a Roma, hanno cominciato con i barboni e poi con i bambini abbandonati nelle favelas delle deportazioni di Pinochet.
Tossicodipendenza e investimenti «Il generale decise di deportare i poveri. Quartieri interi senza servizi, né scuole. Niente. Ciò ha distrutto la famiglia». Andiamo al quartiere Castello, dove la Chiesa ha costruito scuole e asili e lo Stato campi di calcio, per evitare che i ragazzini scelgano lo spaccio. Il problema delle tossicodipendenze è un altro all’attenzione della rete sociale dei Gesuiti. Da cinque anni la Fondazione Perentesis, diretta da un italiano, Remo Pompili, sociologo, ha sette centri nella capitale, due per adulti e cinque per i minori. Poi ci sono i Salesiani, che si occupano dei tossicodipendenti. Nei quartieri più poveri, per anni il commercio della droga è stato il sistema per scalare la società: soldi e omicidi. Adesso, osserva Baranga, gli investimenti sociali del Governo stanno cambiando il volto delle comunas più a rischio. Poi c’è il grande impegno per dare case. Anche questo fu un’intuizione dei Gesuiti. Hogar significa casa.
La fabbrica è ancora lì, alla periferia di Santiago, non lontano dalla spianata della Bandera dove Giovanni Paolo II celebrò la Messa nel 1987 in piena dittatura tra la gente che chiedeva libertà e la polizia di Pinochet che sparava lacrimogeni. Ha sfornato 20 mila casette di legno all’anno, 18 metri quadrati, ma un tetto. Adesso se ne fanno 3 mila. Poi c’è il microcredito con il Fondo esperanza, 30 mila donne coinvolte. Spiega il cardinale Errazuriz Ossa, arcivescovo di
Santiago: «Le preoccupazioni sociali sono sempre state una priorità per la
Chiesa cilena. Con il Governo della presidente Bachelet sono diventate una
priorità anche per lo Stato e la collaborazione tra noi è molto buona».
Poi riflette: «In Cile non c’è un Concordato. La Chiesa non riceve nulla
dal Governo. Forse è un bene, ci dà più libertà. Il cardinale Silva
Henriquez non avrebbe potuto parlare contro Pinochet. Oggi la Chiesa e lo
Stato lavorano insieme per il bene della gente. In realtà non c'è
separazione, ma collaborazione».
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