Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
Attualità.
di Alberto Bobbio 
foto di Giancarlo Giuliani
/Cpp


CILE
ELEZIONI PRESIDENZIALI NEL PAESE LATINOAMERICANO


DEMOCRAZIA E GIUSTIZIA

Il 10 dicembre si sceglie il nuovo presidente al posto di Michelle Bachelet. La sfida è tra la sinistra sociale e la destra liberista. Sullo sfondo, sono troppi i poveri nella nazione locomotiva del Sudamerica.
Che ha ancora tanta strada.


Santiago del Cile

La "locomotiva del Sudamerica" sceglie un nuovo presidente dopo gli anni di Michelle Bachelet, anni di disperata vitalità per offrire reti di protezione ai poveri, investimenti pubblici che tenessero in somma considerazione non il profitto, ma la solidarietà. E forse le elezioni del 10 dicembre segnano la fine del ciclo della Concertacion, 20 anni di governo dei partiti di Centrosinistra e di presidenti che hanno lavorato per condurre il Cile alla testa dell’economia latinoamericana, con il reddito pro capite più alto del continente, una classe politica che è riuscita nell’impresa di abbattere la povertà dal 40 per cento alla fine della dittatura di Pinochet al 13 per cento di oggi, e che è riuscita a trasformare con grande saggezza politica una società divisa tra memorie e ricerca di responsabilità.

La Bachelet non può ricandidarsi, ma prima di lasciare ha deciso di costruire, adesso che il Paese è preparato e non vive di rancori, il Museo della memoria su un passato con il quale ancora si fa fatica a fare i conti: oggi Allende non è più un fattore di conflitto, ma altrettanto non può dirsi per Pinochet. La sua popolarità resta alle stelle, stimato a sinistra e a destra, da una società assai polarizzata, dove l’ombra del generale è ormai sparita, ma ancora molti cileni si definiscono pinochetistas, per via di quell’intreccio di politiche liberiste e di rigore economico opposto alla rivoluzione sociale dell’Unidad Popular, che ha fatto ricchi pochi e poveri molti.

Una veduta della capitale cilena.
Una veduta della capitale cilena.

A Santiago, la capitale, di quasi 8 milioni di abitanti, poco meno della metà di tutti quelli del Cile, si respira speranza. Sembra l’Italia degli anni Sessanta, contrasti e prospettive di riscatto. È la prima generazione che ha un’auto propria, è la prima generazione di universitari che non è nata sotto la dittatura del generale. Il Cile si occupa con forza del futuro. È la società più europea di tutta l’America latina, per una tradizione che risale all’inizio del Novecento, che è stata rafforzata negli ultimi anni da una classe politica che, tornata dall’esilio in Europa, ha saputo correggere le spinte liberiste dei Chicago boys, quando il Cile divenne il laboratorio drammatico e autoritario delle teorie di Milton Friedman. La Concertacion ha corretto e negli ultimi quattro anni Michelle Bachelet è riuscita ad avviare il Paese sul binario giusto della responsabilità sociale. Chi governerà nei prossimi quattro anni, ancora la Concertacion del candidato ex presidente Eduardo Frei o la nuova destra di Sebastian Piñera, dovrà tenere conto della versione latinoamericana del miglior Welfare State del continente, che ha accompagnato il ritorno alla democrazia del Paese di Salvador Allende. Ma i contrasti restano.

Il Palazzo della Moneda.
Il Palazzo della Moneda.

Il 10 per cento delle famiglie più ricche si spartisce ancora il 41 per cento della ricchezza del Paese. Santiago è la quinta di un palcoscenico di squilibri: iperbole di modernismo architettonico e urbanistico e campamentos precari, depressi, irti di violenza e povertà.

Eugenio Tironi, sociologo tra i più noti in Cile, avverte che «siamo a metà del cammino dello sviluppo».

Un mendicante nelle strade di Santiago del Cile.
Un mendicante nelle strade di Santiago del Cile.

