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Appena finito il college il ventiduenne Christopher McCandless, alle spalle una famiglia agiata ma affettivamente povera, fa perdere le sue tracce e comincia un viaggio senza meta attraverso gli Stati Uniti. Mediante numerosi incontri e spogliandosi progressivamente di ogni cosa, Chris, che nel frattempo si è dato il soprannome di Alex Supertramp (superviandante), decide di trascorrere un lungo periodo solitario nei territori più impervi dell’Alaska. Messo alla prova dalla natura selvaggia, fa i conti con il suo percorso e il suo passato fino a maturare una profonda consapevolezza. Deciso a tornare a casa, però, si trova intrappolato da un fiume e finisce per morire di fame, non senza però riuscire finalmente a dare un senso al suo peregrinare. L’utopia di un uomo posto di fronte alla natura selvaggia e liberato dalla ferita del peccato proprio e altrui. Giunti al termine del viaggio (fisico e spirituale) si coglie infine qual è la molla che ha spinto Chris a lasciare tutto e a spogliarsi dei suoi possessi in nome di una ricerca dell’autenticità sempre più esigente. La famiglia presente, ma portatrice di una violenza nascosta e di un’originaria menzogna capace di modificare la stessa identità di Chris (da figlio legittimo a "bastardo"), l’insoddisfazione verso un percorso esistenziale preordinato, il desiderio di scoprire e incontrare luoghi e persone differenti. Chris non è molto diverso da tanti coetanei che rinunciano a una vita "normale" per un periodo di follia giovanile. Chris, però, è diverso, a partire dalla scelta delle sue guide (Thoreau e Jack London), che lo riallacciano alla grande tradizione americana che rivendica nel rapporto con la natura una fonte di forza e integrità. Una scoperta dolorosa Chris è costretto a guardare sempre più a fondo in sé stesso, e finisce per credere di poter trovare nell’isolamento totale la fonte di una totale rigenerazione. Il suo è un vero e proprio percorso di ascesi. L’esito finale è un dramma annunciato e tuttavia allo spettatore non può sfuggire che l’ultimo esito del percorso del protagonista va ben oltre un generico naturalismo. Chris avrà ben chiaro che la natura può essere ostile e crudele e la speranza dell’uomo non risiede tanto in una solitaria comunione con essa, ma nel rapporto con i suoi simili, possibile solo a partire dal perdono. La scoperta dolorosa da parte di Chris della menzogna che sta alla base della sua famiglia (il padre ha un’altra moglie e altri figli di un precedente matrimonio) è il punto di partenza di un interrogarsi sempre più radicale sull’identità, un percorso che prevede una frattura totale nei confronti del nucleo familiare. Parallelamente, il dramma dei genitori e della sorella di Chris si pone come un ritratto spietato del crollo di certe convenzioni borghesi, ma anche come l’occasione per fare i conti con i propri errori (di coniugi e di genitori), che sono l’unica possibilità di recuperare la propria umanità. Il modello di famiglia "alternativa" offerto dalla coppia hippy non rappresenta la vittoria di un modello opposto a quello borghese, ma anzi espone con chiarezza i limiti di una scelta di vita al di fuori della società. In qualche modo ciò che più si avvicina a un modello positivo di legame familiare è quello che si crea tra Chris e l’anziano ex militare che si offre di fargli da nonno, che apre prospettive interessanti sul rapporto tra le generazioni.
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