Il cattolicesimo sociale

Il Cile attrae imprenditori dall’estero e immigrati dai Paesi vicini. I peruviani sono oltre 100 mila, poi ci sono argentini, boliviani, ecuadoregni. Quasi 400 mila immigrati sono tanti in un Paese di 16 milioni di abitanti. Il fenomeno è relativamente nuovo per un Paese considerato alla "fine del mondo", lontano e lungo migliaia di chilometri, una fetta di terra tra le Ande e il Pacifico.

È la nuova sfida. Accanto c’è quella delle poblaciones più povere, cintura di disperazione delle città latinoamericane, dove l’impegno della Chiesa occupa sempre la prima linea. A Santiago un milione e 200 mila persone vivono con meno di due dollari al giorno. La tradizione del cattolicesimo sociale in Cile è fortissima e data dagli anni Cinquanta. L’apostolo dei poveri è un gesuita, padre Alberto Hurtado, canonizzato all’inizio del pontificato da Benedetto XVI. La sua tomba è un pellegrinaggio continuo nella parrocchia di Jesus Obrero. Il suo insegnamento è inciso nella pietra: "La fedeltà a Dio, se è vera, si deve tradurre nella giustizia per gli uomini".

Dice la presidente Michelle Bachelet: «Sant’Alberto Hurtado è un simbolo sociale per tutto il Cile». I Gesuiti sono in prima fila nella solidarietà e nell’analisi della società cilena. La rivista Mensaje da 50 anni segna la coscienza critica del Paese e la rete del Hogar de Cristo è la sua coscienza solidale, insieme alla memoria del cardinale Silva Henriquez, il "leone di Santiago", il vero oppositore alla dittatura di Pinochet, unico cardinale al mondo la cui effiggie è riprodotta su una moneta (da 500 pesos).

Uno dei tanti murales realizzati nelle strade della periferia di Santiago.
Uno dei tanti murales realizzati nelle strade della periferia di Santiago.

È una Chiesa che non ha perso né impegno, né memoria. L’attuale presidente della Conferenza episcopale, il vescovo Gojc, quando si discuteva di salario etico intervenne parlando di "salario giusto" e suscitò applausi a sinistra e contestazioni a destra.

La rete delle Hogar de Cristo assiste 50 mila persone al giorno. È composta da 600 mila soci che mettono ognuno due dollari, vi lavorano 12 mila persone, di cui 8 mila volontari. Benito Baranga è il direttore sociale della rete, membro della commissione governativa per il superamento della povertà. La collaborazione tra istituzioni pubbliche e associazioni ecclesiali è una caratteristica dell’impegno solidale in Cile.

Camminiamo per i quartieri più poveri della sterminata periferia di Santiago, dove si vive di narcotraffico, dove la scelta di cartonear, cioè cercare il cartone in strada e rivenderlo, è l’unica che permette di mettere qualcosa nel piatto.

Dice Baranga: «Sono 10 mila le persone che vivono in strada a Santiago». Lui e la moglie Lorena, entrambi psicologi, laureati all’Istituto per la famiglia Giovanni Paolo II a Roma, hanno cominciato con i barboni e poi con i bambini abbandonati nelle favelas delle deportazioni di Pinochet.

Benito Baranga, direttore delle Hogar de Cristo, la rete di solidarietà gestita dai padri Gesuiti, nel barrio El Castillo (il quartiere Castello).
Benito Baranga, direttore delle Hogar de Cristo, la rete di solidarietà
gestita dai padri Gesuiti, nel barrio El Castillo (il quartiere Castello).

Tossicodipendenza e investimenti

«Il generale decise di deportare i poveri. Quartieri interi senza servizi, né scuole. Niente. Ciò ha distrutto la famiglia». Andiamo al quartiere Castello, dove la Chiesa ha costruito scuole e asili e lo Stato campi di calcio, per evitare che i ragazzini scelgano lo spaccio. Il problema delle tossicodipendenze è un altro all’attenzione della rete sociale dei Gesuiti. Da cinque anni la Fondazione Perentesis, diretta da un italiano, Remo Pompili, sociologo, ha sette centri nella capitale, due per adulti e cinque per i minori. Poi ci sono i Salesiani, che si occupano dei tossicodipendenti.

Nei quartieri più poveri, per anni il commercio della droga è stato il sistema per scalare la società: soldi e omicidi. Adesso, osserva Baranga, gli investimenti sociali del Governo stanno cambiando il volto delle comunas più a rischio. Poi c’è il grande impegno per dare case. Anche questo fu un’intuizione dei Gesuiti. Hogar significa casa.

Una chiesa davanti ai grattacieli nel centro di Santiago del Cile.
Una chiesa davanti ai grattacieli nel centro di Santiago del Cile.

La fabbrica è ancora lì, alla periferia di Santiago, non lontano dalla spianata della Bandera dove Giovanni Paolo II celebrò la Messa nel 1987 in piena dittatura tra la gente che chiedeva libertà e la polizia di Pinochet che sparava lacrimogeni. Ha sfornato 20 mila casette di legno all’anno, 18 metri quadrati, ma un tetto. Adesso se ne fanno 3 mila. Poi c’è il microcredito con il Fondo esperanza, 30 mila donne coinvolte.

Spiega il cardinale Errazuriz Ossa, arcivescovo di Santiago: «Le preoccupazioni sociali sono sempre state una priorità per la Chiesa cilena. Con il Governo della presidente Bachelet sono diventate una priorità anche per lo Stato e la collaborazione tra noi è molto buona». Poi riflette: «In Cile non c’è un Concordato. La Chiesa non riceve nulla dal Governo. Forse è un bene, ci dà più libertà. Il cardinale Silva Henriquez non avrebbe potuto parlare contro Pinochet. Oggi la Chiesa e lo Stato lavorano insieme per il bene della gente. In realtà non c'è separazione, ma collaborazione».

Alberto Bobbio
  
   
«PIÙ SPAZIO ALL’EUROPA E ALLA CHIESA»

Ragiona sul Paese e sulla Chiesa Pablo Cabrera, ambasciatore del Governo cileno presso la Santa Sede e dice: «Non c’è un Concordato, ma ciò non significa che la Chiesa non abbia una funzione nevralgica nel Paese».

  • Qual è stato il ruolo della Chiesa in questi vent’anni di democrazia?

«La Chiesa ha ispirato buona parte delle politiche sociali dei Governi, soprattutto con l’opera dei Gesuiti. Il mio Paese proprio nel 2010 ricorda i 200 anni dall’indipendenza. Io credo che sia l’occasione per riflettere anche su ciò che ha dato la Chiesa al Cile».

  • Si può parlare di rapporto molto stretto tra Cile ed Europa?

«Sì. La Democrazia cristiana cilena si è ispirata alla vostra Dc, un partito popolare di massa. La cultura europea è nostro patrimonio e ciò per noi è un grande onore. Ma oggi dobbiamo consolidare queste radici comuni e offrirle come stimolo anche ad altri Paesi dell’America latina».

  • Perché?

«In Cile hanno studiato molti politici latinoamericani. Il Cile ha avuto un ruolo importante nell’elaborazione della Carta dei diritti umani dell’Onu. Fino a Pinochet era un paradigma per il rispetto dei diritti dell’uomo. Adesso si affacciano in Cile altre culture: non credo che diventare una società all’americana ci faccia bene. La cultura europea deve avere uno spazio maggiore».

  • E la Chiesa può aiutare?

«Sicuramente. La Chiesa ci ha fatto capire che dobbiamo lavorare per accorciare la differenza tra ricchi e poveri. La dottrina sociale è uno strumento importante, anche per evitare che ognuno si faccia una sua idea di Dio: per i poveri una specie di rivoluzionario, mentre per i ricchi basta fare l’elemosina per essere buoni cristiani. Invece i nostri grandi vescovi, Silva Enriquez su tutti, che da noi è El cardenal, e sant’Alberto Hurtado, per i cileni devono essere esempio e monito e soprattutto non dobbiamo farli diventare un mito».

A.Bo.


torna all'indice